Fake news e diffamazione

Reati dove le fake news sono solo una delle possibili condotte incriminate

Venendo alla trattazione di quei reati in cui la comunicazione o diffusione di una falsa notizie non costituisce la condotta tipica, ma solo una delle possibili forme di condotte sussumibili nella fattispecie incriminatrice, la prima norma che viene in evidenza è sicuramente quella della “diffamazione”.

Art. 595 c.p. (diffamazione)

In materia di “fake news” infatti la norma dell’art. 595 c.p. (diffamazione) che punisce “”chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone offende l’altrui reputazione”” è quella che viene “invocata” per prima, in quanto appare evidente che la diffusione di una falsa notizia su una o più determinate persone sia potenzialmente idonea a offenderne la reputazione determinando il “discredito” di essa o di esse all’interno della cerchia sociale, dell’ambiente lavorativo etc..

L’art. 595 c.p. prevede peraltro una serie di circostanze aggravanti laddove l’offesa consista “nell’attribuzione di un fatto determinato” oppure se sia “recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità ovvero in atto pubblico ed ancora se “sia recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio”.

Deve premettersi che, in questa sede, non si ripercorrerà tutta la sterminata dottrina e giurisprudenza sul delitto di diffamazione (che peraltro non sarebbe nemmeno possibile), ma si prenderanno in esame alcuni argomenti, trattati dalla giurisprudenza che appaiono rilevanti in relazione al fenomeno delle “fake news” ed alla loro diffusione a mezzo dei social network e, più in generale. a mezzo “internet”. Infatti come si vedrà di qui a poco è proprio in materia di diffamazione che la giurisprudenza di legittimità ha enucleato una serie di principi sul concetto di verità o falsità della notizia che consentono di circoscrivere e/o comunque di meglio di definire che cosa si intenda per notizia “falsa” e quando questa “falsità” rilevi per il diritto penale.

In primo luogo, come già detto innanzi, il delitto di diffamazione non punisce direttamente la diffusione di false notizie, ben potendo il delitto sussistere anche con la diffusione di notizie “vere”, con le eccezioni dell’esercizio del diritto di cronaca, critica e satira come configurate dalla giurisprudenza di legittimità. A tal proposito espressamente l’art. 596 c.p., al comma 1, prevede che l’autore del reato di diffamazione, non possa dimostrare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa, principio che prevede alcune eccezioni nel caso la persona offesa sia pubblico ufficiale, se risulta aperto un procedimento penale per il fatto considerato diffamatorio ed infine se è la stessa persona offesa a chiedere che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad essa attribuito. In tema di diffamazione a mezzo della divulgazione di notizie vere, la Cassazione, per esempio, ha stabilito che “”la comunicazione contenente i nominativi dei condomini morosi affissa al portone condominiale integra il reato di cui all’art. 595 cod. pen., non sussistendo alcun interesse da parte dei terzi alla conoscenza di tali fatti ancorché veri.”” (cfr. Cassazione penale, Sez. feriale, Sentenza n. 39986 del 28/08/2014 e nello stesso senso Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 35543 del 26 settembre 2007).

Deve comunque evidenziarsi che, in ogni caso, la condotta della diffamazione per integrare la fattispecie dell’art. 595 c.p. deve essere “illegittima” ovvero non deve essere giustificata dall’adempimento di un obbligo giuridico o dall’esercizio di un diritto soggettivo o di un interesse legittimo, né, tantomeno, dal consenso della persona che potrebbe risultarne offesa, ma questo non dovrebbe essere un problema per la tematica qui trattata perché non si vede come la diffusione di una “fake news” possa integrare l’esercizio di un diritto o ancor di più di un obbligo di legge.

In relazione ad ulteriori scriminanti nel delitto di diffamazione deve evidenziarsi che l’art. 598 c.p. prevede come causa di esclusione della punibilità il fatto che le offese siano contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi ad un Autorità giudiziaria o amministrativa, sempre che le “offese” concernano l’oggetto della causa o del ricorso amministrativo, mentre il secondo comma dell’art. 599 c.p., prevede, come causa di esclusione della punibilità. l’aver commesso il fatto in “stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso”.

Venendo brevemente alla descrizione della struttura del delitto di diffamazione, a differenza del delitto di cui all’art. 594 c.p. (ora depenalizzato) che richiede la persona offesa percepisca direttamente l’insulto, la condotta incriminata viene messa in atto in “assenza” della persona offesa intendendosi con ciò non solo un persona fisicamente non presente nel momento in cui la frase offensiva viene pronunciata ma anche non in grado di percepire l’offesa (ovvero nel caso in cui la persona offesa sia presente nel luogo e nel momento in cui l’offesa viene pronunciata ma non la percepisca, per esempio perché detta a bassa voce oppure in una lingua che non comprende ma che gli altri presenti comprendono) ed è proprio tale “assenza”, che comporta l’impossibilità dell’offeso di difendersi immediatamente a determinare una maggiore potenzialità offensiva della diffamazione rispetto alla mera ingiuria e quindi un trattamento sanzionatorio più grave ed è probabilmente la ragione per cui la diffamazione non è stata depenalizzata al pari del reato di ingiuria.

In ordine al concetto di “fatto determinato” la dottrina è divisa sul suo significato in quanto, secondo parte di essa, che sposa una tesi più “restrittiva” del concetto, un fatto è da definirsi “determinato” quando esso è ben definito nelle sue accezioni temporali, spaziali e di modo, così da essere sostanzialmente “irripetibile” (teoria cd. dell’irripetibilità), mentre secondo altra parte della dottrina, per aversi fatto determinato basta che esso non sia espresso in termini “vaghi” (teoria della concretezza).

Secondo la giurisprudenza, invece, il fatto determinato è quello che “..venga specificato nelle sue linee essenziali, di modo che risulti maggiormente credibile e che le espressioni adoperate evochino alla comprensione del destinatario della comunicazione azioni concrete e dalla chiara valenza negativa” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7599 del 11 giugno 1999), sebbene quando la condotta sia “sufficientemente specificata” non rileva che vengano precisati il tempo o il luogo dell’azione stessa (Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5667 del 7 maggio 1980), in sostanza per definire il concetto di “fatto determinato” la Cassazione fa riferimento alla descrizione di una specifica “azione” che si assume avere connotati “infamanti” non essendo invece sufficiente ”…la generica attribuzione di qualità o di attività disonoranti…”. (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10510 del 23 novembre 1981).

Riguardo al bene giuridico tutelato, com’è noto, la disposizione trova il proprio fondamento nella necessità di garantire la reputazione dell’individuo, ovvero l’onore inteso in senso soggettivo, quale considerazione che il mondo esterno ha del soggetto stesso, il bene giuridico oggetto di tutela infatti è la reputazione della persona offesa, che può essere lesa dall’uso di parole aventi appunto contenuto diffamatorio. Deve evidenziarsi che con “reputazione” la giurisprudenza intende non la mera considerazione che ciascuno può avere di sé o il semplice “amor proprio” ma essa va identificata “… con il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il particolare contesto storico…” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3247 del 24 marzo 1995).

Ulteriore elemento perché possa ritenersi integrato il delitto di diffamazione è che vi siano almeno due persone, con esclusione dell’agente e della persona offesa, in grado di percepire le parole diffamatorie (esclusi il soggetto agente e la persona offesa).

Poiché l’evento tipico del reato di diffamazione è rappresentato dalla percezione dell’offesa da parte di due o più persone a cui sia rivolta la comunicazione penalmente rilevante, non è sufficiente la mera esternazione senza percezione (per es. a persone distratte da altro e non in grado di percepire le frasi).

Occorre altresì evidenziare che, come oramai pacificamente ammesso da dottrina e giurisprudenza, la comunicazione della frase diffamatoria possa essere fatta a più persone sia “contemporaneamente” che in momenti successivi tra loro con la conseguenza che il reato si considererà consumato con la percezione dell’offesa da parte del secondo soggetto a cui sia stata comunicata e questo determinerà sia il luogo che il tempo di consumazione del reato, rilevante soprattutto nelle ipotesi di diffamazione a mezzo dei social network in cui i soggetti che percepiscono la frase diffamatoria possono essere tra loro molto lontano ed apprenderla in tempi ben diversi.

Proprio in relazione alla diffamazione tramite diffusione di affermazioni “via internet” la giurisprudenza ha precisato che “…la diffamazione, che è reato di evento, si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione ingiuriosa e dunque, nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse sul web, nel momento in cui il collegamento viene attivato” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 25875 del 25 luglio 2006). In realtà col termine “attivazione del collegamento” più che alla generica attivazione del collegamento web (mi connetto con il mio router web ma non “navigo” ovvero non fruisco dei contenuti tramite l’accesso ad uno o più siti) la sentenza deve essere intesa come accesso allo specifico sito web dove la frase diffamatoria è stata pubblicata e ancora più nello specifico come “visualizzazione” della frase (in un sito web vi possono essere centinaia anzi migliaia di contenuti e dunque atteso che come si è detto il delitto de quo si consuma con la percezione da parte di un secondo soggetto occorre quantomeno la prova della “visualizzazione” del contenuto offensivo).

Sempre la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che “in tema di diffamazione commessa mediante scritti, sussiste il requisito della comunicazione con più persone, necessario per integrare il reato, anche quando le espressioni offensive siano comunicate ad una sola persona ma destinate ad essere riferite almeno ad un’altra persona, che ne abbia poi effettiva conoscenza”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 31728 del 21 luglio 2004).

Per quanto attiene all’elemento psicologico del delitto sebbene non sia necessario un dolo specifico occorre tuttavia: “…non solo nella consapevolezza di pronunziare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone…” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 36602 del 13 ottobre 2010).

Come ha chiarito sempre la giurisprudenza poi “…non è necessario che la persona cui l’offesa è diretta sia nominativamente designata, essendo sufficiente che essa sia indicata in modo tale da poter essere individuata in maniera inequivoca…” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3900 del 26 aprile 1993). Questa sentenza viene “particolarmente utile” in materia di “fake news” diffuse a mezzo social. in quanto, molto spesso, coloro che diffondono tali notizie, contestualmente, “insultano” e “diffamano” chi si oppone alle loro teorie (si pensi in questi giorni agli attacchi dei no-vax contro i virologi ed i medici che sostengono l’importanza dei vaccini), ma sono convinti di non incorrere nel delitto de quo non nominando espressamente le persone, ma sostituendo i nomi con “nomignoli” che in realtà non “schermano” per nulla l’identità del “bersaglio” delle offese (per esempio un virologo, molto noto alle cronache per aver intrapreso da tempo una battaglia contro le “fake news” in campo medico, viene spesso etichettato dai suoi detrattori come “BuBu”, pensando che mediante l’uso di questo “nomignolo” vadano esenti da responsabilità penale, ma è evidente che, sulla base del contenuto dei “post” è perfettamente individuabile l’oggetto delle offese).

Come si è già detto innanzi, in tema di diffamazione, di per sé, la verità o veridicità delle frasi proferite non costituisce scriminante, eccezion fatta, come visto, per i casi espressamente previsti dall’art. 596 c. 2 e 3 c.p., in realtà la giurisprudenza, in materia di frasi asseritamente o potenzialmente diffamatorie, quando esse siano inserite nell’ambito del cd. diritto di cronaca (e dei collegati diritti di critica e satira) ritiene che la “verità della notizia esposta” possa, entro certi limiti, scriminare l’offesa alla reputazione e mandare indenne da pena l’autore dell’articolo. Tale indirizzo giurisprudenziale è diretta applicazione del principio per cui i giornalisti sono i cd. “cani da guardia della democrazia” ovvero svolgono un insostituibile ruolo nell’informare l’opinione pubblica anche di fatti gravi (per es. la condanna per corruzione di un politico, episodi di pedofila ecc.), tanto che deve riconoscersi un vero e proprio “diritto di cronaca”, come tale, scriminabile ex art. 51 c.p..

Secondo la giurisprudenza di legittimità (orientamento ormai costante), ai fini della configurabilità dell’esercizio del diritto di cronaca (di critica e di satira) come scriminante nel delitto di diffamazione, il contenuto di un articolo o comunque di uno scritto deve rispettare, contestualmente tre principi:

  1. Il principio della Verità che trova la sua realizzazione nella piena corrispondenza rigorosa dei fatti accaduti con quelli narrati, secondo il principio della verità:

  2. Il principio della Pertinenza ovvero che esista un oggettivo interesse per l’opinione pubblica alla conoscenza dei fatti narrati

  3. Il principio della Continenza che si realizza con la “correttezza” e nella “compostezza” del modo con cui i fatti vengono riferiti in modo che vengano evitate gratuite aggressioni all’altrui reputazione.

(ex plurimis Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2113 del 6 marzo 1997).

Tra i tre “enucleati” dalla giurisprudenza il principio della “Verità” della notizia è quello che maggiormente si presenta di immediato interesse per la tematica delle “fake news” perché appare del tutto evidente che le notizie false, violando tale principio, non potranno mai essere scriminate sulla base del diritto di cronaca, eppure il problema non è di così facile soluzione perché, come si è visto innanzi, che vi sono vari “livelli” e “modi” di “falsificazione” della realtà e, inoltre, spesso, in materia di “fake news”, soprattutto quando esse si innestino in una più ampia “narrazione” complottistica, si cerca di affermare che è proprio la “fake news” ad essere la verità”.

Secondo la giurisprudenza per «verità» in tema di diffamazione ”…deve intendersi la sostanziale corrispondenza (adaequatio) tra fatti come sono accaduti (res gestae) e i fatti come sono narrati (historia rerum gestarum). Solo la verità come correlazione rigorosa tra il fatto e la notizia soddisfa alle esigenze dell’informazione e riporta l’azione nel campo dell’operatività dell’art. 51 c.p., rendendo non punibile (nel concorso dei requisiti della pertinenza e della continenza) eventuale lesione della reputazione altrui. Il principio della verità, quale presupposto dell’esistenza stessa del diritto di cronaca oltreché del suo legittimo esercizio, comporta, come suo inevitabile corollario, l’obbligo del giornalista, non solo di controllare l’attendibilità della fonte, ma altresì di accertare la verità della notizia, talché solo se tale obbligo sia stato scrupolosamente adempiuto, l’esimente dell’art. 51 c.p. potrà essere utilmente invocata…” (Cfr. Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7632 del 6 luglio 1992).

Come indicato innanzi nella sentenza 7632 del 1992 non basta affermare di aver controllato l’attendibilità delle fonti per soddisfare il principio di “Verità” ma occorrerà accertare la verità della notizia al di là della mera fonte, cosicché l’autore della notizia non potrà invocare a sua scriminante la circostanza che, ad esempio, la notizia sia già stata riportata da un giornale o diffusa per esempio da uno scienziato (se la notizia riguarda materie scientifiche) o da un economista o da un politico se la notizia riguarda i loro settori di competenza.

Sempre in tema di controllo delle “fonti” la giurisprudenza ha rimarcato che per ritenere “attendibile” il soggetto che fornisce una determinata notizia è sempre “…necessario accertare l’identità di tale persona, le funzioni ricoperte, la concreta possibilità per la stessa di essere a sicura conoscenza dei fatti” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7252 del 24 giugno 1992). Corollario della necessità di identificazione dell’autore della notizia è che non sarà mai invocabile la scriminante del diritto di cronaca quando la fonte resta anonima perché essa non assicura la reale possibilità di controllare l’attendibilità della fonte stessa e la veridicità della notizia (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5545 del 12 maggio 1992).

La verifica delle fonti ed il principio di “verità” sono un argomento particolarmente importante e delicato quando si parla di “fake news diffuse a mezzo internet”, perché il Web è un luogo ove si possono trovare le più svariate fonti di notizie, ma non tutte hanno la stessa “attendibilità” e ciò si vede chiaramente in questi tempi laddove, per esempio, le notizie diffuse dai cd. no-vax vengono accompagnate dalla citazione di “apparenti” ricerche scientifiche che, invece, ad un attento controllo si rivelano essere mere opinioni personali (sebbene anche di scienziati e medici) del tutto sfornite della benché minima “ricerca scientifica” a loro conferma. In materia scientifica, infatti, non esiste il cd. “Principio di Autorità” ovvero l’assunto per cui le affermazioni di un luminare in una data branca scientifica, di un famoso scienziato e finanche di un premio Nobel sol perché da lui sostenute non debbano essere sottoposte alla cd. “peer review” ovvero alla procedura di valutazione e di controllo dei dati posti alla base delle affermazioni (di regola la “peer rewiew” segue la pubblicazione di un articolo scientifico su una rivista e vedremo che nel mondo delle fake news anche questo sta diventando un problema). Facendo un esempio l’affermazione fatta in un articolo di giornale che “il dott. Tizio è un ignorante perché è a favore dei vaccini ed invece essi causeranno la morte entro due anni della maggioranza delle persone come dice il prof.. Tal dei Tali esimio professore universitario e premio Nobel” (affermazione purtroppo realmente circolante anche se sembra che il citato Nobel non l’abbia mai detta), non soddisfa il Principio di Verità perché infatti la circostanza che un valente scienziato possa affermare che “i vaccini causeranno la morte” senza alcuna pubblicazione scientifica a sostegno di essa non può essere di per sé presa come “notizia attendibile e dunque vera” e poter scriminare l’eventuale affermazione che un altro scienziato che sostiene il contrario sia “un ignorante”.

In relazione alla fonte cd. “autorevole” tuttavia la giurisprudenza sembra non aver compreso che la “competenza” in un dato campo (soprattutto a livello scientifico) persino se riconosciuta a livello internazionale non dovrebbe “di per sé” esimere da un lato “l’esperto” dal motivare sulla base di precisi riferimenti scientifici le sue asserzioni e dall’altro il giornalista che voglia citare, come “fonte” del suo articolo, le dichiarazioni del suddetto esperto dal “verificare” lui stesso se esse sono conformi a quanto stabilito dalla comunità scientifica, soprattutto nel caso in cui esse se ne distacchino profondamente. Infatti la Cassazione, in tema di diffamazione a mezzo stampa, ha ritenuto che “”… integra l’esimente putativa dell’esercizio del diritto di cronaca (art. 51 c.p.) il controllo della notizia attraverso il riferimento a fonti di sicura qualità ed affidabilità, che trova attuazione allorché il giornalista, prima di pubblicare la notizia di un determinato fatto, avente natura di pubblico interesse, provveda ad intervistare in ordine allo stesso un soggetto particolarmente qualificato, in virtù della qualità istituzionale rivestita, il quale, nell’esprimere la propria opinione dia implicitamente per pacifico il fatto stesso, in tal caso, sempre secondo la giurisprudenza il riferimento a fonte attendibile ed autorevole rappresenta, infatti, attuazione dell’obbligo di controllo sulla verità della notizia percepita, quale esigibile dal giornalista, e correlativamente integra, sussistendo gli altri requisiti della pertinenza e della continenza, gli estremi di un incolpevole ed involontario errore percettivo del giornalista sulla corrispondenza al vero del fatto esposto che determina l’esenzione da responsabilità””. (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 37435 del 23 settembre 2004). Il problema (ed il limite) di questo arresto giurisprudenziale è proprio nel fatto che per la Suprema Corte sarebbe sufficiente che “l’esperto” dia “implicitamente per pacifico il fatto stesso”, orbene come si è detto anche il massimo esperto in un campo scientifico che faccia un’affermazione (es. “i vaccini causano più miocarditi del virus SarsCov2”) deve fornirne prova ad esempio citando la ricerca che avalla le sue affermazioni (non si può dire “è così perché lo dico io che sono esperto”) soprattutto quando le ricerche scientifiche reali dicono il contrario. La problematica è tutt’altro che “teorica” ed astratta perché in questo periodo, soprattutto in relazione alla tematica dei vaccini, vi sono numerosi soggetti che hanno anche una loro “autorevolezza”, per esempio in campo medico o scientifico, che stanno rilasciando interviste e dichiarazioni tese a “criminalizzare” i vaccini e di conseguenza a diffamare coloro che ne sostengono l’utilità arrivando ad ipotizzare interessi economici occulti o dicendo che chi sostiene i vaccini è un incompetente.

Riguardo alle “fonti su internet” e sul “livello” di controllo su di esse, la giurisprudenza, peraltro, ha già avuto modo di chiarire come esse non sono tutte uguali. Secondo la Suprema corte infatti “…In tema di diffamazione a mezzo stampa o mediante pubblicazioni di tipo giornalistico “on line”, ai fini della configurabilità della scriminante putativa del diritto di cronaca o di critica, non è sufficiente, ai fini dell’adempimento dell’onere di verifica dei fatti riportati e delle fonti, la consultazione dei più noti motori di ricerca e dell’enciclopedia web “Wikipedia”, trattandosi di strumenti inidonei a garantire la necessaria completezza informativa…”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 38896 del 20 settembre 2019).

La verifica della fonti se, come detto, da sola, non esaurisce l’onere di accertare la “verità o quantomeno la veridicità dei fatti esposti, sicuramente costituisce un presupposto ineludibile nella valutazione della condotta dell’autore del reato di diffamazione quando la notizia o lo scritto si siano rivelati falsi (nella molteplicità delle accezioni sin qui viste) e così in materia di critica “storica” la giurisprudenza ha affermato che “…l’esercizio del diritto di critica storica postula che l’autore utilizzi fonti attendibili e verificabili, segua un percorso logico non pretestuoso e si esprima con termini appropriati e continenti, non assumendo, invece, rilievo in sede penale la completezza delle fonti bibliografiche compulsate, né la perspicacia dei giudizi formulati…”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 42755 del 17 ottobre 2019).

Tra le forme di “falsificazione” delle notizie la giurisprudenza ha precisato che vi rientra anche il “modo” in cui viene “veicolata” la notizia specificando che “…ai fini della sussistenza dei requisiti della scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca, occorre avere riguardo non solo alla verità del fatto narrato, ma anche alle modalità con cui la notizia viene offerta (commenti, aggiunte, insinuazioni) dal giornalista, che sono suscettibili di deformare la verità stessa.”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10257 del 27 ottobre 1992). Questa sentenza appare estremamente importante per quanto si è detto innanzi sulle “fake news” che possono consistere nella manipolazione di notizie vere che vengono “deformate” a tal punto che, alla fine, il messaggio (falso) che “passa” è totalmente “distante” dall’informazione originaria (vera) da cui l’autore è partito.

Sempre in materia di “manipolazione” delle notizie e quindi della loro “falsificazione”, premesso che un giornalista o comunque l’autore di uno scritto con cui si vuole diffondere una notizia, può fare “accostamenti” tra diverse notizie vere in un medesimo scritto, tuttavia la loro “combinazione” non deve determinare un risultato ulteriore (diverso, in sostanza, dalla semplice somma delle stesse) che “trascenda” la notizia stessa e che, pertanto, si riveli “falso” nella misura in cui si “attribuisca” al soggetto un “pensiero” diverso da quello reale ovvero dia una rappresentazione degli accadimenti diversa da quella realmente verificatasi. Secondo la giurisprudenza quando ciò avviene occorre, pertanto, fare riferimento al risultato che il detto accostamento determina e, qualora esso consista in un mero corollario o dato logico, pur insinuante e suggestivo, l’effetto denigratorio è da escludere. Viceversa, ove l’effetto consista in una notizia sostanzialmente nuova, grava sul giornalista l’onere di accertarne la rispondenza al vero. (Fattispecie in cui l’articolo oggetto della contestazione era stato frutto di accostamenti tra alcune affermazioni rese sul blog dalla persona offesa e l’esistenza di criminalità nella città di Brindisi, con l’effetto di aver determinato in concreto l’attribuzione alla P.O. di opinioni e giudizi sui cittadini della città di Brindisi che invece non risultava aver espresso) (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 22193 del 8 maggio 2017 e nello stesso senso Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3236 del 24 marzo 1995).

In ordine alla “deformazione della realtà” la Cassazione ha affermato, poi, che una notizia “”…non può ritenersi fedele al requisito della veridicità dei fatti qualora la ricostruzione degli avvenimenti avvenga in modo da travisare la consecuzione degli stessi, omettendo il riferimento di fatti rilevanti nella proposizione delle notizie e, per contro, proponendone taluni in una luce artificiosamente emblematica, al di là della loro obiettiva rilevanza, in modo da tentare di indirizzare il giudizio del lettore.”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 15176 del 23 aprile 2002), ovvero anche l’artificiosa costruzione di una “consecutio” degli avvenimenti diversa da quella che è stata la reale scansione temporale degli stessi (ed anche l’omissione di alcuni di essi) può “violare” il principio di “verità” e quindi integrare il concetto di “falsità”.

Si è già parlato in principio di una notizia falsa perché corredata di una foto totalmente “svincolata” dal contenuto (notizia manipolata) e, proprio in materia di diffamazione la giurisprudenza ha preso in considerazione tale fenomeno per affermare che “…non ricorre l’esimente del diritto di cronaca nel caso in cui si pubblichi una notizia in sé vera, relativa ad un grave fatto di sangue, corredandola della foto di una persona estranea ad esso, in quanto l’ambito di operatività di detta esimente è circoscritto al contenuto dell’articolo ovvero a fatti di cronaca diligentemente e professionalmente valutati nella loro verità, e non può certamente estendersi sino ad escludere l’antigiuridicità del fatto ulteriore consistito nella pubblicazione della foto sbagliata, la cui capacità lesiva è indubbia ed, in quanto tale, idonea ad integrare l’elemento oggettivo del delitto di diffamazione…” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 36283 del 14 settembre 2004). Questa sentenza al pari di altre in materia di diffamazione ci consente di approfondire il concetto di “fake news” nella giurisprudenza e si può ritenere estensibile ad altre fattispecie come per esempio quella dell’art. 656 c.p. quando si cerchi di delimitare il concetto di “falsità” della notizia.

Un problema in relazione al delitto di diffamazione e, più in generale, a quello delle false notizie si può porre per il cd. “diritto di satira”, questo perché nella pratica accade che molte testate online, blog o gruppi sui social dediti sistematicamente alla disinformazione ed al cd. “avvelenamento dei pozzi” se si va a vedere nelle informazioni che forniscono sulla loro attività si definiscono spesso “riviste satiriche” o “gruppi dediti alla satira” ma di fatto i messaggi e le notizie da loro diffuse non hanno nessuna “intenzione” satirica. In materia la giurisprudenza ha chiarito che “….In tema di diffamazione a mezzo stampa, l’esimente del diritto di critica nella forma satirica sussiste quando l’autore presenti, in un contesto di leale inverosimiglianza, di sincera non veridicità finalizzata alla critica e alla dissacrazione di persone di alto rilievo, una situazione e un personaggio trasparentemente inesistenti, senza proporsi alcuna funzione informativa, e non quando si diano informazioni che, ancorché presentate in veste ironica e scherzosa, si rivelino storicamente false…(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 34129 del 26 luglio 2019). Come si vede i Giudici della Suprema Corte hanno correttamente distinto la “satira” che si ha quando la notizia sia connotata da “leale inverosimiglianzaesincera non veridicità” ovvero sia esposta in modo tale che il messaggio veicolato non possa mai essere “frainteso” e ritenuto “vero” dalla circostanza in cui la notizia presenti una “funzione informativa” sebbene in veste scherzosa che non può essere scriminata come satira se veicola un messaggio falso.

Va detto che non vi sono dubbi, ormai, che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di social network integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c. 3 c.p., in quanto siamo in presenza di un’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa. Come ha chiarito la Cassazione infatti “”…sebbene la condotta in tal modo realizzata sia potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico. Nel caso di specie si trattava di un messaggio “postato” sulla bacheca di “Facebook” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4873 del 1 febbraio 2017).

Conseguenza del fatto che i social network non sono considerati “stampa” è che la tutela di essi non trova il limite costituzionale dell’art. 21 c. 3 e 4 Cost. sul sequestro della “stampa” ed infatti come ha chiarito la Cassazione “…è legittimo il sequestro preventivo di un “blog” che integra un “mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, per cui non trova applicazione la normativa di rango costituzionale e di livello ordinario che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico, che rimane riservata, invece, alle testate giornalistiche telematiche” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 27675 del 20 giugno 2019).

In ordine alla “consumazione” del delitto di diffamazione su “internet” secondo la Cassazione, trattandosi di reato di evento, esso si verifica nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono le espressioni offensive e quindi, “”…nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state inserite in un messaggio di posta elettronica diretto a più destinatari, non è sufficiente il mero inserimento nella rete, ma occorre quanto meno la prova dell’effettivo recapito dello stesso, ovvero che il messaggio sia stato “scaricato” mediante trasferimento sul dispositivo del destinatario.”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 55386 del 11 dicembre 2018). Sempre in relazione all’immissione di scritti o immagini lesivi dell’altrui reputazione nel sistema “internet”, deve evidenziarsi che molto spesso i “server” sui quali viene immesso lo scritto lesivo si trovano all’estero. In tal caso la Cassazione applicando sempre il principi per cui il delitto di diffamazione almeno una seconda persona “percepisce il messaggio” ha affermato che “…qualora l’immissione sia avvenuta all’estero, trova applicazione, ai fini della perseguibilità del reato in Italia, la regola dettata dall’art. 6, comma secondo, c.p., dovendosi intendere come “evento” del reato la percezione del messaggio diffamatorio nel territorio nazionale da parte di una indistinta generalità di soggetti abilitati ad accedere al sistema “internet”, nulla rilevando che tra costoro vi sia o possa esservi lo stesso soggetto diffamato” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4741 del 27 dicembre 2000).

Deve comunque evidenziarsi che oltre all’orientamento giurisprudenziale secondo cui la competenza per territorio si determina sulla base del luogo dove viene “percepita l’offesa” vi è un diverso orientamento secondo il quale “…la competenza per territorio, per il reato di diffamazione commesso mediante la diffusione di notizie lesive dell’altrui reputazione allocate in un sito “web”, va determinata in forza del criterio del luogo di domicilio dell’imputato, in applicazione della regola suppletiva stabilita dall’art. 9, comma secondo, c.p.p.”(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2739 del 26 gennaio 2011).

Una particolare “forma” del reato di diffamazione è quella relativa alla diffusione di notizie false “in forma dubitativa” con il chiaro intento di aggirare la norma. In relazione al tali notizie false la giurisprudenza ritiene che “”la pubblicazione di una notizia falsa ancorché espressa in forma dubitativa, può ledere l’altrui reputazione allorché le espressioni utilizzate nel contesto dell’articolo siano ambigue, allusive, insinuanti ovvero suggestionanti, e perciò idonee ad ingenerare nella mente del lettore il convincimento della effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati, con la conseguenza che tale indagine è rimessa al giudice di merito e se giustificata da adeguata motivazione è incensurabile in sede di legittimità.”” (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 45910 del 19 dicembre 2005 e nello stesso senso Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8848 del 5 agosto 1992).

di Stefano Latorre, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sondrio

Tratto da Spunti di riflessione di diritto penale, parte VIII. Leggi le parti I, II, III, IV, V, VI,VII su https://lamagistratura.it/penale-e-sorveglianza/le-fake-news-al-tempo-della-pandemia/

In foto: Sandro Botticelli, La calunnia, Galleria degli Uffizi, Firenze.