Aspettando Godot: PNRR e Giustizia

Durante la -ancora attuale- pandemia della Giustizia, i Magistrati hanno fatto fieri la loro parte, lavorando con dedizione, fedeltà e coerenza, nonostante la drammatica penuria di risorse umane e materiali, finanziarie e informatiche, carichi di lavoro inesigibili e aule giudiziarie insicure, quando non in stanze virtuali, rese poco ospitali da una rete ministeriale singhiozzante e priva di efficiente assistenza, animati da una fiduciosa speranza in attesa del Recovery della Giustizia.

“Niente da fare!”

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato il 26 aprile 2021 dal Parlamento, è stato definitivamente promosso dal Consiglio dell’Unione Europea che con decisione del 13 luglio ha recepito la proposta della Commissione. Come noto, il PNRR italiano del Recovery Plan europeo “Next Generation EU” contempla 151 investimenti e 63 riforme cui sono destinate risorse finanziarie per un totale di 191,5 miliardi (d’ora in poi mld) finanziati attraverso il RFF (Dispositivo per la Ripresa e Resilienza), di cui 68,9 di sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 di prestiti a tasso agevolato, cui si aggiungeranno i fondi del REACT EU e ancora, della programmazione nazionale di bilancio e dei fondi SIE/PON e FEASR, già co-finanziati da risorse europee, per un investimento complessivo di circa 300 mld.

Il governo italiano con un piano articolato in sei missioni[1] si è impegnato a realizzare entro la metà del 2026 un PIL lordo di almeno 3,6 per cento più alto rispetto all’andamento tendenziale con una occupazione di quasi 3 punti percentuali più elevata, stimando che una riduzione della durata dei procedimenti civili in tutti i gradi di giudizio del 50 per cento possa accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere di circa il 10 per cento e a livello aggregato incrementare la produttività dell’economia italiana dell’1,6 per cento, atteso che una giustizia più rapida e di qualità stimola gli investimenti (cfr. p. 59).

“Niente da fare!”

L’ottimistica ricerca della Giustizia attraverso il Recovery Plan italiano approda tra le pieghe delle missioni “M1” e “M2”, ove finalmente se ne rinviene, per vero, una fievole traccia: nella componente della missione “M1” “M1C1” per la digitalizzazione nella PA dal valore di 10,01 mld, è inserito l’intervento “M1C13” che destina alla digitalizzazione nella Giustizia la modesta somma di 2,3 mld, mentre, solo all’interno della missione “M2” e della sua componente “M2C3” destinata alla efficienza energetica e riqualificazione degli edifici dal costo totale di 11,49 mld, è previsto uno specifico intervento “M2C31.2” di “efficientamento degli edifici pubblici” che, a sua volta, contempla uno stanziamento di 430 milioni per gli edifici giudiziari, per un totale di circa 2,8 mld.

L’agognato Recovery della Giustizia italiana delude ma non meraviglia.

Emerge infatti dalla lettura dei numeri del piano che dei complessivi 191,5 mld da impiegare entro l’orizzonte temporale del 30 giugno 2026, quasi 2,8 sono assegnati alla amministrazione giudiziaria, il che equivale a dire che la riforma della giustizia vale poco più dell’1,4% della complessiva spesa programmata, secondo un trend di politica finanziaria ormai costante, che mostra come lo stanziamento dei fondi per la Giustizia nel bilancio dello Stato per l’anno 2021 ammonti all’1,2% della spesa totale, in decrescita rispetto agli ultimi esercizi dove rappresentava circa l’1,3%!

La Giustizia continua ad essere così la cenerentola dello Stato, a dispetto delle pur pregevoli mire del governo. Il Presidente Draghi, nel suo noto intervento di insediamento al Senato, aveva esaltato la centralità della riforma della Giustizia quale volano della ricostruzione economica del Paese, annunciando un programma ambizioso di riforme e investimenti che ponesse al centro il fattore tempo, secondo il noto brocardo anglosassone per cui giustizia ritardata è giustizia denegata, con l’obiettivo fondamentale della riduzione della durata dei procedimenti civili e penali sia per una migliore percezione della qualità delle decisioni da parte dei cittadini sia per favorire lo sviluppo economico delle imprese e delle famiglie sia infine per favorire la repressione della corruzione (cfr. p. 58).

Cinque sono le direttrici lungo le quali si muove il PNRR cui corrispondono altrettanti ambiti di intervento prioritari: -interventi organizzativi e Ufficio per il processo; -riforma del processo civile e Alternative Dispute Resolution (ADR); -riforma della giustizia tributaria; -riforma del processo penale; -riforma dell’Ordinamento giudiziario (cfr. p.62). In sintesi, il PNRR contempla interventi sia organizzativi sia procedurali incidenti sotto diversi aspetti e in diversi settori sulla organizzazione della macchina giudiziaria e amministrativa al declamato fine di migliorarne l’efficienza e ridurne i tempi e, in particolare, abbattere del 25% la durata dei procedimenti penali e del 40% la durata di quelli civili entro il 30 giugno 2026. Gli interventi programmati nel piano si snodano lungo vari livelli: – la riforma del processo civile con l’estensione del ricorso agli strumenti alternativi al giudizio (ADR), la modifica del rito ordinario di cognizione con una maggiore concentrazione delle attività preparatorie ed introduttiva e il potenziamento della fase decisoria, l’estensione del processo telematico anche alla Corte di Cassazione e al Giudice di Pace e la stabilizzazione dei modelli di udienza da remoto e mediante trattazione scritta, la velocizzazione delle procedure esecutive e di escussione delle garanzie e, infine, la unificazione dei riti in materia di famiglia e persone[2]; –la riforma della giustizia tributaria e la riduzione del contenzioso in Cassazione[3]; –la riforma del processo e del sistema sanzionatorio penale con il potenziamento e la diffusione dello strumento digitale per il deposito di atti e talune comunicazioni e notificazioni e la revisione del processo in assenza, la rimodulazione dei termini di durata delle indagini preliminari e la previsione del controllo giurisdizionale sulla data di iscrizione della notizia di reato e nei casi di stasi del procedimento, con la adozione di misure per promuovere l’organizzazione, la trasparenza e la responsabilizzazione dei soggetti coinvolti nelle indagini, la calendarizzazione e la semplificazione della istruzione dibattimentale, l’ampliamento dell’ambito di applicazione degli istituti di giustizia riparativa, con particolare riferimento a quelli di cui agli artt. 131 bis e 162 ter c.p., e della procedibilità su querela dei reati, l’incremento del ricorso ai riti alternativi, la definizione dei termini di durata dei processi e la previsione di criteri legali di priorità nell’esercizio dell’azione penale e, ancora, lo snellimento del giudizio di appello e l’ampliamento dei casi di inappellabilità delle sentenze[4]; -e infine, la riforma dell’Ordinamento giudiziario articolantesi in innovazioni sulla organizzazione dell’attività giudiziaria e interventi incidenti sulla gestione delle risorse umane, con particolare riguardo alla disciplina delle nomine a uffici direttivi e semi-direttivi e al sistema elettorale dell’organo di autogoverno[5].

“Niente da fare!”

Cionondimeno, si tratta di riforme eminentemente a costo zero e, probabilmente, da attuare già prima e a prescindere dal sostegno economico europeo, mentre sono assenti le vitali riforme da finanziare che avrebbero dovuto essere il vero ed essenziale fulcro del PNRR. Se è vero, infatti, che una Giustizia ritardata rischia di essere denegata, è, del pari, incontrovertibile che una Giustizia non finanziata rischia di essere non solo denegata a fronte delle istanze di tutela dei diritti dei cittadini e della lotta alle mafie e alla illegalità ma anche –e più gravemente- offensiva della garanzia costituzionale della Autonomia e Indipendenza della Magistratura specie se -come pure emerge dalla trama degli interventi normativi che dal PNRR va delineandosi- su quest’ultima si facciano ricadere le responsabilità dei tempi della Giustizia[6].

Nel PNRR italiano mancano, infatti, quegli indispensabili interventi che, in una attesa quasi infinita, non sono più differibili ove si voglia seriamente risolvere le croniche criticità della Giustizia italiana, rese solo più acute dalla pandemia giudiziaria, fattori di freno della efficienza e tempestività del processo italiano, ma anche e soprattutto concrete minacce alla qualità della Giurisdizione e all’Indipendenza della Magistratura.

Interventi, senza i quali la Giustizia, ancorché riformata, continuerà ad essere inesorabilmente denegata.

Il Recovery Plan non contempla, tanto per iniziare, alcun intervento per far fronte alle drammatiche scoperture di organico del personale di magistratura, sia pure con la manifesta consapevolezza della insufficienza del numero dei magistrati italiani, nettamente inferiore in percentuale rispetto alla media dei paesi europei. Il principio di addizionalità in virtù del quale gli stanziamenti europei non devono essere destinati a coprire spese correnti, salvo “casi debitamente giustificati “[7], non deve impedire di considerare che la scopertura di organico del personale di magistratura è oggi del 13% circa e in crescita: infatti, su 9.100 magistrati ordinari, a fronte di un organico complessivo di 10.751, si registra una vacanza di organico di 1313 unità e 534 posti da coprire con nuovi concorsi. L’anno 2020 era iniziato con la nomina di 251 magistrati ordinari attualmente in tirocinio e al febbraio 2021 risale il DM con cui sono stati nominati 285 magistrati che, iniziato il tirocinio, saranno verisimilmente immessi in servizio non prima della fine del 2022. Non sono stati banditi altri concorsi dopo che finalmente le prove scritte dell’ultimo concorso bandito nel lontano 2019 per 310 posti, già rinviato a causa della pandemia, sono state espletate a luglio, ancorché con modalità tutt’altro che rasserenanti in ordine ad una corretta selezione dei più meritevoli, mentre il nuovo bando di concorso a 360 posti, annunciato dalla ministra Cartabia in un suo recente intervento, ad oggi, non risulta ancora pubblicato.

E’ dunque di lapalissiana evidenza che, se non verranno banditi nell’immediato nuovi concorsi e non saranno a breve coperte le drammatiche e crescenti scoperture di organico, tenuto conto anche delle centinaia di magistrati collocati a riposo o fuori ruolo, con naturale prevedibile rallentamento della mobilità e impossibilità dei magistrati di prima nomina di raggiungere le sedi di appartenenza, di qui a un biennio l’affresco sarà a dir poco disastroso[8].

D’altro canto, non possono essere considerati rassicuranti quei provvedimenti, pure evocati nel Recovery Plan, quali l’“incremento della dotazione organica” dei magistrati di 600 unità, come pure l’istituzione delle piante organiche flessibili distrettuali, in luogo della figura del magistrato distrettuale, per far fronte alle “criticità di rendimento” di taluni uffici giudiziari sulla base di indicatori quali l’accumulo di pendenze, l’arretrato civile e il turn over, ovvero alla sostituzione di magistrati assenti (cfr. p.60).

Deve infatti rammentarsi che: -il citato aumento di ruolo organico risale all’art. 1, co. 379, della legge n. 145/2018, in virtù della quale sono state rideterminate, con decreti ministeriali del 17.4.2019 e del 14.9.2020, le piante organiche degli uffici di legittimità e poi di merito, sicché tale rideterminazione organica non può che muoversi negli angusti limiti dell’aumento di ruolo organico risalente, come detto, al 2018; – e, d’altro canto, la istituzione di un contingente organico flessibile di 176 magistrati su base nazionale, quale individuato con decreto ministeriale del 2.11.2020, attende di essere verificata sia nella sua intrinseca coerenza rispetto ai citati indicatori ministeriali sia nella sua effettiva adeguatezza ad alleviare la significativa sofferenza in cui versino determinati uffici giudiziari, senza trascurare che il numero di magistrati da destinare alle piante organiche flessibili non può essere accresciuto, in un quadro di risorse invariato[9]. Last but non at least, non è più rinviabile un intervento di revisione della geografia giudiziaria, la cui riforma risale al 2012, che esigerebbe una scientifica mappatura degli uffici giudiziari di tutto il territorio nazionale e dei relativi organici, con una adeguata rideterminazione delle relative dotazioni per una più equa allocazione delle risorse al fine di realizzare un migliore e più prossimo sistema di accesso alla giustizia e una più effettiva tutela del diritto costituzionale di difesa dei cittadini. A tal proposito, sarebbe utile partire dai dati elaborati dalla relazione finale elaborata dalla commissione ministeriale istituita il 12.8.2015 sul riordino della geografia giudiziaria nonché dalle rilevazioni e analisi statistiche effettuate anche dalla Anm, in una rinnovata proficua reciproca e leale collaborazione istituzionale.

In sintesi, se all’aumento del ruolo organico del personale di magistratura non corrisponderà una effettiva copertura delle vacanze, la via della attesa si farà costellata di vuoti desolanti proclami, perché la Giustizia amministrata in nome del Popolo italiano, ancorché riformata, continuerà a non poter dare le risposte che le domandano i cittadini e le imprese.

Altro tema dolente è costituito poi dalle scoperture di organico del personale amministrativo della Giustizia che sono, come noto, allarmanti: a fine 2020, la scopertura era infatti del 26,19% in aumento rispetto all’anno precedente. A tal proposito, nel PNRR un ruolo centrale è rivestito dall’Ufficio per il processo (UPP) che, introdotto in via sperimentale, dal D.L. n. 90/2014 conv. in L. 114/2014, allo scopo di “affiancare al giudice un team di personale qualificato di supporto, per agevolarlo nelle attività preparatorie del giudizio, con l’obiettivo di offrire un concreto ausilio alla giurisdizione così da poter determinare un rapido ed immediato miglioramento della performance degli uffici giudiziari“, viene ora potenziato mediante un piano straordinario di reclutamento di personale amministrativo a tempo determinato di 16.500 laureati in scienze giuridiche e economiche che andrà a costituire un contingente di supporto al giudice, cui si aggiungeranno le assunzioni con contratto triennale di 5.350 unità di personale con profili professionali tecnico specialistici (ingegneri, tecnici IT e addetti all’inserimento dati) al fine di accompagnare gli uffici giudiziari nel processo di trasformazione tecnologica e digitale (cfr. p. 105)[10]. L’UPP, che costituirà per i suoi giovani membri titolo di preferenza nelle successive procedure concorsuali per l’assunzione di personale amministrativo a tempo indeterminato, nonché titolo di accesso al concorso per magistrato ordinario (p.62), si candida quindi ad essere lo strumento principale del PNRR per la realizzazione dei target finali di smaltimento dell’arretrato, riduzione dei tempi dei procedimenti e superamento delle disparità di funzionamento delle diverse corti del territorio nazionale entro il disposition time del 30 giugno 2026.

Sennonché, la Giustizia ha bisogno di interventi strutturali, non di soluzioni tampone: a mente del PNRR, solo “laddove possibile” tale struttura organizzativa sarà stabilizzata, sicché l’UPP si connota di precarietà, vieppiù ove si consideri che le assunzioni saranno ripartite in due brevi cicli, da due anni e sette mesi il primo, e due anni il secondo, e, se pure le assunzioni del primo ciclo saranno completate –come programmato- entro la fine del 2021, dovendo poi i giovani laureati essere formati, l’UPP non potrà ragionevolmente essere pienamente operativo dal febbraio 2022 e, anzi, all’alba della primavera del 2026 potrebbe vedere svanito il miracolo atteso, prima ancora che quello si manifesti!

Ad ogni modo, può davvero reputarsi risolutivo per una Giustizia efficiente e affidabile, un intervento che coadiuvi il giudice con uno staff a tempo di giovani giuristi a supporto della ricerca giurisprudenziale o della preparazione della decisione, anziché consentirgli di lavorare in serenità e di qualità, dotandolo di adeguate risorse umane e materiali, digitali e informatiche, rendendo i carichi di lavoro esigibili e sicure le sue condizioni di lavoro? O, invece, frammentando il processo giurisdizionale come in una catena di montaggio, il giudice finirà per essere privato del suo rapporto con il fatto in una dannosa deriva burocratica e produttivistica?

Per altro verso, la digitalizzazione della Giustizia cui il PNRR dedica la più gran parte delle risorse finanziarie assegnate alla Giustizia deve fare i conti con riforme ancora da completare e consolidare, perché la digitalizzazione è la chiave di volta della modernizzazione della Giustizia e una sfida da non mancare, come ha insegnato l’esperienza della pandemia durante la quale il ricorso alla giustizia digitale si è rivelato di preziosa utilità.

Il potenziamento delle risorse digitali destinate al settore giustizia è dunque un intervento necessario non solo in tempi di emergenza, ma anche a regime per migliorare l’efficienza della giustizia nel settore sia civile sia penale, atteso che è indispensabile sia per il buon corretto stabile funzionamento del PCT sia per il potenziamento del PDP e, finalmente, per il decollo del processo penale telematico con la dematerializzazione del fascicolo, senza trascurare la completa digitalizzazione e informatizzazione delle cancellerie e dell’UNEP. I ripetuti malfunzionamenti della consolle civile del magistrato e i costanti quotidiani disservizi che, come noto, hanno riguardato anche il PDP, tanto da essere stati positivizzati dal recente legislatore dell’emergenza con la (re)introduzione del deposito tradizionale degli atti in cancelleria, non solo nei casi di malfunzionamento del portale ma anche in “casi eccezionali”, rendono la giustizia digitale singhiozzante nel settore civile e evanescente in quello penale e costituiscono un grave limite al lavoro dei magistrati, con ricadute sui tempi della risposta giudiziaria, non di certo imputabili alla responsabilità dei primi. D’altro canto, proprio il consolidamento della disciplina processuale emergenziale nel settore civile (cfr. p. 66) rende sempre più urgente una implementazione delle risorse digitali e informatiche, con una più capillare rete di assistenza telematica e l’ausilio di figure professionali specifiche, mentre la remotizzazione dei servizi di assistenza voluta dal ministero presenta innegabili svantaggi di termini di malfunzionamento e di disaffezione con lo strumento telematico.

E’ dunque necessario un nuovo paradigma organizzativo e gestionale della giustizia digitale: occorre a livello sia centrale sia distrettuale non solo uno sviluppo uniforme dei sistemi informativi e della digitalizzazione ma anche una rete di adeguati e efficaci centri di assistenza agli utenti sia interni sia esterni. Quanto al settore penale, poi, come sopra detto, molto è ancora da fare e, anzi, proprio la recente previsione di una maggiore estensione dello strumento telematico per il deposito di atti e per le comunicazioni e notificazioni, se inaugura una nuova promettente via per ridurre la durata della fase introduttiva del giudizio, rischia però di essere un mero manifesto propagandistico, se non la si dota di una specifica previsione di spesa che, invece, è assente nel Piano (cfr. p. 96).

All’efficientamento degli edifici giudiziari, inoltre, il PNRR destina fondi per 230 milioni per la manutenzione degli edifici esistenti al fine di migliorare la efficienza energetica nonché ridurne l’impatto ambientale e aumentarne la sicurezza sismica (cfr. p. 156). Come noto, in molti uffici giudiziari del Paese l’edilizia è del tutto insufficiente, inadeguata e insicura: l’inadeguatezza degli spazi giudiziari, soprattutto laddove si traduce in mancanza di aule di udienze, di strutture per l’audizione protetta di minori, di idonei locali da adibire a sale di intercettazioni per la protezione dei dati sensibili, si è solo acutizzata a causa della pandemia giudiziaria, che ha mostrato l’impossibilità in molti casi di assicurare i parametri di sicurezza delle misure di contrasto al contagio da covid-19 per la tutela della salute dei lavoratori e degli utenti della giustizia, mentre ormai rappresenta una tra le cause croniche della lentezza dei processi.

Le risorse finanziarie destinate alla edilizia giudiziaria appaiono tuttavia del tutto insufficienti, sol se le si confronti con i ben più cospicui stanziamenti per l’edilizia scolastica ammontanti a 800 milioni di euro. Sarebbe stato, infatti, oltremodo necessario, a fronte della situazione drammatica in cui versa l’edilizia giudiziaria, un intervento finanziario di più ampia consistenza e di più stabile orizzonte teso ad una complessiva opera di riqualificazione e ammodernamento del patrimonio immobiliare della amministrazione della giustizia, previa una accurata stima degli edifici e aule su cui intervenire.

Come non osservare altresì che manca del tutto nel PNRR un piano di investimenti per la riqualificazione dell’edilizia penitenziaria italiana che esige una urgente opera di adeguamento agli standard europei quali prescritti all’Italia dalla Corte di Strasburgo nelle ripetute sentenze di condanna per violazione dell’art. 3 della CEDU inflitte al nostro paese, colpevole di un cronico e inumano sovraffollamento delle carceri, cui non si è ancora posto rimedio con le prescritte misure preventive e riparative, come testimoniano le sin troppo frequenti cronache di violenze e suicidi in carcere.

Imprescindibili sarebbero stati, pertanto, cospicui interventi finanziari, possibili ora anche grazie ai fondi europei, per la costruzione di nuove carceri e l’adeguamento di quelle esistenti, per la tutela dei diritti fondamentali convenzionalmente e costituzionalmente sanciti e in ossequio alla finalità rieducativa della pena di cui all’art. 27 Cost.

In conclusione, i target finali posti dal PNRR in termini di abbattimento dell’arretrato civile del 90% in tutti i gradi di giudizio e di riduzione dei tempi di durata dei procedimenti civili del 40% e di quelli penali del 25% da conseguirsi entro il 30 giugno 2026, rischiano di essere, a risorse umane invariate, illusori, oltre che pericolosi.

Illusori, perché non si può ragionevolmente pensare che lo smaltimento dell’arretrato e la riduzione dei tempi dei giudizi prescinda da interventi volti a incrementare le dotazioni alla Giustizia di risorse umane e materiali, come di infrastrutture digitali e sociali, e a ridurre i carichi di lavoro dei magistrati entro soglie di esigibilità, dovendo perseguirsi sì l’efficiente ma, anche e soprattutto, il corretto, affidabile e sempre qualitativamente migliore esercizio della giurisdizione.

Pericolosi, perché se l’ambizioso traguardo non sarà tagliato nei termini e tempi programmati dal governo e approvati dal consiglio europeo, il Paese rischia non solo una sospensione della erogazione dei contributi e prestiti, ma anche, in assenza di progressi concreti da parte dello Stato membro, un disimpegno del contributo finanziario[11].

Pericolosi, ancora, perché il mantra dell’efficientismo burocratico applicato alla giustizia non solo non si attaglia alla delicatezza della funzione giurisdizionale, ma annichilisce la qualità della giurisdizione e riduce inesorabilmente il livello di tutela dei diritti dei cittadini e della Democrazia.

[1] Le missioni sono: – “M1. Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura” cui sono allocate risorse per 43,55 mld; – “M2. Rivoluzione verde e Transizione ecologica” che vale 57,50 mld; -“M3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile” cui sono destinati 25,33 mld; – “M4 Istruzione e Ricerca” per 31,62 mld; – “M5 Inclusione e Coesione” finanziata da 17,87 mld; e infine – “M6. Salute” cui sono assegnate risorse per un totale di 15,63 mld.

 

[2] Cfr. Disegno di legge delega di riforma del processo civile n. 1662/2020 approvato dal Senato il 21.9.2021 recante “Delega al Governo per l’efficienza del processo civile e per la revisione degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e della famiglia, nonché in materia di esecuzione forzata”, reperibile su www.senato.it.

[3] L’orizzonte temporale fissato per la sua attuazione è il 31 dicembre 2022 (cfr. p. 69) ma il tema non è ancora nella agenda governativa, ancorché la Commissione interministeriale per la riforma della giustizia tributaria, all’uopo nominata, abbia approvato la sua relazione finale sin dal 30 giugno 2021.

[4] Il piano ha previsto l’istituzione di tre sottocommissioni in materia e ha fissato i tempi di attuazione della riforma al settembre 2021 per le leggi delega e al settembre 2022 per i decreti attuativi. La legge delega di riforma del processo penale ( AS 2353) è stata approvata il 23.9.2021 dal Senato, nel testo già approvato dalla Camera il 3.8.2021 -reperibile su www.temi.camera.it- dopo un acceso dibattito che ha visto anche l’intervento critico della Anm (cfr. i lavori del Cdc del 11 e 12 settembre 2021), con particolare riguardo al nodo della improcedibilità (cd. prescrizione processuale) per superamento dei termini di durata massima dei giudizi di impugnazione, proclamata dal Governo come misura di accelerazione dei processi penali al fine di assicurarne la ragionevole durata prevista alla legge pinto, ma a ben vedere un intervento amputatorio dei procedimenti penali che, nei gradi successivi al primo, non siano definiti nei termini fissati dalla legge, ancorché in primo grado non sia maturata la prescrizione (sostanziale), tanto che, come si evince dai lavori parlamentari, ne è stato ammorbidito l’impatto, sia prevedendo la prorogabilità giudiziale in ragione della complessità del procedimento ovvero della gravità dei reati oggetto di trattazione, sia limitandone l’applicazione ai reati commessi a far data dal 1° gennaio 2020  e quindi rinviandone l’entrata a regime a partire dal 2025.

[5] Cfr. l’articolato approvato dalla istituita Commissione ministeriale che ha formulato emendamenti al disegno di legge, Atto Camera n. 2681, recante “Deleghe al Governo per la riforma dell’ordinamento giudiziario e per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario militare, nonché disposizioni in materia ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati e di costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura”, di cui alla relazione finale del 26.3.2021 che, ancorché dovesse trattarsi in via prioritaria e essere portata  all’esame del Parlamento entro giugno 2021, ad oggi è ancora al vaglio del Ministero. Reperibile su www.giustizia.it.

[6] Cfr, a titolo esemplificativo, l’art 11 dell’articolato approvato dalla citata Commissione ministeriale che, nel riscrivere l’art. 37, introduce i commi 5 ter e 5 quater, ove si contempla che l’aumento delle pendenze dell’ufficio e della sezione del 10% impone al dirigente di intervenire con un piano di smaltimento, pena incorrere in una nuova fattispecie di illecito disciplinare ex art. 2, comma 1°, lettera 11 bis, del D.Lgs. 109/2006, con l’obiettivo di responsabilizzare i dirigenti degli uffici e presidenti di sezione nella assunzione dei provvedimenti per porre rimedio ai ritardi dei magistrati degli uffici da loro diretti. Con riguardo specifico ai tempi dei procedimenti penali, poi, a mente dell’art. 2, co. 6, della legge delega AS 2353 cit., il neo istituito Comitato ministeriale per il monitoraggio della efficienza della giustizia penale riferisce periodicamente al Ministero sui dati di smaltimento dell’arretrato e sui tempi di definizione dei processi nelle varie Corti e i risultati del monitoraggio sono trasmessi al CSM per le determinazioni di competenza.

[7] Cfr. Regolamento di istituzione e disciplina del Dispositivo per la ripresa e la resilienza del 18 febbraio 2021, pubblicato in G U della Unione Europea. Reperibile su www.eur-lex.europa.eu

[8] La Anm, Cdc del 24 e 25 aprile 2021, aveva segnalato il tema dolente, tracciando tra gli interventi prioritari quello di procedere a bandire già nell’anno in corso nuovi concorsi per l’accesso in magistratura, ma è restata inascoltata.

[9] Cfr. parere reso dal CSM il 13.9.2021, reperibile su www.csm.it

[10] Con D L n. 80 del 9.6.2021 con modificazioni in L. n. 113 del 6 agosto 2021 recante “Misure urgenti per il rafforzamento della capacità amministrativa delle pubbliche amministrazioni funzionale all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e per l’efficienza della giustizia”, il Ministero è stato autorizzato, previa approvazione del PNRR dalla Commissione europea, nel frattempo rilasciata, ad avviare le procedure di reclutamento del personale amministrativo a tempo determinato per implementare l’UPP con la finalità di smaltimento dell’arretrato e di riduzione dei tempi di durata dei procedimenti.

[11] Cfr. Regolamento di disciplina del PNRR cit.

Dott.ssa Michaela Sapio

Giudice del Tribunale di Isernia