Lia Sava: “Per combattere la mafia serve agire su più fronti”

Lia Sava è la procuratrice generale della Corte d’appello di Palermo dal 2022. Prima era a Caltanissetta. Conosce bene la mafia. Sa bene come si muove. E sa bene che lavoro fanno ogni giorno i magistrati di Palermo. Parla con La Magistratura alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci.

Palermo ricorda la strage di Capaci, ricorda il sacrificio di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. In questo ricordo, secondo lei qual è l’eredità più preziosa che ci lascia il loro lavoro?

Falcone e Borsellino sono modelli ineguagliabili. Per intelligenza investigativa, per visione prospettica, per capacità straordinaria di indicare un percorso logico efficace nel contrasto al crimine organizzato. Il loro lascito è di portata incommensurabile non solo per la magistratura ma per il nostro Paese nel suo complesso. Personalmente ritengo che il rigore metodologico nello svolgimento delle indagini, la cura nella raccolta degli elementi di prova, la serietà nella ricerca dei riscontri siano, per un pubblico ministero, la loro eredità più preziosa. In uno con il coraggio e la determinazione nell’investigare, tenendo sempre a mente che dietro un fascicolo c’è, frequentemente, anche il dramma umano delle vittime di gravissimi reati ai quali deve essere riconosciuto “il diritto alla verità”.

Oggi la mafia esiste, ha un ruolo economico e ha anche un ruolo sociale. Come è cambiata in questi anni? Dove è più forte?

Come ho avuto modo di evidenziare in diverse occasioni e pertanto queste mie considerazioni non presentano certo il carattere delle novità, la mafia, intesa come organizzazione criminale Cosa nostra, è viva e vegeta. Dopo le stragi la reazione dello Stato è stata molto forte, sono stati sgominati i Corleonesi, facenti capo a Totò Riina, grazie anche al sostanzioso apporto dei collaboratori di giustizia. Dopo le stragi ha preso avvio la cosiddetta “strategia della sommersione”. Cosa Nostra ha ben compreso che realizzando atti eclatanti la reazione dello Stato è vigorosa e, quindi, ha mutato modalità operative, ricorrendo ai fatti di sangue in maniera chirurgica, cioè solo allorché sia assolutamente necessario.  

Dunque Cosa Nostra si è adattata ai tempi.

Esatto ed ha preso le forme che più le aggradano per realizzare i propri obiettivi, per questo ho definito il suo agire attuale come “fluido”, capace di assumere qualsiasi forma strumentale alla realizzazione delle proprie finalità criminose. Peraltro, i sodali oggi sfruttano abilmente le nuove tecnologie, la moneta virtuale, il dark web e gli strumenti dell’intelligenza artificiale per realizzare rapidamente i loro affari ed, in primo luogo, il traffico internazionale di sostanze stupefacenti, fonte di guadagno enorme, che viene realizzato attraverso la affinata cooperazione con altre organizzazioni criminali operanti in tutto il mondo.

Non esiste però solo il mercato della droga.

Sì, prosegue anche nella realizzazione di quelle attività “tradizionali”  funzionali al controllo serrato del territorio, pensiamo, in prima battuta,  al settore delle estorsioni realizzate nelle forme consuete, ad esempio attraverso la bottiglietta incendiaria lasciata davanti alla saracinesca del negozio o sul cantiere. Quindi non è più forte, direi che è forte ‘come sempre’, capace di adattarsi ai tempi ed alle contingenze e con disponibilità economiche ingenti conseguenti al traffico di sostanza stupefacente sempre più fiorente.

Quali sono gli strumenti principali per combatterla? E su cosa si concentra il lavoro dei magistrati palermitani oggi?

I magistrati palermitani della Direzione distrettuale antimafia ed antiterrorismo, unitamente alle Forze dell’Ordine operanti sul territorio, indagano su ogni epifenomeno riconducibile a Cosa nostra. Invero, in tema di estorsioni, dal tenore delle ultime  e complesse operazioni realizzate, possiamo affermare che  siamo ancora in presenza della classica situazione in cui l’imprenditore subisce l’intimidazione (atti dimostrativi prodromici alla vera e propria richiesta di ‘messa a posto’) e quindi paga il pizzo all’emissario di zona ma monitoriamo anche casi più inquietanti. Invero, in diversi contesti, sono gli stessi esercenti attività economiche che, prima di avviare un’attività imprenditoriale contattano il referente di Cosa nostra della zona per mettersi a posto. Pare, dunque, che il pizzo sia divenuto una sorta “di costo di impresa”. E questo è inquietante e sconfortante rispetto agli sforzi che, negli anni, sono stati fatti per rompere la lastra di marmo dell’omertà che sfiora la compiacenza.

Altro capitolo è quello degli appalti.

In questo settore si riscontra il sentore di infiltrazioni criminali  in ambito amministrativo, realizzate attraverso funzionari compiacenti. Peraltro, anche il contrasto agli appetiti di Cosa nostra verso i fondi del PNRR è oggetto della più scrupolosa attenzione investigativa degli uffici requirenti del distretto di Palermo. Ma la cosa che mi preoccupa di più, come ho detto anche in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, è che c’è una grande voglia di mafia  (di “mafiare”) in  alcune fette della società, perché la povertà, la crisi di valori, la carenza di strutture pubbliche atte a supportare chi è in difficoltà porta i soggetti più fragili ad essere tentati ad accettare l’offerta deviante del crimine organizzato. Questa situazione favorisce il cosiddetto welfare mafioso che inevitabilmente incrementa consenso verso l’organizzazione, allontanando la possibilità di una sconfitta definitiva di Cosa nostra. Occorre, poi, sottolineare che seguire i flussi di denaro è stata l’idea vincente del contrasto a Cosa nostra negli anni ‘80.

I flussi economici seguono oggi logiche differenti. 

Oggi i mercati finanziari si muovono in maniera differente, molto più veloce, attraverso transazioni realizzate con strumenti reperibili nel sottobosco del dark web, utilizzando le monete virtuali. Il territorio di riferimento della realizzazione di numerosi reati e quindi della capitalizzazione dei relativi profitti non è più solo un luogo fisico ma diviene un ambito ancora più inquietante, cioè la rete. Ecco perché ormai il virtuale ed il dark web appaiono i settori verso i quali occorre investigare con strumenti sempre più adeguati, idonei a individuare quelle piattaforme informatiche che rendono velocissimo lo scambio di somme ingenti, provento di traffici illeciti. Occorre, dunque, investire nel settore tecnologico sfruttando, ad esempio, a nostro vantaggio, le possibilità dell’intelligenza artificiale verso la quale, peraltro, il crimine organizzato mostra altrettanto interesse per realizzare i suoi affari. Una partita assolutamente aperta che si gioca sulla nostra capacità di essere ‘veloci’ nel contrastare la voracità di Cosa nostra (e delle altre mafie) in questi delicati ambiti. 

 Perché è importante la fiducia nella magistratura per contrastare le mafie?

Dopo le stragi c’è stato uno scatto di orgoglio collettivo a Palermo, iniziato con il movimento dei lenzuoli bianchi ma con gli anni questo entusiasmo si è un po’ smarrito  a mio parere, per due ordini di ragioni. Ci sono state, da parte di alcuni,  strumentalizzazioni dell’impegno antimafia per realizzare vantaggi personali e questo ha causato una ferita profonda ed una grande delusione, specie nei più giovani. La magistratura ha acquisito la consapevolezza di ciò che stava accadendo ed è intervenuta facendo indagini e processi, a volte ‘processando se stessa’ , ma qualcosa è, comunque, mutato. La pandemia, le guerre, l’impoverimento conseguente di tanti hanno creato disorientamento e sconforto e soprattutto nei quartieri più disagiati delle nostre città. Invero, nel corso di intercettazioni  realizzate con videoriprese in epoca Covid, abbiamo constatato che mentre gli aiuti pubblici tardavano ad  arrivare erano gli esponenti di Cosa Nostra a portare i viveri alle famiglie più povere. Tale incresciosa situazione rafforza il consenso verso le organizzazioni mafiose ed indebolisce il contrasto al crimine organizzato. Mi sento, quindi, di affermare, come mi è capitato in altri contesti, con preoccupazione, che la crisi economica incide anche a livello etico ed allontana la possibilità di riavere ‘una primavera forte’ contro le mafie.

C’è il tema normativo, dunque la “cassetta degli attrezzi” che hanno oggi i pm per fare il lavoro requirente. E poi c’è il tema culturale. Cosa serve su questo fronte?

L’ho già evidenziato. La povertà è il terreno di coltura dal quale attinge la mafia per la sua manovalanza. Se la droga è, attualmente, il centro degli interessi di Cosa nostra, è evidente che nei quartieri dove è basso il tasso di scolarizzazione ed è, al contrario, elevata la disoccupazione è più facile accettare l’offerta deviante costituita dalla prospettiva di facili guadagni attraverso lo smercio di sostanze stupefacenti. Nel nostro distretto, come in altre parti del nostro Paese, vi sono ragazzini, anche di dieci e dodici anni, che spacciano agli angoli delle strade. A ben vedere essi sono solo un segmento della catena di autori di reato che parte da lontano, dove altri ragazzini, magari in diverse zone dell’America Latina, tagliano piante di coca per pochi spiccioli, vittime anch’esse della fame che li attanaglia. Ecco, dunque, che, a monte e a valle, c’è sfruttamento del più debole. Peraltro, il traffico di sostanze stupefacenti alimenta la violenza e la corruzione e produce gravi conseguenze sulla salute fisica e mentale degli individui, portando spesso a dipendenza ed overdose e, di frequente, determina anche gravi episodi di violenza domestica. Occorre, dunque, un intervento olistico e multidimensionale, investendo in programmi di prevenzione, istruzione, assistenza sanitaria e sostegno sociale, nonché promuovere politiche economiche inclusive che creino opportunità per tutti. Se non ci muoveremo in questa direzione prevedo orizzonti futuri ancora più oscuri, se giungeranno sui nostri mercati, in maniera più copiosa, sostanze stupefacenti ancora più perniciose, come il fentanyl.

Si è parlato del nodo intercettazioni. Lo ha sollevato anche il procuratore nazionale Antimafia. Sono uno strumento fondamentale per la lotta al crimine organizzato?

Le intercettazioni sono essenziali nel contrasto al crimine e, qualora se  ne limiti ulteriormente l’impiego, si arriverà a vanificarne l’utilità. Il garantismo, nel quale crediamo profondamente – e che implica il pieno rispetto delle norme  processuali che regolano il funzionamento delle captazioni e la salvaguardia dei diritti dei terzi estranei al reato sotto il profilo della privacy – non può però tradursi nella impunità per gravissimi fatti di reato. Peraltro, i fenomeni corruttivi, ad esempio, non sono soltanto ‘reati da accertare’ ma costituiscono anche una distorsione dell’economia che finisce per aggravare il disagio dei più poveri, impoverisce lo Stato e favorisce Cosa nostra e le altre mafie. Invero, l’omertà che contraddistingue taluni territori spesso cela inquietanti intersecazioni fra fenomeni corruttivi e interessi di Cosa nostra (pensiamo al settore degli appalti o delle pubbliche forniture), omertà che può  essere colpita solo attraverso attività di intercettazione, spesso fisiologicamente di non breve durata, che restano, dunque, strumenti indispensabili. L’obiezione avanzata da alcuni, riguardante la necessità di limitare i costi delle attività di captazione viene, dunque, facilmente superata nel momento in cui pensiamo ai rischi per il nostro sistema di una economia legale non più distinguibile da quella illegale, pericolo che dobbiamo scongiurare anche attraverso l’uso sapiente e strategico delle intercettazioni.