
L’esito del referendum costituzionale sulla giustizia consegna al Paese un dato chiaro: la Costituzione resta intatta nella definizione dei principi sottesi al modello di ordinamento giudiziario che si è creato dal 1948 siano ad oggi. Non è la vittoria di una parte, né tantomeno di una categoria. È, più semplicemente, la riaffermazione di un principio che precede e supera ogni interesse particolare: la centralità dello stato di diritto.
In questa consultazione, i cittadini hanno espresso qualcosa che va oltre il merito tecnico delle proposte. Hanno mostrato di riconoscere nell’indipendenza della magistratura una condizione essenziale della democrazia. Non un privilegio corporativo, ma una garanzia che riguarda tutti: senza indipendenza, non può esserci un giudice imparziale e il diritto diventa negoziabile.
Tuttavia, non c’è spazio per letture rivendicative. Al contrario, il risultato elettorale impone consapevolezza e, per questa ragione, esso deve essere letto non come un punto di arrivo, ma come l’inizio di un nuovo corso guidato dal senso di responsabilità istituzionale.
Responsabilità della politica, chiamata ora ad abbandonare le semplificazioni e ad affrontare il tema del servizio giustizia con serietà e visione. Ma è anche, e forse soprattutto, responsabilità della magistratura nel preservare la fiducia dei cittadini che non è mai un dato acquisito, ma si costruisce con impegno e serietà.
E oggi la fiducia si costruisce, inevitabilmente, anche parlando dei temi della giustizia nello spazio pubblico.
Uno degli equivoci più persistenti emersi in questa stagione è l’idea che la parola dei magistrati, quando si esercita fuori dal processo, sia di per sé sconfinamento nella politica. Non è così. La distinzione è più sottile e più esigente: intervenire per informare, spiegare, rendere comprensibili le implicazioni delle scelte che incidono sulla giurisdizione non significa partecipare alla competizione politica, ma adempiere a un dovere istituzionale.
La Corte europea dei diritti dell’uomo e il Consiglio d’Europa (CCJE parere 25 del 2022) hanno chiarito che, quando sono in gioco l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato che vede come perno la primazia della legge, la parola dei magistrati non è solo legittima, ma diventa necessaria.
In un contesto in cui il dibattito pubblico tende alla polarizzazione e alla semplificazione, indebolendo i canali di dialogo, il silenzio della magistratura non è più espressione di riserbo e neutralità, perché diventa rinuncia a tutelare lo stato di diritto e i principi democratici di indipendenza e autonomia nell’esercizio della giurisdizione.
Questo non implica abbandonare il dovere di misura, né confondere il ruolo del magistrato con quello dell’attore politico. Significa, piuttosto, assumere fino in fondo la responsabilità di contribuire alla qualità della democrazia, provando ad offrire strumenti di comprensione e non semplici slogan.
È qui che la comunicazione diventa parte della funzione. Non comunicazione come esposizione individuale o ricerca di consenso, ma come servizio: spiegare la giustizia, renderla accessibile, colmare la distanza tra istituzioni e cittadini.
E, insieme alla parola, torna centrale il valore dell’associazionismo.
Le associazioni dei magistrati non sono soltanto luoghi di rappresentanza interna. Sono, per loro natura, presidi dell’indipendenza e dello Stato di diritto, chiamati a difendere non interessi particolari, ma l’integrità della funzione giurisdizionale e la sua credibilità sociale.
Esse svolgono anche un ruolo essenziale di apertura verso la società: favoriscono il confronto, contribuiscono alla formazione, promuovono la conoscenza del funzionamento della giustizia. In questo senso, l’associazionismo non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale della democrazia costituzionale.
La campagna referendaria ha mostrato che questa funzione può essere esercitata in modo alto.
Abbiamo attraversato questi mesi con un obiettivo preciso: informare, spiegare, rendere consapevoli. Senza scorciatoie. Senza semplificazioni. E intorno a questo impegno si è costruita una comunità ampia e plurale: magistrati, avvocati, accademici, professionisti, giornalisti, artisti e, soprattutto, una società civile viva e partecipe.
Una mobilitazione che ha superato i confini nazionali, trovando ascolto e sostegno anche nelle magistrature europee e internazionali: dalle risoluzioni dell’Associazione Europea dei Magistrati a quelle dell’Associazione Internazionale dei Magistrati, fino ad arrivare al significativo intervento anche della Relatrice Speciale ONU per l’indipendenza di magistrati e avvocati (sul sito dell’IAJ è disponibile una nota sull’esito del referendum) . Una mobilitazione preziosa non per difendere una categoria, ma per affermare un principio condiviso: che l’indipendenza della giurisdizione è una garanzia universale.
A tutte e tutti loro va un ringraziamento sincero. Ma il punto decisivo è un altro.
Questa esperienza non può restare episodica.
Se il referendum ha segnato una difesa dell’equilibrio costituzionale, il compito che si apre ora è più ambizioso: trasformare quella difesa in un progetto di rinnovamento.
Una magistratura che voglia essere all’altezza della fiducia ricevuta deve saper cambiare, senza smarrire i propri principi.
Deve essere più trasparente, più accessibile, più capace di dialogo.
Deve saper uscire dai luoghi tradizionali per incontrare la società: nelle scuole, nelle università, nei territori.
Deve farsi promotrice di cultura civica, di conoscenza della Costituzione, di educazione alla legalità.
Non per cercare consenso.
Ma per costruire consapevolezza.
Perché la democrazia non vive solo nelle istituzioni. Vive nella comprensione che i cittadini hanno delle istituzioni.
E, in questo, la magistratura ha una responsabilità che non può delegare.
La campagna referendaria si è conclusa.
L’impegno, invece, è solo all’inizio.



