In ricordo di Michele Nardelli

Ricordando Michele*

E’ una vita che parlo in pubblico, sono ormai abituato e non leggo mai il testo del mio intervento, perché ho bisogno che tra me e l’uditorio non ci sia il diaframma della pagina scritta, ma solo il fluire incontrollato delle parole.

Questa volta, però, è diverso, non sono ad un convegno, non mi si chiedono virtuosismi retorici, anzi, non mi è stato chiesto nulla. Sono io che ho deciso di parlare, nell’occasione più dura in cui possa imbattersi un oratore, quella di dover ricordare qualcuno nel corso del suo funerale.

Già così è dura, figuriamoci quando quel qualcuno non è affatto qualcuno, ma è Michele Nardelli, il mio uditore giudiziario, il giudice che ho seguito nell’intero arco della sua carriera, il magistrato con cui ho intrattenuto un rapporto di costante e continuo confronto, il ragazzo – perché tale Tu sei rimasto per me Michele – che con discrezione e dolcezza ha occupato un posto importantissimo nel mio cuore.

Ricordo quando apparisti nella mia vita, perché mi fosti affidato come uditore giudiziario per il tirocinio civile presso il tribunale di Foggia. Non eri il ragazzo improvvisamente strappato alla sua gioventù per essere proiettato in un mondo lavorativo così impegnativo qual è quello della magistratura. Eri un giovane uomo molto più maturo della tua età, i cui pacati comportamenti denotavano il retaggio della disciplina che ti derivava dalla precedente esperienza lavorativa di ufficiale della Guardia di Finanza.

Eri discreto, educato, silenzioso, non sgomitavi, ascoltavi e riflettevi.

Ma c’era qualcosa in te che mi colpì immediatamente, un brillio rapido degli occhi, che contrastava con la compostezza dei tuoi comportamenti e che la diceva lunga sulla tua vivacità intellettuale.

Capii subito che mi ero imbattuto in un diamante, ancora grezzo come è normale quando si è all’inizio di una nuova esperienza lavorativa, ma pur sempre una pietra preziosa, destinata a risplendere di luce propria.

Fu per questo che ti diedi immediatamente fiducia, delegandoti anche compiti non semplici.

E’ difficile sceverare tra i tanti ricordi che si affastellano ora nella mia mente, ma ce n’è uno che mi fa sorridere ancora, anche perché è quello che contribuì a far decollare il nostro rapporto, destinato a diventare col tempo un sentimento profondo e prezioso.

Eravamo in udienza ed io smaniavo turbolento a causa della confusione sovrana provocata dal numero delle cause da seguire. Tra queste ce n’era una particolarmente complessa, che veniva per una prova testimoniale molto delicata. Decisi improvvisamente e, senza preavvisarti, ti incaricai di espletare la prova.

Immagino che quella mia improvvisa decisione abbia potuto crearti sconcerto o paura, sarebbe stato normale e comprensibile; se ciò avvenne, non me ne accorsi perché mi rispondesti con il tuo solito aplomb: “Va bene”. Quindi, senza ulteriori indugi, iniziasti la prova.

Pur continuando a seguire gli altri fascicoli, di sottecchi ti tenevo d’occhio, ma la tua tranquillità – almeno apparente – mi rassicurò, sicché smisi di occuparmi di te. Ad un certo punto, però, mi accorsi dei toni sempre più concitati di uno degli avvocati, sicché ti chiesi che cosa stesse succedendo. Serafico, mi rispondesti: “L’avvocato si sta surriscaldando”.

Da quelle parole, e ancor di più dal tuo sguardo divertito, capii che, nonostante la bagarre, eri padrone della situazione. Provocatoriamente, perciò, ti risposi in dialetto: Dang nu glet” (dagli un gelato).

Controllandoti per non scoppiare a ridere, continuasti ad occuparti della prova testimoniale ed io ritornai agli altri fascicoli. Terminata l’udienza, quando eravamo ormai soli nell’aula, ti chiesi come mai, dopo quegli scoppiettii iniziali, l’avvocato si era calmato, al punto tale che non lo sentii più proferire verbo. E tu, sempre più serafico, mi rispondesti: “Ho seguito il tuo consiglio, gli ho dato il gelato e lui si è raffreddato”.

Era questo Michele, sempre tranquillo, composto, ma sempre padrone della situazione ed in grado di dominare gli eventi con guizzi di sorprendente ironia.

Se il simbolo della Giustizia è la bilancia, Michele ne era la perfetta incarnazione: pacato, equilibrato, ma deciso. Talvolta mi faceva rabbia perché mi appariva un modello di perfezione assoluta, tant’è che, per colpirlo, gli dicevo che anche lui aveva i suoi difetti, soprattutto quello inemendabile di essere iuventino. Lui sorrideva e, dopo una lunga pausa, mi rispondeva: “Invidio agli interisti la loro capacità di sopportare la sofferenza, che viene loro dalla lunga abitudine alle sconfitte”.

Giuro che in quel momento, nonostante l’affetto che provavo per lui, l’avrei picchiato.

Ma Michele non era solo understatement ed ironia, era anche l’uomo capace di indignarsi di fronte alle ingiustizie, soprattutto quando erano perpetrate dai magistrati. Non si capacitava del fatto che ad indossar la toga fossero anche sepolcri imbiancati, questuanti pronti a sgomitare per il proprio tornaconto, e persino loschi individui che facevano mercimonio della propria funzione. Tutto ciò lo indignava, ma non lo allontanava dal suo lavoro: provava sdegno, mai rassegnazione.

Rassegnazione che non lo colpì neppure quando una crudele malattia irruppe nella sua vita.

Certo, aveva paura, ma soprattutto lo opprimeva l’ansia per la sua adorata famiglia. Per quanto tentasse di nascondere i suoi sentimenti, coglievo sul suo volto la paura e l’ansia per il futuro dei suoi cari.

Un giorno, quando sembrava che fosse in procinto di vincere la sua battaglia con il male che lo aveva colpito, tra il serio e faceto mi disse: “Sai Costanzo, sto cercando di ingannare la morte, rubandogli tempo”. Ed io, rispondendogli a tono, gli dissi: “Tranquillo Michele, non sarà difficile, voi iuventini siete abituati a rubare”.

Sorridemmo entrambi, ma era un sorriso amaro, che a stento nascondeva la paura che provavamo, perché entrambi sapevamo che la lotta era impari.

Comunque, con la sua tenacia e la sua determinazione, in parte aveva raggiunto il suo obbiettivo: Francesco, il più grande dei suoi due figli, è già da tempo laureato in medicina ed è in procinto di raggiungere la sua piena autonomia economica, Federica, che non ha ancora 24 anni, tra un mese dovrebbe concludere il suo percorso universitario con la laurea magistrale in giurisprudenza.

Ma soprattutto, quel che in lui era stupefacente è che, nonostante la gravità della sua malattia, trovava forza ed energia per occuparsi di mille cose: faceva il giudice con risultati encomiabili, godendo della stima unanime di tutto il Foro; scriveva sulle riviste giuridiche, svolgeva funzioni di coordinatore per gli addetti all’Ufficio per il processo, teneva corsi universitari, profondeva a tutti i suoi colleghi, soprattutto quelli più giovani, i frutti della sua profonda cultura giuridica.

Pensandoci, mi rendo conto che il rapporto tra di noi era cambiato: se inizialmente lui mi considerava il suo maestro, ora ero io a vederlo come un modello da imitare.

Potrei continuare a lungo così, anche perché per ben tre anni è stato con me quando presiedevo la prima sezione civile del Tribunale di Foggia e so bene quale fosse il suo contributo quotidiano alla giustizia di Capitanata. Ma così facendo, inevitabilmente finirei per scadere nella retorica: e ciò non sarebbe un bel modo di onorare la sua memoria. Se c’era qualcosa che Michele non sopportava, era sicuramente la retorica, soprattutto quando a praticarla erano i sepolcri imbiancati o i bolsi tromboni in servizio permanente effettivo. Ma Michele non merita tutto ciò; in vita ha goduto della stima unanime di tutti coloro che hanno avuto a che fare con Lui, ora che non c’è più merita soltanto rispetto per quello che è stato e che ha dato.

E’ difficile accettare l’idea che Lui non sia più con noi, soprattutto perché nessuno si aspettava che se ne andasse così repentinamente.

Io purtroppo non ho il dono della fede e ho difficoltà a credere che ci possa essere ancora vita dopo la morte. Ma sono certo che l’idea di un individuo continui a sopravvivere alla sua esistenza quando è tramandata dalla memoria di chi lo ha stimato e amato. Sono sicuro, pertanto, che Michele continuerà a vivere nel ricordo dei tanti che l’hanno apprezzato ed amato in vita.

Per quanto mi riguarda, Michele è nel mio cuore ormai da oltre vent’anni e continuerà ad esserlo sino alla fine dei miei giorni, perché nulla e nessuno potrà scalfirne il ricordo.

Che ti sia lieve la terra mio caro, dolce Amico.

Costanzo Cea

 

 

* discorso di Costanzo Cea, magistrato, in occasione del funerale del collega e amico Michele Nardelli (in foto), scomparso il 15 giugno 2022. 

Michele Nardelli, magistrato, era, tra le altre, componente del comitato scientifico della rivista La Magistratura e ideatore del commentario alla Costituzione (sezione di questa stessa rivista). 

Dopo aver frequentato l’Accademia della Guardia di Finanza (1985/1989), ha svolto servizio quale Ufficiale fino al 1999. Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Trieste, con una tesi in diritto tributario, e superato il concorso in Magistratura (D.M. 12.7.1999). Ha ricoperto varie funzioni giudicanti (Giudice Civile, Penale, del Lavoro, GIP/GUP) presso i Tribunali di Larino, di Lucera, di Foggia e di Isernia. Attualmente era Giudice Civile presso il Tribunale di Foggia, e dal 2013 anche Giudice Tributario presso la Commissione Tributaria Provinciale di Foggia. Autore di numerose note a provvedimenti giurisdizionali, pubblicate sia su riviste e sia su portali giuridici, ha partecipato a due lavori collettivi in materia di diritto processuale civile, in particolare curando anche il commento delle norme relative alla procedura di esecuzione prevista dal Codice della Navigazione. Ha tenuto varie relazioni a corsi e convegni di studio. È stato insegnante a contratto, tra l’altro di procedura civile, presso la Scuola per le Professioni Legali della Università del Molise, ed ha tenuto lezioni di procedura civile presso la Scuola Forense di Capitanata. Ha rivestito gli incarichi di formatore decentrato e di Magistrato collaboratore per i MOT presso la Corte d’Appello di Bari, e di Magrif presso il Tribunale di Foggia.