
Intervista al giudice che ha ideato il progetto per allontanare i minori dalle famiglie mafiose
Come nasce, sul piano giudiziario, l’esigenza che l’ha portata a ideare il protocollo nel 2012, e in che misura la legge appena approvata ne consolida l’impianto originario?
“Liberi di scegliere” nasce nel 2012 come orientamento giurisprudenziale, anche da un’esperienza personale. Sono giudice minorile dal 1993, ho lavorato quasi 25 anni al Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e dal 2020 a Catania. In questi anni mi sono trovato a processare prima i padri e poi i figli, tutti delle stesse famiglie appartenenti alla criminalità organizzata, con gli stessi reati: un dato che conferma quanto la cultura mafiosa si trasmetta di generazione in generazione. Ho visto passare nelle aule tanti ragazzi che avevano ancora una luce nello sguardo, la possibilità di aspirare a una vita diversa da quella di carcerazione, sofferenza o morte che la famiglia mafiosa riservava loro.
Parliamo di reati anche gravissimi: minorenni di sedici, diciassette anni coinvolti in omicidi, come il duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo nel 1994, o in tentati omicidi delle proprie madri, colpevoli secondo il codice mafioso di essersi separate dai mariti detenuti o latitanti.
Che cosa ha fatto scattare l’idea del protocollo, e quali altri obiettivi si proponeva?
Ci siamo accorti che gestire queste vicende solo dal punto di vista penale non bastava: occorreva anticipare la prevenzione. Abbiamo deciso di intervenire con provvedimenti civili di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale e, nei casi più gravi, con l’allontanamento dal contesto familiare, l’inserimento in comunità o in famiglie di volontari antimafia in altre parti d’Italia. L’obiettivo non era solo tutelare i ragazzi, ma aprire i loro orizzonti culturali, dare loro gli strumenti per essere davvero “liberi di scegliere”, da qui il nome del progetto: una sorta di Erasmus della legalità, perché se nasci e cresci assorbendo una cultura sin dall’infanzia è difficile emanciparsene da soli. Un esempio concreto, per capire di che contesti parliamo: in Calabria alcuni ragazzi si fanno tatuare sulla pianta del piede la figura del carabiniere, per poterla calpestare ventiquattro ore su ventiquattro.
Come si sviluppa il percorso dei ragazzi, e che ruolo hanno avuto le famiglie?
Con l’aiuto di educatori, assistenti sociali, psicologi e volontari antimafia dell’Associazione Libera, cerchiamo di far capire ai ragazzi che la violenza non è uno strumento per risolvere le controversie, che uomo e donna hanno pari diritti, e che il carcere non è la medaglia sul petto che molti immaginano, ma un luogo da evitare a tutti i costi.
Nella fase iniziale molte madri, dopo una prima fase di contrapposizione, hanno accettato i percorsi di sostegno, comprendendo che erano l’unico modo per sottrarre i figli a un destino di morte o carcerazione: alcune sono diventate collaboratrici o testimoni di giustizia.
Poi è nata una vera e propria rete di assistenza…
Eravamo troppo piccoli per gestire da soli il fenomeno. Abbiamo chiesto aiuto all’Associazione Libera di don Ciotti e all’avvocata Vincenza Rando, allora vicepresidente di Libera e oggi senatrice della Repubblica, e con loro abbiamo costruito una rete di accoglienza per donne e minori su tutto il territorio nazionale, che si è istituzionalizzata nel protocollo “Liberi di scegliere”, esteso da Reggio Calabria, dove è nato, a Catania, Palermo, Napoli, Catanzaro e alla procura di Milano.
Fino a oggi quali sono i numeri del protocollo?
Posso fornire i dati di Reggio Calabria e Catania, che sono piuttosto eloquenti. Parliamo di più di duecento minori entrati nel progetto, trentaquattro donne andate via dalla Calabria e dalla Sicilia, sette di loro diventate collaboratrici o testimoni di giustizia. Ed è accaduto anche di più: tre importanti boss calabresi e catanesi hanno deciso di collaborare con la giustizia dopo i nostri interventi.
Quali strumenti concreti mette a disposizione la nuova legge rispetto alla fase sperimentale avviata a Reggio Calabria?
La legge prevede una procedura agevolata per il cambio di cognome, anche per le donne che non entrano nel programma dei testimoni di giustizia. Va considerato che, una volta che le madri si allontanano con i loro figli, hanno bisogno di assistenza per trovare casa e inserirsi nel mondo del lavoro, così come di assistenza hanno bisogno i ragazzi. Finora queste attività erano svolte dall’Associazione Libera con i fondi della Conferenza Episcopale Italiana, legati però alla durata del protocollo.
Ora la legge prevede, fino a tre anni, il sostegno economico per casa e lavoro, il supporto pedagogico e psicologico per i minori e l’istruzione o formazione professionale per i genitori.
Ci sono altri aspetti della legge da evidenziare?
Non è una legge calata dall’alto, ma riprende le prassi virtuose nate dall’orientamento giurisprudenziale. Non allontaniamo tutti dai territori: nelle situazioni meno gravi lasciamo i bambini a casa con la madre, con assistenza educativa domiciliare e sostegno psicologico, perché la carcerazione di un familiare ha un impatto traumatico sulla famiglia.
L’esecuzione dei provvedimenti, prima lasciata quasi esclusivamente ai servizi sociali degli enti locali, sarà oggi coordinata dal servizio sociale del Ministero della Giustizia. E la legge prevede flussi di comunicazione obbligatori tra procure, direzioni distrettuali antimafia e uffici giudiziari minorili: ogni volta che viene emessa una misura cautelare per mafia o narcotraffico a carico di adulti con figli minorenni, deve partire automaticamente la segnalazione alla procura per i minorenni. Ciò che un tempo era affidato solo ad accordi e protocolli, oggi è previsto per legge, approvata all’unanimità da Camera e Senato: un segnale di maturità politica.
Come nasce questa legge?
Nasce da un’iniziativa della Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Chiara Colosimo di Fratelli d’Italia, che ha istituito un comitato dedicato a “Cultura della legalità e protezione dei minori”, coordinato dall’avvocata Vincenza Rando, senatrice dell’opposizione e già vicepresidente di Libera: due anni di inchiesta che ha licenziato questo testo, con la condivisione di tutti i gruppi parlamentari.
Un merito va riconosciuto anche al sottosegretario alla giustizia Ostellari e al collega Antonio Sangermano, capo del dipartimento giustizia minorile, che avranno un ruolo chiave nei decreti attuativi ancora da definire. Il fenomeno del coinvolgimento di minori nel narcotraffico non riguarda solo l’Italia, e diverse università straniere guardano con interesse al progetto, come dimostrano i moltissimi inviti che ho ricevuto proprio dall’estero.
In questi anni il protocollo ha incontrato resistenze di varia natura. Quali sono state le più significative e come sono state superate?
Quando abbiamo iniziato nel 2012, ci sono piovute addosso molte critiche: ci hanno accusato di fare confische di figli, deportazioni di minori; alcuni opinionisti hanno paragonato questo orientamento al nazismo, allo stalinismo. Ma noi ci siamo sempre mossi nell’ambito dei parametri costituzionali e della normativa a tutela dei minori, e la maggior parte dei nostri provvedimenti è stata confermata nei vari gradi di giudizio.
Dopo quattordici anni di attività, con costi emotivi enormi per i giudici, oggi possiamo dire che era la strada giusta: siamo riusciti a infiltrare culturalmente le mafie come forse nessuno era riuscito a fare prima. Pensi alle storie dei boss più importanti delle mafie italiane: i Brusca, i Messina Denaro, a Catania i Santapaola, a Napoli i Giuliano. Tutti ragazzi provenienti da famiglie disfunzionali e quartieri degradati, che in assenza di adeguate politiche sociali hanno trovato nelle mafie un welfare, una possibilità di ascesa sociale, un appagamento identitario. “Liberi di scegliere” guarda proprio a questo: la questione culturale che è alla genesi della criminalità organizzata. Con questa legge si chiude un cerchio. Se questo impianto normativo e questa sensibilità ci fossero stati trent’anni fa, molte vite si sarebbero potute salvare: penso al piccolo Giuseppe Di Matteo, a Rita Atria, a Lea Garofalo, a Maria Concetta Cacciola.
Guardando al percorso compiuto in questi anni, cosa rappresenta per lei, sul piano personale, vedere questo protocollo diventare legge dello Stato?
Sul piano umano è una grande gratificazione, la ricompensa di tante difficoltà e momenti di stanchezza: anche il giudice è un essere umano. Sono percorsi non semplici, ma i risultati sono arrivati, tanti, finora ottenuti con strumenti poco più che artigianali. Oggi abbiamo una legge che è una garanzia per il futuro. Il giorno dell’approvazione ho ricevuto un messaggio di ringraziamento che recitava: “Questa legge cambierà tante vite come lei ha contribuito a cambiare la nostra”.
Un ruolo fondamentale lo hanno avuto don Ciotti e l’Associazione Libera, e voglio ricordare un momento particolarmente emozionante, quando nell’ottobre 2023 hanno organizzato un incontro in Vaticano con Papa Francesco, portando molte delle donne rientrate nel protocollo “Liberi di scegliere” con i loro figli. Alcune non le vedevo da dieci anni, dai tempi della Calabria: ci siamo incontrati nel porticato di San Pietro e sono saltati tutti gli schemi, ci siamo abbracciati. Papa Francesco ha dato un incoraggiamento al progetto e a queste donne: ha detto che erano nei suoi pensieri e nelle sue preghiere, consapevole delle difficoltà di questi percorsi, e ha voluto parlare con ognuna di loro. Un momento che non dimenticherò.



