Magistrati e giustizia disciplinare: i dati reali

Cosa raccontano davvero le statistiche della Sezione disciplinare del CSM

Una necessaria premessa

Negli ultimi anni la magistratura è stata esposta a una crescente campagna di delegittimazione che ha finito per coinvolgere anche il lavoro della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. Eppure, si tratta di un organo costituzionale di governo autonomo dell’ordine giudiziario, istituito proprio per garantire che l’esercizio della funzione giudiziaria resti indipendente da pressioni e interferenze esterne.
In questo clima si è progressivamente affermato un criterio tanto semplice quanto fuorviante per valutare il funzionamento della giustizia disciplinare: la percentuale delle condanne rispetto alle assoluzioni. Come se la credibilità di un sistema disciplinare possa essere misurata dal numero di magistrati sanzionati.
Un simile parametro, in uno Stato democratico liberale e garantista, sarebbe semplicemente impensabile se applicato alla giustizia penale. Nessuno riterrebbe infatti che la serietà della giurisdizione penale possa essere valutata in base al numero di imputati condannati rispetto a quelli assolti. Al contrario, un ragionamento del genere sarebbe percepito come profondamente incompatibile con i principi dello Stato di diritto.
Il paradosso è evidente. Proprio coloro che oggi invocano questo criterio per criticare la giustizia disciplinare sono spesso gli stessi che sostengono la necessità della separazione tra giudici e pubblici ministeri, fondata sull’assunto (peraltro smentito dai dati) che i giudici sarebbero tendenzialmente appiattiti sulle richieste di condanna formulate dai pubblici ministeri.
Se tuttavia si accetta, anche solo per discutere sul terreno scelto dai critici, di valutare la serietà di un sistema disciplinare guardando alla percentuale delle condanne, allora occorre farlo correttamente: partendo dai dati reali e non dalle rappresentazioni semplificate del dibattito pubblico.
Ed è proprio ciò che mostrano i numeri della giustizia disciplinare (liberamente accessibili a questo link:  https://www.csm.it/portale/documents/21768/157233/Analisi+statistica+delle+sentenze+della+Sezione+disciplinare.pdf/5bfa4653-5495-b03b-eec3-7b46bda9b79c?t=1771419619415)

I numeri della giustizia disciplinare

Nel periodo febbraio 2023 – dicembre 2025 la Sezione disciplinare del CSM ha adottato 199 decisioni.
La distribuzione degli esiti è la seguente:
• 94 assoluzioni (47%)
• 82 condanne (41%)
• 23 non doversi procedere (11,5%)
Già questo primo dato consente una constatazione semplice: le condanne sono quasi una decisione su due.

Il dato più corretto: le sentenze effettive

Per comprendere il funzionamento reale del sistema disciplinare occorre però isolare le decisioni di merito, escludendo i casi di non doversi procedere e tenendo conto delle sole sentenze per le quali è stata depositata la motivazione.
In questo modo il quadro diventa ancora più chiaro.
Su 159 sentenze effettive si registrano:
• 71 condanne
• 88 assoluzioni
cioè:
• 45% condanne
• 55% assoluzioni
In altre parole, quasi un magistrato su due tra quelli giudicati viene sanzionato.
Un tasso di condanna di questo livello è tutt’altro che trascurabile per un sistema disciplinare professionale.

Sanzioni reali, non simboliche

Un altro elemento spesso ignorato riguarda la natura delle sanzioni.
Le 82 condanne disciplinari si distribuiscono così:
• 56% censura
• 21% perdita di anzianità
• 11% sospensione dalle funzioni
• 10% rimozione dalla magistratura
• 2% ammonimento
Ne deriva che oltre una condanna su cinque comporta sanzioni molto gravi, come la sospensione o la rimozione. La rimozione dalla magistratura, da sola, rappresenta circa il 10% delle condanne. Non si tratta quindi di un sistema che produce sanzioni puramente simboliche.

Decisioni stabili

Un sistema disciplinare credibile non si misura certo solo dal numero delle sanzioni, ma anche dalla stabilità delle decisioni.
Nel periodo considerato le Sezioni Unite della Cassazione hanno deciso 43 ricorsi contro decisioni disciplinari.
Gli esiti sono:
• 31 rigetti
• 12 accoglimenti
Il risultato è chiaro: il 72% delle decisioni disciplinari viene confermato.
Se si guardano poi i ricorsi contro le condanne, la percentuale di conferma sale al 77%.
Si tratta di numeri che indicano una giurisprudenza disciplinare stabile e consolidata.

Il significato delle assoluzioni

Le assoluzioni non sono tutte uguali.
I dati mostrano che:
• 51 assoluzioni derivano dall’inesistenza dell’addebito
• 43 assoluzioni dipendono dalla scarsa rilevanza disciplinare del fatto.
Questo significa che quasi la metà delle assoluzioni riguarda comportamenti ritenuti esistenti ma non sufficientemente gravi da giustificare una sanzione disciplinare.
Il sistema disciplinare opera quindi non solo come strumento punitivo, ma anche come filtro di proporzionalità.

Cosa dimostrano i dati

Se si riassumono i principali indicatori, emerge un quadro piuttosto chiaro:
• decisioni disciplinari: 199
• condanne: 41%
• condanne effettive: 45%
• sanzioni gravi: circa 21% delle condanne
• rimozioni: circa 10%
• decisioni confermate in Cassazione: 72–77%

Nel complesso, il sistema disciplinare appare:

• attivo
• non simbolico
• giuridicamente stabile
Alla luce di questi numeri, l’affermazione secondo cui il CSM assolverebbe “il 75% dei casi” non trova alcun riscontro nei dati: è falsa.

Il punto nel dibattito sulla riforma

Nel dibattito pubblico è stato sostenuto che l’istituzione di una Alta Corte disciplinare sarebbe necessaria anche perché i componenti del CSM potrebbero contemporaneamente giudicare disciplinarmente un magistrato e valutarne il percorso professionale.
Ma questo presupposto non corrisponde più all’assetto normativo attuale.
La riforma Cartabia del 2022 ha già stabilito che i componenti effettivi della Sezione disciplinare non possano far parte delle commissioni che si occupano:
• del conferimento degli incarichi direttivi
• delle valutazioni di professionalità
• delle incompatibilità e dei trasferimenti.
Il rischio di sovrapposizione tra funzione disciplinare e valutazione della carriera è quindi già stato affrontato e regolato.

La questione reale

I dati della giustizia disciplinare non confermano il luogo comune secondo cui i magistrati non verrebbero sanzionati.
Mostrano piuttosto un sistema che:
• giudica
• sanziona quando necessario
• le cui decisioni risultano in larga misura confermate dalla Cassazione.
Non emergono, in altre parole, patologie sistemiche tali da giustificare la creazione di un nuovo organo costituzionale.
In questo quadro, l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare appare meno come la risposta a un problema reale del sistema e più come il prodotto di una rappresentazione semplificata del suo funzionamento.
Le riforme costituzionali dovrebbero nascere dall’analisi dei fatti. Non dalle percezioni.