L’Associazione internazionale dei giudici candidata al Nobel per la pace

C’è qualcosa di non scontato, e per questo prezioso, nella proposta avanzata dal parlamentare norvegese Even H. Eriksen: candidare al Premio Nobel per la pace non un negoziatore, non un’organizzazione umanitaria, ma la magistratura. In particolare: l’International Association of Judges e la International Court of Justice.

È una scelta che sposta lo sguardo. Che ci costringe a riconoscere ciò che spesso resta sullo sfondo: che la pace, prima ancora che essere l’assenza di guerra, è la presenza di diritto. Che non si costruisce soltanto nei vertici diplomatici, ma si mantiene ogni giorno nelle aule di giustizia.

Eriksen lo scrive con chiarezza: “una pace sostenibile non si ottiene solo ponendo fine alla violenza; essa dipende dalla costruzione di fiducia nelle istituzioni che garantiscono giustizia, responsabilità e risoluzione legale delle controversie”. È qui il punto essenziale. Dove il diritto arretra, la violenza trova spazio. Mentre, dove il diritto esiste e resiste, il conflitto può essere contenuto, risolto.

In questa prospettiva, il ruolo della magistratura assume una dimensione che va ben oltre il perimetro nazionale. I magistrati non sono soltanto interpreti della legge: sono garanti di un ordine che, attraverso il diritto, rende possibile la civile convivenza. Tutelano i diritti, hanno il dovere di esercitare un controllo sulla qualità del potere esercitato, possono offrire alternative alla forza, rendendo concreto, ogni giorno, quel principio per cui nessuno è al di sopra della legge.

Non è un caso che Eriksen richiami il valore della giustizia nei contesti più difficili, quelli dei conflitti e del post-conflitto. La storia recente lo dimostra: senza responsabilità, senza accertamento dei crimini, senza tribunali credibili, la pace resta fragile. “La giustizia da sola non può guarire le società, ma senza giustizia la guarigione diventa molto più difficile”: è una verità semplice, ma decisiva. E tuttavia, proprio mentre emerge con forza questa funzione della giurisdizione, assistiamo a un fenomeno opposto: una progressiva erosione dello Stato di diritto.

Non si tratta di episodi isolati, ma di uno scenario europeo e globale più ampio, in cui si tenta di ridisegnare il concetto stesso di democrazia. Una democrazia ridotta alla sola dimensione elettorale, piegata alla logica che è stata definita quella del winner takes all, in cui la vittoria politica viene interpretata come un mandato senza limiti, svincolato da controlli e contrappesi istituzionali. È una visione riduttiva e semplicistica che ignora un dato essenziale: la democrazia non si misura nella conquista del potere, ma nel modo in cui quel potere viene esercitato nel tempo. Non basta vincere le elezioni, ma occorre governare nel rispetto della legge, dei diritti, delle garanzie.

In questo contesto, non sorprende che il conflitto si concentri proprio sulla magistratura. I giudici rappresentano, per loro natura, il limite al potere. E per questo diventano bersaglio: delegittimati, esposti a pressioni, talvolta isolati. E questo accade non solo nei sistemi fragili, ma anche in ordinamenti che si ritenevano consolidati.

I dati più recenti lo confermano. Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute (consultabile qui) parla apertamente di una nuova ondata globale di autocratizzazione: le autocrazie superano oggi le democrazie, mentre quasi tre persone su quattro nel mondo vivono sotto regimi autoritari. È dentro questo scenario che acquista un significato ancora più forte la candidatura al Nobel per la Pace dell’IAJ.

Fondata nel 1953, l’Associazione Internazionale riunisce oggi 93 associazioni nazionali di magistrati provenienti da tutti i continenti. Un dato che non è solo quantitativo, ma testimonia qualcosa di più ampio e sostanziale. Perché indica la costruzione di una comunità professionale globale, capace di condividere principi e di difendere standard comuni di indipendenza nell’esercizio della giurisdizione.

Il valore di questa rete è evidente soprattutto nei momenti di crisi. I magistrati non operano solo nei contesti nazionali, ma anche in quelli internazionali ed è il caso, ad esempio, anche della Corte Penale Internazionale e dei suoi magistrati, bersaglio, negli ultimi mesi, di attacchi pubblici, ritorsioni e sanzioni per atti compiuti nell’esercizio delle funzioni giudiziarie. Le pressioni sulla magistratura e le compressioni sulla sua indipendenza non conoscono confini. E allora l’associazionismo diventa qualcosa di più di una forma di rappresentanza: diventa presidio e difesa a tutela non di interessi corporativi, ma dell’integrità della funzione giurisdizionale. Rafforzano la credibilità della giustizia. Favoriscono il dialogo con la società. In questo senso, l’associazionismo non è un elemento accessorio ma rappresenta una componente strutturale della democrazia costituzionale.

L’IAJ incarna tutto questo su scala globale. Non rappresenta interessi politici. Non prende posizione nei conflitti. Ma protegge ciò che rende possibile affrontarli senza violenza: l’indipendenza dei giudici, la forza del diritto, la fiducia nelle istituzioni. È forse questo il messaggio più profondo della candidatura. Riconoscere che la pace non è solo un evento straordinario, ma una pratica quotidiana. Che si costruisce anche, e soprattutto, nei luoghi ordinari della giurisdizione.

Attribuire il Premio Nobel per la Pace a un’organizzazione di magistrati significherebbe affermare, con forza, che il diritto è uno degli strumenti più efficaci per prevenire i conflitti e favorire la riconciliazione. Che la tutela dei diritti umani non è separata dalla pace, ma ne è il presupposto. Che senza magistrati indipendenti non c’è democrazia, e senza democrazia non c’è pace.

In definitiva, la proposta di Eriksen ci invita a riconsiderare le fondamenta stesse della convivenza. La pace — scrive — “dipende dalla fiducia: fiducia tra cittadini, fiducia nelle istituzioni, fiducia tra le nazioni”. E questa fiducia, in modo silenzioso ma decisivo, si costruisce anche attraverso l’esercizio della giurisdizione e il ruolo svolo dalla magistratura.