La memoria e l’impegno | L’editoriale

 

C’è un rituale, nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, che più di ogni altro resiste al tempo: la lettura dei nomi. Non è una liturgia retorica. È un atto di giustizia minima e radicale insieme. Restituire un nome significa restituire una storia, sottrarre una vita all’anonimato in cui la violenza mafiosa vorrebbe relegarla. È, in fondo, il contrario esatto della logica mafiosa, che riduce le persone a funzioni, a messaggi, a strumenti, a vittime.

Quest’anno, a Torino, la 31° edizione della manifestazione organizzata da Libera torna a ricordarci che la memoria, se è viva, non è mai un archivio: è una responsabilità presente. Nasce dal dolore concreto, vivo e insopportabile, di una madre, Carmela Montinaro, che in occasione delle commemorazioni ufficiali della strage di Capaci, non sentiva pronunciare anche il nome del proprio figlio Antonio, ucciso. Da lì, da quella ferita privata, si è costruito un rito civile che è insieme denuncia e progetto.

Ma sarebbe un errore, forse rassicurante, pensare alla memoria come a un terreno già acquisito. La memoria, come il diritto, richiede manutenzione continua. E oggi questa manutenzione è più difficile, perché le mafie sono cambiate. Non sono più soltanto violenza eclatante, che pure non è mai scomparsa, ma sono soprattutto capacità di mimetizzarsi, di abitare le zone grigie, di farsi sistema dentro l’economia legale, dentro le relazioni sociali, dentro le stesse istituzioni.

Se c’è una verità scomoda che questa giornata ci consegna, è che la mafia non è mai stata solo un problema criminale. È stata ed è una forma di potere che prospera nelle interdipendenze: tra affari e politica, tra convenienza e paura, tra silenzio e adattamento. Già nella sua origine storica, la mafia si è affermata come un “ordine alternativo”, capace di offrire protezione e regole dove lo Stato era debole, insinuandosi poi nel tessuto istituzionale e sociale con una pervasività che ancora oggi riconosciamo.

È qui che la memoria incontra l’impegno, e smette di essere commemorazione per diventare scelta. Perché ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e con loro tutte le vittime innocenti non significa soltanto onorare il sacrificio, ma assumere fino in fondo la loro intuizione più alta: la mafia è un fatto umano, e come tale può finire. Ma non finisce da sola. Non finisce per inerzia. Finisce se si interrompono le condizioni che la rendono possibile.

Per la magistratura, questo passaggio è particolarmente delicato. C’è una tentazione, talvolta, di collocare il contrasto alle mafie esclusivamente nel perimetro della repressione penale. È una tentazione comprensibile, perché il diritto penale è il nostro strumento più visibile e più strutturato. Ma è anche una tentazione insufficiente.

Le mafie contemporanee chiedono qualcosa di più: capacità di leggere i fenomeni economici, di intercettare i segnali deboli, di comprendere le connessioni tra legalità formale e sostanza dei comportamenti. Chiedono una giurisdizione che non sia solo reattiva, ma anche culturalmente attrezzata. E chiedono, soprattutto, una alleanza consapevole con la società civile.

Non è un caso che la Giornata del 21 marzo nasca e si sviluppi fuori dalle istituzioni, pur dialogando con esse. È un promemoria implicito: la legalità non è mai un monopolio. È una costruzione condivisa, fragile, continuamente esposta al rischio dell’indifferenza.

Ed è forse proprio l’indifferenza il vero terreno fertile delle mafie di oggi. Non l’ignoranza, non la paura, che pure esistono, ma quella forma più sottile di assuefazione che porta a considerare inevitabili certe pratiche, accettabili certi compromessi, “normali” certe distorsioni. In questo senso, la memoria non serve a guardare indietro, ma a interrompere questa normalizzazione.

C’è, infine, un altro aspetto che merita di essere detto con chiarezza, anche a costo di risultare scomodi. La memoria delle vittime innocenti non è selettiva. Non può esserlo. Non distingue per ruolo, per notorietà, per funzione sociale. Questo principio, che Libera ha reso concreto nella costruzione dell’elenco dei nomi, ha una forza etica straordinaria perché afferma che ogni vita ha lo stesso valore e che ogni perdita riguarda tutti.

Per chi amministra la giustizia, questo non è un dettaglio, ma il fondamento stesso del nostro lavoro.

Allora forse il senso più profondo di questa giornata non sta nella retorica della memoria, ma nella sua inquietudine. Nella capacità di non lasciarci tranquilli. Di chiederci, ogni anno, se stiamo davvero facendo abbastanza, non solo nelle aule di giustizia, ma nello spazio più ampio della responsabilità pubblica.