
Preoccupa la condanna del giudice tunisino per aver difeso l’indipendenza della magistratura attraverso l’attività associativa.
C’è un momento in cui una vicenda giudiziaria smette di essere un fatto nazionale e diventa banco di prova per la tenuta stessa dello Stato di diritto. La condanna del giudice Anas Hmedi appartiene a questa categoria. Il 2 aprile 2026, al termine di un procedimento segnato, secondo autorevoli osservatori internazionali, da gravi e reiterate violazioni, il presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini è stato condannato a un anno di reclusione. Non si tratta, semplicemente, della sorte individuale di un magistrato. È qualcosa di più profondo: è il destino di una funzione, quella giudiziaria, chiamata per definizione a tutelare i diritti resistendo a indebite pressioni.
Il dato che colpisce, e che inquieta, è la natura stessa delle accuse e del contesto in cui maturano. Hmedi non è un giudice qualsiasi: è il rappresentante di una comunità professionale che, attraverso l’associazionismo, difende l’indipendenza della magistratura. Colpire lui significa, simbolicamente e concretamente, colpire quella libertà di associazione che gli standard internazionali riconoscono come presidio essenziale dell’indipendenza della magistratura.
Non è un caso che la reazione sia stata immediata e corale. L’Associazione internazionale magistrati (IAJ) è intervenuta più volte, con nettezza crescente. Da ultimo, già nella dichiarazione del 1° aprile aveva denunciato un “modello costante di gravi violazioni procedurali”, tale da compromettere radicalmente le garanzie di un equo processo. Dopo la condanna, con la presa di posizione del 7 aprile, il giudizio dell’IAJ si è fatto ancora più esplicito: il procedimento è stato condotto in violazione dell’immunità giudiziaria, senza autorizzazione legittima, su basi accusatorie fragili e attraverso trasferimenti di competenza che evocano una manipolazione del foro.
Ma soprattutto, ciò che emerge è un quadro in cui i diritti di difesa risultano sistematicamente compressi: accesso limitato agli atti, impossibilità di essere pienamente ascoltato, condizioni incompatibili con una preparazione adeguata della difesa. Non si tratta di irregolarità marginali, ma di elementi che, cumulativamente, delineano, come ha sottolineato la stessa IAJ, un processo il cui esito appare predeterminato.
In questo contesto, le parole della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di magistrati e avvocati, Margaret Satterthwaite risuonano con particolare forza: “Apprendiamo con preoccupazione che il giudice Anas Hmedi, presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini, sarebbe stato condannato al termine di un procedimento che sarebbe stato inficiato da irregolarità, in particolare da presunte violazioni del diritto a un equo processo e del rispetto dell’immunità giudiziaria”. Ed aggiunge che “tali fatti sollevano serie preoccupazioni riguardo alle pressioni sull’indipendenza della giustizia, nonché sull’esercizio dei diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica”. È un passaggio cruciale. Perché sposta il baricentro della questione: non più soltanto il caso Hmedi, ma il rischio sistemico di una compressione delle libertà che rendono possibile, in primo luogo, l’esistenza stessa di una magistratura indipendente da pressioni esterne.
Ed è questo il nodo: l’indipendenza della magistratura non è una prerogativa corporativa, né un privilegio di casta, ma una garanzia per i cittadini. È ciò che consente al diritto di non piegarsi al potere, e alla giustizia di non ridursi a strumento del potere. Quando un magistrato viene perseguito per la sua attività associativa, per il fatto stesso di aver rappresentato colleghi e difeso principi posti a garanzia di tutti, il messaggio che si diffonde è chiaro e pericoloso: l’indipendenza, prevista e tollerata in teoria, viene compressa e colpita quando è esercitata davvero. Eppure, è proprio nei momenti come questo che si misura la tenuta delle istituzioni e della comunità internazionale. La presa di posizione della IAJ non è solo un atto di solidarietà. È un’affermazione di principio: senza giudici liberi, non esiste stato di diritto. Senza garanzie processuali effettive, non esiste giustizia.
La vicenda Hmedi interpella tutti. Interpella le autorità tunisine, chiamate a ristabilire pienamente le garanzie fondamentali. Interpella la comunità internazionale, che non può limitarsi a registrare la notizia. Ma interpella anche, più in profondità, la coscienza giuridica collettiva: quanto siamo disposti a difendere, davvero, l’indipendenza della magistratura quando non si limita ad essere proclamata, ma la si esercita anche se può essere scomoda?Perché una cosa è certa: ogni volta che un magistrato viene colpito per aver difeso l’indipendenza della magistratura dalle pressioni esterne, è il principio stesso ad essere condannato. E quel principio riguarda tutti.



