Il 25 aprile, una libertà da custodire

Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.

Le parole di Piero Calamandrei conservano, ancora oggi, una forza che non appartiene alla retorica, ma alla verità. Ci ricordano che la Costituzione non nacque in un’aula astratta, né fu soltanto il frutto di una sapiente architettura giuridica. Nacque prima nelle coscienze, nel dolore, nella scelta di chi rifiutò la sopraffazione, di chi non accettò che la forza potesse diventare diritto, che la paura potesse diventare governo, che l’obbedienza potesse cancellare la dignità.

Il 25 aprile è questo: non una memoria di parte, ma la radice comune della Repubblica. È il giorno in cui l’Italia ritrovò se stessa dopo aver conosciuto la dittatura, la guerra, le leggi razziali, la persecuzione degli oppositori, la negazione del pluralismo, l’umiliazione della persona davanti al potere.

Per questo la Liberazione non può essere ridotta a celebrazione del passato. È una domanda rivolta al presente e ci chiede che cosa facciamo, oggi, della libertà ricevuta. Ci chiede se sappiamo ancora riconoscere la democrazia non come una condizione naturale, ma come una conquista fragile. Il Presidente Mattarella lo ha ricordato con parole nette: “libertà e pace non sono elementi e dati acquisiti una volta per tutte”. Sono beni che possono deperire, se non vengono custoditi; possono svuotarsi, se diventano abitudine; possono essere traditi, se la memoria si trasforma in indifferenza.

La Resistenza fu molte cose: lotta armata, rivolta morale, solidarietà popolare, coraggio quotidiano. Fu la scelta dei partigiani e dei militari che dissero no, ma anche delle donne, degli operai, dei contadini, dei sacerdoti, delle famiglie che nascosero, curarono, sfamarono, protessero. Fu sia il gesto eroico, sia quello silenzioso. Fu la decisione, spesso dolorosa, di non voltarsi dall’altra parte.

Ecco perché il 25 aprile parla anche alla giustizia. Perché ogni ordinamento democratico vive sulla distinzione essenziale tra autorità e arbitrio, tra legge e sopraffazione, tra obbedienza e coscienza. La Repubblica nata dalla Liberazione ha posto al centro la persona, i suoi diritti, la sua dignità. Ha scelto il pluralismo contro il pensiero unico, la legalità costituzionale contro il dominio del più forte, la responsabilità contro l’indifferenza.

Celebrare il 25 aprile significa non ignorare la complessità della storia e guardarla senza ambiguità. Pietà per tutti i morti, sì. Ma nessuna confusione tra chi combatteva per liberare e chi sosteneva l’oppressore; tra chi difendeva la dignità umana e chi collaborava alla sua negazione.

Oggi, in un mondo attraversato da guerre, autoritarismi, violazioni del diritto internazionale, violenze contro i civili, il 25 aprile ci richiama a una responsabilità più ampia. La libertà non è solo un’eredità nazionale: è un dovere verso ogni persona privata della pace, dei diritti, della possibilità di scegliere il proprio destino.

La memoria, allora, è ciò che permette a una comunità di riconoscere le proprie radici e di non smarrire il senso del proprio cammino. Il 25 aprile non ci chiede di vivere rivolti al passato. Ci chiede di stare in piedi, tutti e senza divisioni. Di difendere la Costituzione non come un monumento, ma come una promessa quotidiana. Di ricordare che la democrazia non si eredita soltanto: si pratica, si rinnova, si protegge. Per questo la Festa della Liberazione è, ancora oggi, la festa più civile della Repubblica. Perché ci ricorda che essere liberi non significa soltanto essere stati liberati. Significa scegliere, ogni giorno, di non essere indifferenti.