Non lasciare sola la magistratura

Ancora una volta partecipiamo a inaugurare un nuovo anno di lavoro quali operatori della giustizia in condizioni di emergenza pandemica.
Anche questo assume un valore simbolico di ciò che quotidianamente, da ormai due anni, accade nel Paese.
Nel 2021, anche grazie ai vaccini contro il Covid, la giustizia è ripartita a pieno ritmo.
La quasi totalità degli operatori del diritto (magistrati, personale amministrativo e avvocati) si è sottoposta a vaccinazione per salvaguardare la salute propria e dei propri cari.
Va dato atto dell’impegno dei magistrati, con l’indispensabile aiuto del personale amministrativo, nell’assicurare la continuità delle attività giurisdizionali, riuscendo, in sintonia con l’avvocatura, a garantire immutati i diritti delle parti nei processi civili e le garanzie in favore degli imputati nei processi penali.
Una – finalmente efficace! – informatizzazione del nostro settore ha aiutato lo svolgimento delle attività ordinarie anche durante i periodi di forti restrizioni alla mobilità delle persone. In ambito penale, essa non si è tuttavia ancora consolidata quale nuova e stabile modalità di svolgimento di attività investigative e processuali, diversamente da quanto si era auspicato soprattutto con riferimento alle modalità di redazione, sottoscrizione e deposito dei provvedimenti giudiziari adottati da remoto, così come da tempo avviene già nell’ambito della giustizia civile.
Proprio nel settore civile le novità tecnologiche e processuali, la piattaforma Microsoft Teams e le udienze da remoto e cartolari, divenute progressivamente meno necessarie (almeno fino agli sviluppi dell’epidemia manifestatisi sul finire dell’anno), sono rimaste a disposizione di giudici e avvocati per la trattazione di quelle fasi del processo, dove esse possono svolgere una funzione di semplificazione delle relazioni lavorative senza pregiudicare l’accuratezza delle attività.
Gli operatori della giustizia hanno mostrato ampia disponibilità all’innovazione e alla riorganizzazione del proprio lavoro in coerenza con le esigenze della situazione e le opportunità delle nuove risorse.
Questo impegno dovrà coniugarsi con adeguati investimenti che, unitamente alle necessarie riforme organizzative e processuali, possano sostenere il processo di modernizzazione della giustizia.
Le esigenze sono plurime: vanno dal reclutamento di stabile personale qualificato al reperimento di idonee strutture edilizie, dalla costante formazione dei dipendenti alla fornitura di efficienti dotazioni informatiche e di tempestivi servizi di assistenza.
È ciò che ci aspettiamo dall’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e dalle risorse che esso riverserà in ambito giudiziario.
Si tratta di un’occasione senza precedenti e tutti i magistrati sono pronti a fare la propria parte perché tali innovazioni, senza alterare lo standard qualitativo del nostro lavoro, possano essere realmente dirette ad una maggiore efficienza del sistema.
Il primo banco di prova sarà l’ufficio per il processo, del quale vediamo tutti i benefici, ma anche tutte le difficoltà nella sua messa a regime.
Questo processo riformatore interseca uno dei momenti più bui e difficili della storia della Magistratura, ma siamo sicuri che chiusa la parentesi dell’opacità, si darà corso con determinazione al rinnovamento che unisca equità ed efficienza.
Tuttavia insieme alla speranza, permane il timore che ciò non possa bastare a dare slancio e vitalità al servizio giustizia.
Il nostro servizio, come forse ogni servizio, non può vivere di sola efficienza.
Diciamo questo perché mentre vediamo arrivare investimenti in personale e strumenti materiali, assistiamo a riforme o progetti di riforma che sembrano contraddire l’idea di una reale attenzione riformatrice.
Manca ogni iniziativa di revisione dell’ordinamento penitenziario, non si intravede la volontà di affrontare la drammatica condizione dei detenuti e la penosa situazione dell’edilizia carceraria.
La annunciata riforma del sistema elettorale per il rinnovo del CSM proposto dalla Ministra Cartabia se apparentemente intende contrastare il potere delle correnti, finisce per avvantaggiare i gruppi organizzati e con più consenso, impedendo candidature indipendenti, ostacolando la rappresentanza e mortificando il pluralismo. È un sistema infine che rischia di minare il concetto stesso di governo autonomo, attribuendo eccessivo peso ai laici che siedono in Consiglio.
Ancora. L’introduzione di una causa di improcedibilità correlata al decorso dei termini di durata del processo: due anni per il grado di appello, un anno per il grado di legittimità. Una riforma che, di fatto, è pensata senza tener conto dei carichi di lavoro delle sedi giudiziarie, ovvero se ne fa carico, adottando una soluzione dagli effetti dirompenti. Nel nostro territorio, come emerso da una recente analisi statistica sui dati della Corte d’Appello di Bologna, i procedimenti iscritti sino al dicembre 2018 ed attualmente
pendenti sono pari al 42,51% dei procedimenti totali (7.320 su 17.218), processi che, applicando la nuova disciplina, si chiuderebbero con l’improcedibilità dell’azione penale. In tal modo, si rischi di frustrare le legittime richieste di giustizia delle migliaia di persone offese interessate che avrebbero, come unica alternativa percorribile, quella di adire il giudice civile, quanto meno per i profili di natura risarcitoria.
Affidare al legislatore l’individuazione dell’ordine di priorità dell’intervento penale è una precisa opzione di politica criminale che comporta un delicato e difficile onere di valutazione che dovrà contemperare esigenze diffuse di tutela ed effettività della tutela stessa.
I progetti di riforma dell’ordinamento giudiziario sembrerebbero contenere interventi sulle valutazioni di professionalità mortificanti della dignità professionale.
Il valore della magistratura come potere diffuso viene sacrificato sull’altare della gerarchia, abbattendo l’apprensione di tutti noi per recuperare la tensione morale che il nostro servizio richiede.
Ci preoccupa la diffusa, improvvida sottovalutazione del significato distruttivo di progetti di riforma (oggi oggetto di quesito referendario) che disegnano la figura di un magistrato burocrate: ciò che vale per l’introduzione di forme dirette di responsabilità civile, ma vale per il sempre attuale tema della separazione delle carriere, anche nella insidiosissima misura della separazione delle funzioni.
E proprio su questo tema riscontriamo con grande rammarico di non avere come alleata una parte dell’avvocatura associata – con cui lealmente ogni giorno ci confrontiamo – che ha ingaggiato da troppo tempo una battaglia che avrà come unico esito quello di allontanare il magistrato del Pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione, spingendolo tra le braccia di altri poteri che non sono e non possono essere terzi e imparziali.
Non vogliamo rimanere da soli nella difesa dei valori costituzionali della giurisdizione.
Perché questo tipo di solitudine porta alla delegittimazione, spesso priva di argini, che abbiamo ritenuto di dovere in questi mesi contrastare portando solidarietà ai colleghi oggetto di attacchi per i provvedimenti adottati nell’esercizio delle funzioni.
La convinzione che ci muove è che in questa fase l’isolamento sia un pericolo.
È pericoloso quell’isolamento che non è la doverosa solitudine della decisione, ma l’abbandono da parte del collettivo. È un pericolo per il singolo perché, come diceva Giovanni Falcone “si muore generalmente perché si è soli…si muore spesso perché si è privi di sostegno”, ma è un pericolo anche per tutta la magistratura, perché non esiste autorevolezza del singolo, che possa salvare dalla perdita di autorevolezza di tutta l’istituzione.
In quest’ottica ci permettiamo di sottolineare che evitare l’isolamento deve essere una priorità comune: una priorità per i dirigenti, affinché non lascino soli i colleghi impegnati in procedimenti delicati e talvolta con carichi di lavoro insostenibili; una priorità per i giudici, riferimento di autorevolezza di tutto l’ordine giudiziario; una priorità per ogni magistrato nei confronti dei propri colleghi, senza facili prese di distanze che adombrano una visione
individualista della funzione.

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Abstract dell’intervento della Ges Emilia-Romagna in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

 

In foto: Ramo di mandorlo fiorito, Van Gogh, Rijksmuseum Vincent Van Gogh