In ricordo di Rosario Livatino

Buongiorno a tutti, mi emoziona particolarmente essere qui oggi per commemorare la figura di Rosario Livatino, un collega, ma ancor prima un uomo, innamorato di Dio, della sua famiglia e della giustizia. Anche io sono siciliana, proprio come lui; sono nata a Palermo e cresciuta in una famiglia che si potrebbe definire “normalissima”. Mio padre era un dirigente generale della Regione Siciliana e mia madre una casalinga, una famiglia comune dove ho appreso il senso del dovere, il valore dell’onesta e del rigore morale. Una famiglia abbastanza serena, la cui serenità è stata però fortemente turbata una mattina del 1990. Devo premettere che io all’epoca avevo solo 14 anni ed ero ignara di tutto. Quel giorno mi sono alzata per fare colazione e ho trovato mio padre in cucina che leggeva, come sempre, il giornale.

Era il 09 maggio del 1990. Aveva appena appreso che un collega era stato crivellato a colpi di pistola, in pieno giorno, nel centro di Palermo. Quando gli chiesi se conoscesse le ragioni di quell’omicidio, mi rispose che era un uomo integerrimo e che aveva pagato con la vita il suo rigore morale sul lavoro. Non disse altro. Dopo qualche ora ebbe un infarto che gli causò la perdita dell’udito. L’anno successivo, alla giovanissima età di 48 anni, si mise in pensione.

Mio padre non aveva raccontato nulla in famiglia di quella vicenda, neanche a mia madre. Solo qualche anno dopo ci spiegò che agli inizi del 1990 era stato avvicinato da noti personaggi del malaffare locale (mi ricordo che precisò che si presentarono in giacca e cravatta, che parlavano la lingua italiana in modo ineccepibile e che avevano modi molto cortesi) che gli offrirono, a più riprese, denaro, regalie e perfino un posto di lavoro per mia madre. A fronte del costante rifiuto, iniziarono le minacce alla sua e alla nostra incolumità. Ricordo un’espressione che mi colpì molto: “o mi sporcavo le mani e finivo in galera o anche io rischiavo di essere ucciso; ecco il perché dell’infarto e della scelta di andare in pensione così giovane”. Da quel momento si rafforzò la mia idea di diventare magistrato. Purtroppo mio padre non ha potuto vedere realizzato il mio sogno, perché è morto prima, ma parlare oggi della sua netta opposizione alle lusinghe mafiose e del suo rigore morale sul lavoro mi consente di mantenere vivo il suo ricordo e di portarlo come esempio per tutti quegli amministratori pubblici che non si sono piegati e che non si vogliono piegare a certe dinamiche e che camminano a testa alta perché credono nella verità e nella giustizia.

Dott.ssa Chiara Gagliano

Giudice del Tribunale di Termini Imerese