
In una lettera al governo Melillo denuncia gli effetti della stretta voluta dal governo nella lotta alla mafia.
Una lettera indirizzata ai ministri della Giustizia e dell’Interno oltre che alla presidente della commissione parlamentare Antimafia. A firmarla Giovanni Melillo, procuratore antimafia e antiterrorismo per denunciare che l’effetto della riforma delle intercettazioni “si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo“. Ad anticiparla è stato Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera.
Con la disciplina varata dal governo nell’agosto del 2023 con un decreto poi convertito in legge i colloqui registrati nell’ambito di un’indagine non possono essere utilizzati per altre inchieste salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. Mentre prima delle modifiche l’estensione era possibile per tutti reati per i quasi sono consentite le intercettazioni.
A quasi tre anni dalla modifica l’effetto è evidente: restano immuni dall’utilizzo di intercettazioni raccolte in procedimenti diversi tutti o quasi tutti i reati dei “colletti bianchi” che collaborano con le organizzazioni criminali, provocando, si legge nella lettera del Procuratore antimafia, “un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto a quei fenomeni”.
Nella lettera, datata 20 aprile e trasmessa per conoscenza anche al procuratore generale della Cassazione e ai procuratori distrettuali antimafia, Melillo sottolinea che il passo indietro riguarda anche le inchieste sul terrorismo: l’attuale disciplina “impedisce il ricorso alle intercettazioni disposte in procedimenti collegati per l’accertamento di condotte quali la partecipazione ad un’associazione sovversiva e di assistenza agli associati, ovvero l’istigazione e apologia di reato con finalità di terrorismo che reggono le dinamiche di reclutamento, anche di minori, in quelle pericolose organizzazioni criminali”.
Infine un altro aspetto, non di poco conto, viene segnalato, riguardo le dispersioni probatorie: diverse Procure distrettuali impegnate nelle inchieste antimafia e antiterrorismo “si ritrovano sovente costrette a disporre l’esecuzione delle medesime intercettazioni in ciascuno dei procedimenti” attivando di fatto una registrazione per ogni fascicolo, “con conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria”.
Davanti al quadro tracciato da Melillo qualcosa sembra muoversi: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi assicura che “sarà fatta un’analisi anche con i rappresentanti delle forze di polizia, quindi anche con un riscontro oggettivo”.
“È un’autorevole segnalazione che noi teniamo nella giusta considerazione, quindi la valuteremo senz’altro”, le parole di Piantedosi.



