Il ruolo decisivo delle ventuno madri della nostra Costituzione

“Le ventuno madri della Repubblica italiana hanno svolto un ruolo importante in seno all’Assemblea Costituente. Pur trattandosi di un’esigua minoranza (i membri erano 556, le donne soltanto 21) seppero dare un segno fondamentale”. A sottolinearlo è stata Patrizia Gabrielli, docente di Storia contemporanea e Storia di genere presso il Dipartimento di Scienze politiche internazionali dell’Università di Siena, a margine dell’iniziativa “L’impegno delle Costituenti a difesa della libertà e dei diritti”, organizzata all’Istituto Luigi Sturzo a Roma.

Sono passati 80 anni dal decreto del 10 marzo 1946 che permise alle donne con almeno 25 anni di età di poter eleggere e essere elette alle prime elezioni amministrative dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Poi, la data storica del 2 giugno 1946, con il voto per eleggere l’Assemblea costituente (che avrebbe poi redatto la Costituzione Italiana) e allo stesso tempo il referendum per scegliere il futuro assetto politico del Paese, con la vittoria della Repubblica alle urne.

“Furono elette nove del Partito Comunista, nove della Democrazia Cristiana, due socialiste e una del Partito dell’Uomo Qualunque. Venivano più o meno da tutta Italia, quasi tutte avevano studiato, come minimo avevano la licenza superiore, 14 erano laureate. Si fecero sentire perché rappresentavano il 47% della popolazione. Ben l’89% delle donne andarono a votare quella famosa mattina del 2 giugno, ma non era la prima volta che votavano perché avevano votato già alle amministrative nel marzo del 46”, ha ricordato Cecilia Dau Novelli, professoressa di Storia contemporanea al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari.

Il 15 luglio 1946, tra i 556 eletti dell’Assemblea Costituente, venne istituita la Commissione dei 75, che aveva il compito di redigere la Carta Costituzionale da sottoporre alla stessa Assemblea una volta terminati i lavori: “Nella Commissione dei 75 entrano così cinque madri costituenti che rappresentavano i tre grandi partiti di massa: Lina Merlin del Partito Socialista Italiano, Nilde Iotti e Teresa Noce del Partito Comunista, Maria Federici e Angela Gotelli della Democrazia Cristiana. Seppur di partiti diversi, seppero in qualche maniera creare un’alleanza. Intervennero a favore della parità di genere, all’epoca si diceva a favore della parità di sesso, a partire dall’articolo 3 dove fu soprattutto Lina Merlin a sottolineare come fosse importante specificare anche la parità tra i sessi. E ancora, parità tra i coniugi nella famiglia, conciliazione tra il lavoro da un lato e dall’altro garanzie per la maternità”, ha sottolineato Gabrielli. Ma non solo: “Si occuparono principalmente dei problemi della famiglia e dei diritti individuali e dei diritti collettivi”, ha aggiunto Dau Novelli.

Mentre Milena Falaschi, presidente dell’Associazione Donne Magistrato Italiane, ha ricordato come riuscirono ad avere “un grandissimo peso nell’elaborazione dell’articolo 3 della Costituzione, dato che sono state loro ad introdurre l’uguaglianza sostanziale, il famoso ‘di fatto’ che non era stato introdotto. Così come sono state fondamentali nella parità retributiva”.

Falaschi ha ricordato però come, “per poter entrare in magistratura purtroppo non è bastato l’articolo 51, frutto della loro elaborazione, né l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza sostanziale, ma è stata necessaria una sentenza della Corte Costituzionale, la 33 del 1960, che dichiarò l’illegittimità dell’esclusione delle donne dagli uffici pubblici, come dirigenti logicamente. E nonostante la sentenza abbiamo dovuto aspettare una legge, la 66 del 1963, per poter avere accesso”. E ancora: “Senza la Costituzione non avremmo potuto avere tutto il resto. Per questo sono grata alle donne costituenti, così come sono grata anche a Rosa Oliva, che con il professor Costantino Mortati è riuscita ad avere questa sentenza, che è stata un passaggio fondamentale per consentire l’accesso alle donne in magistratura”, ha aggiunto, ricordando il ruolo della giurista. Grazie al suo ricorso (dopo il rifiuto del Ministero dell’Interno di ammetterla al concorso per la carriera prefettizia) il 13 maggio 1960 la Consulta riconobbe così il diritto per tutte le donne di partecipare ai concorsi pubblici, che prima erano riservati ai soli uomini.

“Nella scelta nella Costituzione di prevedere l’autonomia, l’indipendenza e l’imparzialità, le tre qualità a cui noi teniamo, sicuramente le madri costituenti hanno avuto un peso. Non soltanto perché portavano avanti questi principi, ma perché sono riuscite a coalizzare forze di opinioni molto diverse. Sull’autonomia e l’indipendenza si è molto discusso e non era scontato che fosse in questi termini“, ha spiegato Falaschi. “Rispetto a questa tripartizione auspicata dello Stato, osservare oggi quello che sta accadendo, soprattutto la delegittimazione della magistratura, lo trovo veramente, sia che passi il NO al referendum sulla legge Nordio del 22 e 23 marzo, sia che passi il Sì, e chiaramente io mi auguro che passi il NO, un danno gravissimo alla società”, ha concluso.