
Il racconto di Matteo Dendena, nipote di una delle vittime della strage terroristica del 1969 a Milano
“Sono cresciuto sapendo di avere un nonno, Pietro Dendena, morto nella strage terroristica di Piazza Fontana. Il 12 dicembre 1969 era un venerdì. Mio nonno (un commerciante di bestiame, ndr) ogni venerdì andava a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, che restava aperta oltre il tradizionale orario di chiusura per permettere lo svolgimento delle trattative del mercato agricolo provinciale. Entrò correndo perché era in ritardo. Fu ucciso da una delle schegge della deflagrazione che avvenne alle 16:37”. Questo il racconto di Matteo Dendena, nipote di Pietro e vicepresidente dell’associazione che riunisce i familiari delle vittime, a La Magistratura in occasione del 56esimo anniversario della strage di Piazza Fontana.
Lo scorso anno era stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordare come la strage fu “espressione del tentativo eversivo di destabilizzare la nostra democrazia, imprimendo alle istituzioni una torsione autoritaria”, così come i “tentativi di depistaggio e di offuscamento della realtà”. Nonostante questo, il capo dello Stato aveva ricordato come “l’impronta neofascista della strage del 1969” fosse “emersa con evidenza nel percorso giudiziario, anche se deviazioni e colpevoli ritardi” avevano “impedito che i responsabili venissero chiamati a rispondere dei loro misfatti”.
“Parole che vanno ribadite e che sono ormai storia nota del nostro Paese. Oggi c’è ancora chi cerca di falsificare la storia, mettendo in dubbio gli esecutori della strage. Ma, al di là del percorso giudiziario, c’è un riconoscimento storico dei colpevoli: la formazione neofascista di Ordine Nuovo. La verità era già stata raggiunta negli anni ’70”, ribadisce Matteo Dendena. Il vicepresidente dell’associazione ha poi ricordato il ruolo e il contributo considerato “inestimabile” della magistratura nella lotta all’eversione: “Ci sono magistrati che hanno pagato anche con la vita”.



