
Il Comitato del Consiglio d’Europa sollecita l’accelerazione del Piano Carceri e richiama l’attenzione sulle criticità strutturali del sistema penitenziario italiano, dall’assistenza sanitaria alla prevenzione dei suicidi, fino alle condizioni di vita e alle opportunità di reinserimento delle persone detenute.
Il 4 novembre 2026 è stato pubblicato il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) del Consiglio d’Europa, relativo alla visita ad hoc effettuata in Italia dal 2 al 12 settembre 2025. Il documento restituisce un quadro articolato delle condizioni del sistema penitenziario italiano, evidenziando criticità che il Comitato definisce gravi e di lunga data. Al centro delle osservazioni figurano il sovraffollamento, il deterioramento delle condizioni materiali di detenzione, l’elevato numero di suicidi, le disparità territoriali nell’assistenza sanitaria e le carenze di personale.
Il CPT prende atto delle iniziative adottate dalle autorità italiane, in particolare del Piano Carceri e della nomina di un Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, ma sottolinea la necessità di accelerarne l’attuazione e di accompagnare gli interventi infrastrutturali con misure capaci di incidere stabilmente sulla popolazione detenuta.
Il sovraffollamento e i limiti degli interventi programmati
Il sovraffollamento continua a rappresentare una delle principali criticità del sistema penitenziario italiano. Al momento della visita, negli istituti erano presenti 63.198 detenuti, a fronte di una capienza ufficiale di 51.275 posti, dei quali soltanto 46.706 effettivamente disponibili. Il tasso di affollamento raggiungeva così il 135% della capienza effettiva.
Secondo i dati richiamati dal CPT, quasi un quarto delle persone detenute disponeva di uno spazio vitale compreso tra 3 e 4 metri quadrati, inferiore allo standard minimo di 4 metri quadrati per persona nelle celle collettive indicato dal Comitato. Su questo punto il Comitato formula uno dei suoi giudizi più severi: non garantendo in modo costante lo spazio minimo di 4 metri quadrati per persona nelle celle a occupazione multipla, si correrebbe il rischio di sottoporre le persone detenute a condizioni che possono essere considerate inumane e degradanti.
Il rapporto evidenzia come il sovraffollamento non rappresenti soltanto un problema di disponibilità degli spazi, ma produca conseguenze sull’intero funzionamento del sistema: alimenta le tensioni e gli episodi di violenza, compromette le condizioni igienico-sanitarie, limita le attività trattamentali e aggrava le difficoltà operative del personale.
Il CPT riconosce la necessità di investire nell’ammodernamento delle strutture, ma osserva che la costruzione di nuovi istituti, da sola, non può costituire una soluzione duratura. Il Piano Carceri, che prevede la realizzazione di circa 10.900 nuovi posti entro il 2027, deve essere accompagnato da un più ampio ricorso alle misure alternative alla detenzione e agli strumenti che consentono di ridurre il ricorso alla custodia in carcere. Il rapporto osserva, del resto, che le misure adottate finora, comprese quelle introdotte con il decreto del 24 luglio 2025, n. 128, non hanno avuto un impatto apprezzabile nell’invertire la crescita della popolazione detenuta.
Particolarmente significativo è il richiamo alle ricadute del sovraffollamento sull’attività della magistratura di sorveglianza. Il rapporto segnala come l’insufficienza del personale educativo e trattamentale determini ritardi nella predisposizione delle relazioni necessarie alla valutazione delle istanze, incidendo sui tempi di accesso alle misure alternative. A tali difficoltà si aggiunge l’aumento del carico di lavoro degli uffici giudiziari competenti.
Si delinea così un problema che non riguarda esclusivamente l’amministrazione penitenziaria, ma coinvolge direttamente l’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti delle persone detenute. Il funzionamento delle misure alternative richiede, infatti, non soltanto strumenti normativi adeguati, ma anche risorse organizzative e professionali che ne consentano una tempestiva applicazione. Il rapporto ricorda, a questo proposito, che nel 2024 i magistrati di sorveglianza hanno accolto 5.837 degli 11.440 ricorsi presentati ai sensi dell’art. 35-ter dell’ordinamento penitenziario (il 51%), accertando la violazione dell’art. 3 della CEDU in relazione alle condizioni di detenzione.
Le condizioni materiali di detenzione e il caso Sollicciano
Il rapporto rileva differenze significative nelle condizioni materiali di detenzione, sia tra gli istituti visitati sia all’interno delle singole strutture. Le situazioni più problematiche riguardano soprattutto le sezioni destinate a detenuti sottoposti a particolari forme di separazione, nelle quali si riscontrano carenze igieniche, problemi di manutenzione e condizioni di vita particolarmente difficili. Tra i rilievi più severi emerge quello relativo al carcere di Firenze Sollicciano, che il CPT giudica espressamente non idoneo alla funzione cui è destinato (“not fit for purpose”). Le gravi carenze strutturali, le infiltrazioni d’acqua, l’umidità, la presenza di muffe e il deterioramento degli ambienti hanno indotto il Comitato a chiedere una seria valutazione sulla sostenibilità del mantenimento in funzione dell’istituto, chiedendo al Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria di predisporre un’analisi costi-benefici sulla situazione dell’istituto e sulla sua sostenibilità futura.
Il caso di Sollicciano assume un rilievo particolare, ma si inserisce in una questione più ampia: la necessità che le condizioni materiali della detenzione siano compatibili con il rispetto della dignità delle persone e con gli standard europei di tutela dei diritti fondamentali. Non si tratta soltanto di assicurare spazi adeguati, ma di garantire ambienti salubri, servizi essenziali funzionanti e condizioni che consentano lo svolgimento delle attività quotidiane e trattamentali.
La tutela della vita e dell’incolumità delle persone detenute
Un ulteriore profilo di particolare preoccupazione riguarda la sicurezza all’interno degli istituti e la prevenzione dei suicidi.
Il CPT rileva che la grande maggioranza delle persone detenute incontrate durante la visita ha dichiarato di essere stata trattata correttamente dal personale penitenziario. Il rapporto segnala tuttavia anche alcune accuse di maltrattamenti e di uso eccessivo della forza, richiamando la necessità di una vigilanza costante e di una formazione adeguata sulle tecniche di contenimento proporzionato e di gestione delle situazioni critiche.
Rimane inoltre persistente il fenomeno della violenza e delle intimidazioni tra detenuti. Nei primi sette mesi del 2025 sono stati registrati 2.914 episodi di violenza interna. Il Comitato individua tra i fattori che contribuiscono a tale situazione l’insufficiente presenza del personale nelle sezioni, soprattutto nelle ore serali e notturne, e l’assenza di sistemi di chiamata nella maggior parte delle celle.
Il rapporto esamina in dettaglio due episodi particolarmente gravi. Ad Avellino, nell’ottobre 2024, un detenuto aggredito da un gruppo di altri detenuti è rimasto in stato vegetativo ed è deceduto nell’ottobre 2025. A Genova Marassi, nel giugno 2025, un giovane detenuto ha subito per diversi giorni violenze fisiche e psicologiche, inclusa violenza sessuale, da parte dei compagni di cella. Secondo il Comitato, l’episodio mette in luce le difficoltà del sistema penitenziario nel garantire la protezione delle persone affidate alla sua custodia. Particolarmente allarmante è il quadro relativo ai suicidi. Il rapporto richiama il dato di 83 suicidi nel 2024 e 76 nel 2025, sottolineando la necessità di rafforzare le misure di prevenzione.
Il CPT riconosce l’esistenza di protocolli multidisciplinari per l’individuazione e la valutazione del rischio suicidario, ma osserva che la loro efficacia può essere compromessa dal sovraffollamento, dalla carenza di personale sanitario, dall’insufficiente presenza di specialisti, dall’assenza di una strategia nazionale per eliminare i punti di ancoraggio utilizzabili per compiere gesti autolesivi e dalla mancanza di sistemi di chiamata nella maggior parte delle celle. Il Comitato rileva inoltre che i protocolli sono privi di indicatori di risultato misurabili.
Il Comitato rileva inoltre che l’isolamento è utilizzato spesso come strumento di prevenzione e raccomanda di evitarlo per le persone valutate a rischio di suicidio, favorendo invece il sostegno tra detenuti, i contatti familiari e interventi di assistenza adeguati.
In definitiva, le osservazioni del CPT evidenziano come la prevenzione dei suicidi non possa essere affidata esclusivamente all’esistenza di protocolli formali, ma richieda condizioni organizzative, risorse professionali e strumenti concreti che ne rendano effettiva l’applicazione.
Le disparità territoriali nell’assistenza sanitaria
Il rapporto dedica particolare attenzione alla qualità dell’assistenza sanitaria penitenziaria, rilevando significative differenze tra le diverse realtà territoriali.
A fronte di esperienze valutate positivamente, il CPT segnala gravi carenze negli istituti visitati in Campania e Puglia, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità di personale sanitario, l’accesso alle visite specialistiche e la continuità delle cure.
Particolarmente problematico risulta l’accesso all’assistenza psichiatrica, con una presenza di specialisti giudicata in diversi casi chiaramente insufficiente rispetto al numero e alle esigenze delle persone detenute.
Il Comitato richiama inoltre l’attenzione sui ritardi nella valutazione dell’idoneità alla detenzione delle persone affette da gravi patologie fisiche o psichiatriche. Durante la visita sono state individuate situazioni individuali di particolare gravità, che hanno determinato un intervento immediato del CPT nei confronti delle autorità italiane.
Il rapporto sottolinea la necessità che le condizioni di salute incompatibili con la permanenza in carcere siano tempestivamente individuate e segnalate all’autorità giudiziaria competente.
Anche sotto questo profilo emerge il collegamento tra l’organizzazione sanitaria penitenziaria e l’effettività della tutela giurisdizionale. La tempestività degli accertamenti medici, la disponibilità della documentazione sanitaria e la collaborazione tra amministrazione penitenziaria, servizi sanitari e magistratura costituiscono presupposti essenziali per garantire una valutazione effettiva delle condizioni individuali.
Nella risposta alle osservazioni del CPT, le autorità italiane hanno riferito dell’istituzione, con accordo Stato-Regioni del 7 maggio 2025, di un gruppo tecnico di monitoraggio coordinato dal Ministero della Salute finalizzato ad affrontare le disparità territoriali nell’erogazione delle prestazioni sanitarie.
Il trattamento penitenziario, le attività e i regimi di isolamento
Il CPT riconosce gli sforzi compiuti per ampliare le opportunità lavorative delle persone detenute, anche attraverso gli strumenti di incentivazione previsti dalla Legge Smuraglia. Sottolinea tuttavia la necessità di sviluppare ulteriormente le attività lavorative, formative e ricreative, assicurando a tutte le persone detenute programmi giornalieri strutturati e adeguati alle esigenze individuali. Il rapporto richiama in particolare le condizioni delle persone sottoposte a regimi di separazione e isolamento, per le quali le opportunità di partecipazione alle attività risultano spesso estremamente limitate.
Il Comitato sollecita una revisione delle misure restrittive applicate nell’ambito della sorveglianza particolare e ribadisce la richiesta di abolire l’isolamento diurno previsto per i condannati all’ergastolo, giudicato una misura anacronistica e priva di giustificazione rispetto alle finalità della pena.
Un ruolo centrale viene attribuito anche alla cosiddetta sicurezza dinamica, un modello di gestione della sicurezza penitenziaria fondato sulla presenza attiva del personale nelle sezioni detentive, sulla conoscenza delle situazioni individuali e sulla costruzione di rapporti di comunicazione e fiducia con le persone detenute, al fine di prevenire tensioni ed episodi di violenza. Secondo il CPT, tale approccio, previsto dalle regole penitenziarie europee, non risulta ancora adeguatamente attuato nel sistema penitenziario italiano. Il Comitato ne sollecita pertanto un’effettiva applicazione, attraverso una maggiore presenza del personale nelle sezioni e un’adeguata formazione.
Specifiche osservazioni riguardano infine la detenzione femminile. Il CPT richiama la necessità di adottare un approccio attento alle differenze di genere, sia nella valutazione dei bisogni e dei rischi sia nell’organizzazione delle attività e dei servizi. In particolare, raccomanda una gestione distinta delle sezioni femminili collocate all’interno degli istituti maschili, con personale dedicato e interventi adeguati alle esigenze delle donne detenute.
Dalle raccomandazioni all’effettività dei diritti
Il rapporto del CPT restituisce l’immagine di un sistema penitenziario nel quale le criticità strutturali e organizzative si intrecciano, incidendo reciprocamente sulle condizioni di detenzione e sull’effettività dei diritti fondamentali.
Il sovraffollamento aggrava il deterioramento delle strutture, riduce le opportunità trattamentali, accresce le difficoltà di gestione e rende più complessa la tutela della salute e della sicurezza. Le carenze di personale, a loro volta, incidono non soltanto sulla vita quotidiana degli istituti, ma anche sulla possibilità di garantire percorsi individualizzati e un tempestivo accesso agli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento.
Le autorità italiane hanno fornito al Comitato informazioni sulle misure adottate e programmate, dagli interventi edilizi al rafforzamento degli organici, dalle attività ispettive alle iniziative per migliorare l’assistenza sanitaria.
Alla luce della constatazione del CPT secondo cui le misure adottate non hanno finora inciso in modo apprezzabile sulla crescita della popolazione detenuta, resta tuttavia centrale la necessità di tradurre gli interventi programmati in risultati concreti e verificabili. Il documento richiama, in definitiva, una questione che riguarda direttamente la tenuta delle garanzie dello Stato di diritto: la distanza che può determinarsi tra il riconoscimento formale dei diritti delle persone detenute e la possibilità di assicurarne l’effettivo esercizio. In questa prospettiva, il rispetto degli standard europei di detenzione non costituisce soltanto un obiettivo di miglioramento amministrativo, ma un parametro essenziale per valutare la capacità del sistema penitenziario di garantire condizioni compatibili con la dignità della persona e con la funzione costituzionale della pena.
Le raccomandazioni del CPT rappresentano dunque un riferimento importante per verificare, nel tempo, se le misure annunciate saranno in grado di incidere sulle criticità rilevate e di assicurare una tutela effettiva dei diritti delle persone private della libertà.



