
Da Lisbona l’Associazione internazionale dei magistrati condanna le misure di Washington contro la Corte e i suoi giudici e chiede ai 125 Stati parte di proteggerla “a ogni livello possibile”.
Il Consiglio centrale dell’Iaj, l’Associazione internazionale dei magistrati, ha condannato le sanzioni degli Stati Uniti contro la Corte penale internazionale. La risoluzione, approvata il 19 ottobre durante la 68ª riunione annuale dell’associazione, conclusasi il 21, le definisce un’interferenza “senza precedenti e inaccettabile” nell’indipendenza della giurisdizione.
I giudici condannano sia le misure contro la Corte come istituzione sia quelle adottate in precedenza contro singoli giudici e funzionari. “Le pressioni politiche o economiche del governo di qualsiasi Paese non devono poter influenzare il perseguimento giudiziario dei più gravi crimini contro l’umanità”, scrivono. Chi minaccia giudici che operano su mandato del diritto internazionale, “congelandone i conti, negando loro l’accesso ai servizi finanziari e imponendo divieti di viaggio, mina le fondamenta stesse dell’ordine giuridico internazionale e dello Stato di diritto in quanto tale”. Il testo richiama anche le giurisdizioni nazionali: “I tribunali indipendenti devono poter operare senza timore di ritorsioni. Ciò vale sul piano nazionale tanto quanto nella sfera del diritto penale internazionale”. L’Iaj chiede infine ai 125 Stati aderenti alla Cpi di proteggere la Corte, i suoi giudici e il personale dalle conseguenze delle sanzioni “a ogni livello possibile”.
La presa di posizione della magistratura internazi
onale interviene in un momento particolarmente delicato per la tenuta dell’ordine giuridico costruito all’indomani della Seconda guerra mondiale. Un ordine fondato sulla consapevolezza che la forza non possa costituire l’unico criterio di regolazione dei rapporti tra gli Stati e che persino nei conflitti armati esistano limiti invalicabili e responsabilità individuali da accertare. La giustizia penale internazionale nasce, dunque, anche dalla necessità di sottrarre i crimini più gravi alla possibilità che rimangano impuniti solo per la posizione di potere di chi li ha commessi.
La questione va ben oltre le sorti di una singola istituzione. Riguarda la possibilità stessa che il diritto internazionale continui a operare come limite all’esercizio del potere e non venga progressivamente subordinato agli interessi e ai rapporti di forza. Quando uno Stato pretende di condizionare l’attività di un tribunale attraverso misure coercitive, non contesta soltanto determinate decisioni giudiziarie, ma mette in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura chiamata ad accertare, secondo regole prestabilite, le responsabilità per le più gravi violazioni del diritto internazionale.
Le sanzioni contro la Corte
Il 9 ottobre il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro la Corte come istituzione. Fino ad allora Washington aveva colpito tredici tra giudici e procuratori e la Cpi ha parlato di una misura senza precedenti. Le sanzioni bloccano beni e interessi della Corte negli Stati Uniti e vietano di fornirle fondi, beni o servizi: rischiano quindi anche le imprese che lavorano con il tribunale, che ha circa 900 dipendenti. Il divieto di transazioni entrerà in vigore dopo un periodo transitorio di sei mesi. La Cpi ha respinto le sanzioni come un attacco a un’istituzione giudiziaria indipendente e ha fatto sapere che non si lascerà intimidire.
La gravità di queste misure emerge con particolare evidenza se si considera il loro effetto concreto. Le restrizioni economiche e finanziarie incidono direttamente sulla vita dei magistrati e del personale, sulla possibilità di utilizzare servizi essenziali e sulla stessa capacità dell’istituzione di svolgere le proprie funzioni giurisdizionali. La pressione esercitata sui singoli diventa così uno strumento per ostacolare l’attività dell’intera giurisdizione.
Vi è poi un profilo ancora più preoccupante: il precedente che queste misure rischiano di consolidare. Se si accetta l’idea che l’adozione di una decisione giudiziaria possa esporre chi l’ha pronunciata a conseguenze personali imposte da un potere esterno, l’indipendenza cessa di essere una garanzia effettiva. Il giudice viene posto nella condizione di dover considerare non soltanto i fatti e il diritto applicabile, ma anche le possibili ritorsioni sulla propria vita privata e lavorativa derivanti dalla propria decisione. È in questa possibilità di condizionare, anche indirettamente, la libertà di giudizio che si manifesta uno dei rischi più gravi per l’indipendenza della magistratura.
Non significa sottrarre la Corte alle critiche, né considerare le sue decisioni insindacabili. La giurisdizione deve esercitarsi entro i limiti delle competenze attribuitele, nel rispetto delle garanzie processuali e degli strumenti di controllo previsti dal diritto. Ma la critica, anche radicale, non può trasformarsi nella punizione personale di chi esercita legittimamente una funzione giudiziaria solo per aver assunto una decisione sgradita al potere politico. Confondere questi due piani significa compromettere la distinzione essenziale tra il confronto sulle decisioni e l’intimidazione e delegittimazione di chi è chiamato ad assumerle.
La testimonianza di Aitala
Rosario Aitala, magistrato italiano e primo vicepresidente della Corte, ha descritto gli effetti delle sanzioni in un’intervista al Corriere della Sera dell’11 ottobre scorso: i giudici, ha detto, sono trattati “con gli stessi metodi riservati ai terroristi”. La sua testimonianza ci restituisce una dimensione particolarmente significativa di questa vicenda. Le sanzioni non colpiscono soltanto la libertà e la serenità personale dei magistrati, ma rischiano di privare milioni di vittime della possibilità di vedere riconosciute e accertate le responsabilità per le violenze subite. È un aspetto che non può rimanere sullo sfondo del dibattito: la giustizia penale internazionale è nata per offrire una risposta giuridica a crimini che, per gravità e dimensione, offendono l’intera comunità umana.
In un contesto internazionale attraversato da conflitti e violazioni gravissime dei diritti fondamentali, il rischio è che torni ad affermarsi una concezione selettiva della legalità, nella quale il diritto viene invocato per giudicare le condotte degli avversari, ma perde la propria forza vincolante quando coinvolge gli alleati o gli interessi dei più potenti. È una contraddizione che investe direttamente la credibilità dell’ordine internazionale. Le regole non possono cambiare valore in funzione dell’identità di chi le viola, né l’accertamento delle responsabilità può dipendere dalla convenienza politica del momento.
La storia del diritto internazionale contemporaneo è anche la storia del tentativo, difficile e incompiuto, di superare questa logica. Dopo le tragedie del Novecento, il divieto della guerra di aggressione, la tutela dei civili e l’affermazione della responsabilità penale individuale hanno rappresentato risposte giuridiche alla devastazione prodotta dall’uso incontrollato della forza. Sono conquiste che non hanno eliminato la violenza né impedito nuove atrocità, ma hanno stabilito principi e strumenti attraverso i quali quelle condotte possono essere qualificate, giudicate e sanzionate. Indebolire le istituzioni chiamate ad applicarli significa rendere più fragile proprio quel sistema di limiti e responsabilità.
La Corte penale internazionale, istituita attraverso lo Statuto di Roma, interviene secondo le competenze e le condizioni previste dal trattato, nel quadro del principio di complementarità. Difenderne l’indipendenza non equivale dunque a negare la sovranità degli Stati, come molti governi vorrebbero far credere, ma significa, al contrario, rispettare anche la scelta sovrana di quegli Stati che hanno deciso di istituire una giurisdizione comune per perseguire i crimini internazionali più gravi. Pretendere di paralizzarne l’attività attraverso pressioni esterne significa incidere non soltanto sulla fondamentale indipendenza e sull’autonomia della Corte, ma incidere anche sull’effettività degli impegni liberamente assunti dagli Stati parte.
Il prossimo passaggio
L’appello dell’Iaj è rivolto agli Stati parte, che si riuniranno in Assemblea a dicembre. Il 9 ottobre Italia, Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno firmato una dichiarazione congiunta di sostegno alla Corte, in vista di quella sessione. Per l’Unione europea, il rinvio di sei mesi dell’entrata in vigore delle sanzioni lascia spazio alla diplomazia.
Ma la tutela dell’indipendenza della Corte non può esaurirsi nelle dichiarazioni di sostegno. Richiede che gli Stati parte assumano iniziative concrete per garantire la continuità del suo funzionamento e proteggere i magistrati, il personale e i soggetti che collaborano con essa dalle conseguenze delle misure coercitive. La solidarietà istituzionale acquista significato soprattutto quando si traduce nella capacità di rendere effettive le garanzie che si afferma di voler difendere.
È una responsabilità che riguarda anche l’Unione europea, chiamata a misurare la coerenza tra la centralità attribuita allo Stato di diritto nella propria identità istituzionale e la concreta capacità di proteggerne i presupposti quando sono esposti a pressioni esterne. La difesa dell’indipendenza della Corte rappresenta, in questo senso, anche una questione di autonomia delle istituzioni e degli ordinamenti che ne riconoscono la giurisdizione.
Non è casuale che la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati, Margaret Satterthwaite, abbia richiamato con forza il legame tra gli attacchi alle magistrature e l’indebolimento dello Stato di diritto. Le campagne di delegittimazione, le intimidazioni personali, le misure punitive e le interferenze nell’esercizio della giurisdizione, pur assumendo forme differenti nei diversi contesti nazionali e internazionali, pongono una medesima questione: la possibilità che il giudice decida esclusivamente sulla base dei fatti e della legge, senza essere condizionato dal potere politico o da altri interessi.
È in questa prospettiva che assume particolare rilievo la posizione espressa a Lisbona dall’Associazione internazionale dei magistrati, in continuità con le prese di posizione già adottate nei mesi precedenti, anche insieme ad altre organizzazioni giudiziarie europee. La difesa dell’indipendenza della Corte penale internazionale esprime la consapevolezza che l’indipendenza della giurisdizione è una garanzia per tutti: per le vittime che chiedono giustizia, per le persone sottoposte a indagine e a giudizio, per gli Stati che hanno affidato alla Corte un mandato e, più in generale, per ogni persona che abbia diritto a un processo equo davanti a un giudice indipendente e imparziale.
Non è necessario condividere ogni decisione di un tribunale per riconoscere che esso debba poter decidere senza timore di subire minacce o ritorsioni. È proprio quando le decisioni riguardano interessi politici e militari particolarmente rilevanti, e suscitano le opposizioni più forti, che l’indipendenza della giurisdizione viene realmente messa alla prova.
La risoluzione di Lisbona richiama dunque gli Stati e la comunità internazionale a una responsabilità precisa: impedire che la pressione economica e politica diventi uno strumento per sottrarre al controllo della giustizia le condotte dei più potenti. Perché il problema non riguarda solo ciò che potrà accadere alla Corte penale internazionale, ma anche e prima ancora il modello di ordine giuridico che si intende preservare: uno nel quale anche il potere deve rispondere al diritto, oppure uno nel quale la forza può decidere quando e nei confronti di chi il diritto debba trovare applicazione.



