Satterthwaite al congresso IAJ: «Difesa indipendenza è difesa della giustizia»

Fonte: NYU Law

Al congresso dell’Unione Internazionale dei Magistrati di Lisbona, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite traccia la mappa delle pressioni sulle magistrature: attacchi ai singoli giudici, riforme che ne indeboliscono l’autonomia, intimidazioni di genere e misure oltre confine, fino alle sanzioni statunitensi contro l’intera Corte penale internazionale.

 

Giudici licenziati, condannati o rimossi per le loro decisioni e dichiarazioni. Corti svuotate di competenze. Visti revocati e sanzioni contro un tribunale internazionale. È il quadro tracciato a Lisbona da Margaret Satterthwaite, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati, intervenuta al congresso dell’Associazione internazionale dei magistrati (UIM), di cui l’ANM fa parte.

Satterthwaite ha aperto rivendicando il valore del lavoro delle associazioni: «Il vostro lavoro dimostra che l’indipendenza della giustizia non è un principio costituzionale astratto, e nemmeno un astratto principio dei diritti umani. È una condizione della nostra capacità di proteggere i diritti, di chiamare il potere a rispondere delle proprie azioni e di garantire che ogni persona possa chiedere giustizia su basi di parità». Sulla base delle comunicazioni inviate agli Stati nell’ultimo anno, la Relatrice ha individuato cinque sviluppi che meritano particolare attenzione, avvertendo che non vanno ridotti «a un’unica narrazione» ma condividono un tratto comune.

Gli attacchi ai singoli

Il primo fronte è l’uso di attacchi pubblici, procedimenti disciplinari e indagini penali contro chi amministra la giustizia. Satterthwaite ha richiamato le comunicazioni inviate agli Stati Uniti: nel maggio 2025 sugli attacchi di alti funzionari e membri del Congresso a giudici, avvocati e studi legali, comprese le richieste di impeachment contro magistrati che si erano pronunciati contro l’esecutivo; e, all’inizio di quest’anno, sul licenziamento di più di 130 giudici dell’immigrazione, molti dei quali con tassi di accoglimento delle domande di asilo superiori alla media. Poi la Tunisia, dove il presidente dell’Association des Magistrats Tunisiens, Anas Hmaidi, è stato condannato al carcere: un messaggio chiaro ai giudici del Paese, ha detto la Relatrice, «se osate agire in difesa dei vostri colleghi, anche voi diventerete un bersaglio». E il Perù, dove il giudice Oswaldo Ordóñez Alcántara è stato rimosso dopo aver testimoniato davanti alla Commissione interamericana dei diritti umani. «Non dobbiamo chiederci soltanto se un determinato giudice resti in carica – ha osservato – Dobbiamo chiederci se i giudici possano decidere contro il Governo, se gli avvocati possano difendere clienti impopolari e se i pubblici ministeri possano indagare su persone potenti senza temere ritorsioni». La questione, dunque, non riguarda soltanto la tutela del singolo magistrato colpito. La ritorsione nei confronti di un giudice può produrre effetti che vanno ben oltre la sua vicenda personale, trasmettendo agli altri magistrati il messaggio che determinate decisioni, o la stessa difesa pubblica dell’indipendenza giudiziaria, possono comportare conseguenze sul piano professionale e personale. È anche attraverso questo effetto di intimidazione che la pressione esercitata sul singolo rischia di tradursi in un condizionamento dell’intera istituzione giudiziaria.

Le riforme istituzionali

Il secondo sviluppo riguarda le regole che determinano chi diventa giudice, come resta in carica e con quali risorse lavora: dalle nomine per decreto alla Corte Suprema argentina alla sospensione di tre giudici supremi alle Maldive, fino al Pakistan, dove dopo il 27° emendamento costituzionale la Corte Suprema è stata privata della giurisdizione costituzionale in favore di una nuova Corte con numerose nomine dell’esecutivo. Satterthwaite ha precisato che l’indipendenza non esenta i giudici dal rendere conto del proprio operato, né rende illegittima ogni riforma: «La questione è se le riforme siano elaborate in modo trasparente, fondate su ragioni oggettive, accompagnate da garanzie adeguate e attuate senza manipolare la composizione o l’operato della magistratura per fini politici». E ha aggiunto: «Una riforma presentata come un intervento generale o amministrativo può comunque avere conseguenze immediate su determinati titolari di incarichi. Senza una consultazione effettiva e norme transitorie attentamente congegnate, anche un cambiamento formalmente neutro e legittimo può minare la fiducia nell’indipendenza della magistratura». Ne emerge un criterio di valutazione che impone di guardare non soltanto alle finalità dichiarate delle riforme, ma anche ai loro effetti concreti sull’esercizio della funzione giudiziaria. La neutralità formale di una modifica normativa non è, da sola, garanzia della sua neutralità sostanziale: occorre verificare se le nuove regole incidano sull’autonomia dei giudici, sulla stabilità degli incarichi, sull’effettività del controllo giurisdizionale e, più in generale, sulla capacità della magistratura di esercitare le proprie funzioni senza condizionamenti. In questa prospettiva, la trasparenza del processo di riforma, la consultazione della magistratura e la previsione di adeguate garanzie non rappresentano aspetti meramente procedurali, ma elementi essenziali per preservare la fiducia nell’indipendenza della giustizia.

La dimensione di genere

Le magistrate, ha ricordato la Relatrice citando una valutazione dell’UNDP del 2026, restano sottorappresentate nei ruoli apicali e sono esposte a minacce a sfondo sessuale, abusi online e attacchi alla vita privata, soprattutto quando decidono cause che toccano interessi forti. Il caso citato è quello della giudice costaricana Kattia Carballo, aggredita dopo essere stata criticata pubblicamente dal Governo per le sue decisioni. «L’intimidazione basata sul genere non è un tema separato dall’indipendenza della magistratura: può essere uno strumento per minarla». Il tema, quindi, non si esaurisce nella presenza delle donne negli uffici giudiziari o nell’accesso alle posizioni direttive, ma riguarda anche le condizioni nelle quali le magistrate possono esercitare concretamente le proprie funzioni, senza che pregiudizi, minacce personali o attacchi alla loro reputazione diventino strumenti per comprometterne l’autorevolezza e l’indipendenza. La parità formale, in assenza di un’effettiva protezione da queste forme di pressione, rischia di non tradursi in una piena parità nell’esercizio della giurisdizione.

Oltre i confini

Il passaggio più duro è stato dedicato alle pressioni transnazionali. La Relatrice ha citato la revoca del visto statunitense al giudice brasiliano Alexandre de Moraes, poi sanzionato, e ai giudici della Sala costituzionale del Costa Rica, tra cui Fernando Cruz, per il quale le cronache hanno indicato un legame con la sua giurisprudenza sui diritti dei migranti. Ha chiesto alle associazioni presenti di segnalarle i casi: «È molto difficile da ricostruire». Poi la Corte penale internazionale: dal febbraio 2025 Washington ha sanzionato 9 dei 18 giudici, entrambi i Procuratori aggiunti e l’ex Procuratore; il 9 ottobre le sanzioni sono state estese alla Corte in quanto istituzione. «Queste sanzioni sono palesemente un attacco alla giustizia indipendente». Gli Stati, ha aggiunto, possono contestare la giurisdizione dei tribunali internazionali con gli strumenti del diritto, «ma il dissenso non può giustificare misure coercitive volte a ostacolare i procedimenti giudiziari o a punire i funzionari per l’esercizio del loro mandato». Le conseguenze di queste misure, ha sottolineato Satterthwaite, non si esauriscono nella limitazione dell’attività dei giudici e dei funzionari colpiti. Le sanzioni possono compromettere i servizi finanziari, i rapporti professionali e il funzionamento stesso della Corte, ma soprattutto scoraggiare la cooperazione di soggetti esterni, comprese le organizzazioni che rappresentano le vittime, per il timore di essere a loro volta coinvolti nelle misure restrittive. Si determina così un effetto che investe direttamente l’accesso alla giustizia internazionale: a subire le conseguenze dell’indebolimento della Corte sono anche le vittime e i sopravvissuti ai crimini più gravi, soprattutto quando gli ordinamenti nazionali non offrono rimedi effettivi. La tutela dell’indipendenza della giustizia internazionale assume, in questa prospettiva, un significato che va ben oltre la difesa dell’autonomia dell’istituzione e dei suoi componenti.

Che cosa fare

Le indicazioni finali: nomine trasparenti e basate sul merito, inamovibilità e retribuzioni protette da interferenze arbitrarie, risorse adeguate. E soprattutto una distinzione netta tra ritorsione e responsabilità: gli strumenti disciplinari e penali «non devono mai essere usati per punire il contenuto delle decisioni o le dichiarazioni pubbliche dei giudici, in particolare quelle rese in difesa dello Stato di diritto».

In chiusura Satterthwaite ha citato Navi Pillay, ex giudice della Corte penale internazionale e Premio Nobel per la Pace 2026, e si è rivolta alla platea: «Ai giudici non dovrebbe mai essere chiesto di comportarsi da eroi, ma ancora e ancora vediamo giudici indipendenti esporsi in prima persona per difendere lo Stato di diritto. Molti di questi eroi sono in sala oggi». In questo quadro, il ruolo delle associazioni giudiziarie non si limita alla solidarietà nei confronti dei colleghi colpiti. La capacità di documentare le violazioni, rendere visibili le forme di pressione, condividere informazioni e promuovere risposte comuni costituisce una componente concreta della tutela dell’indipendenza. È un compito che assume particolare rilievo quando gli attacchi superano i confini nazionali e richiedono forme di cooperazione capaci di affiancare alla denuncia la ricerca di garanzie effettive. Il ruolo delle associazioni, ha concluso, è far sì che l’indipendenza «resti un principio vivo e non una promessa vuota», perché «la difesa dell’indipendenza della magistratura è, in ultima analisi, la difesa della possibilità stessa della giustizia».