
Murat Arslan è uscito dal carcere di Sincan, alle porte di Ankara, dopo dieci anni di detenzione, secondo quanto apprende La Magistratura che aveva raccontato la sua vicenda in diversi articoli.
È una notizia che è stata annunciata alla magistratura internazionale a Lisbona durante la prima riunione del Consiglio Centrale dell’IAJ e che la comunità giudiziaria europea e internazionale accoglie con profonda partecipazione, dopo avere continuato a chiedere la sua liberazione e a tenere viva l’attenzione sulla sua vicenda. Arslan torna libero per avere espiato la pena. Questo dato non può essere separato dalla notizia: la fine della detenzione non risponde alle ragioni per le quali, in questi dieci anni, tanti magistrati e tante associazioni di magistrati hanno chiesto il rispetto dei suoi diritti e denunciato il grave indebolimento delle garanzie di indipendenza della magistratura turca.
Ultimo presidente di YARSAV, l’Associazione per l’Unione dei giudici e dei pubblici ministeri turchi, Arslan è diventato in questi anni il nome più noto della stagione di arresti che ha colpito la magistratura turca dopo il tentato golpe del 2016.
Magistrato della Corte dei conti dal 2001, ha lavorato a lungo come relatore alla Corte costituzionale, finché non è stato allontanato dall’incarico senza alcuna motivazione. Ha guidato YARSAV dal marzo 2011 fino al 23 luglio 2016, quando un decreto pubblicato in Gazzetta ufficiale ha sciolto l’associazione.
Nello stesso mese è stato destituito. Il 19 ottobre è stato fermato e il 26 ottobre arrestato, nell’ambito dell’inchiesta sul movimento di Gülen, che Ankara ritiene responsabile del tentato colpo di Stato. Il processo si è concluso il 18 gennaio 2019 davanti alla venticinquesima Corte d’assise di Ankara, con una condanna a dieci anni per appartenenza a un’organizzazione terroristica armata. Un’udienza finita tra le proteste: i suoi avvocati si erano dimessi e nonostante la richiesta di Arslan di avere un difensore, la sentenza era stata comunque emessa. Nel marzo 2022 la Cassazione l’ha resa definitiva.
Nel 2017, già detenuto, Arslan aveva ricevuto dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il premio Václav Havel per i diritti umani; nel 2022 l’Associazione internazionale dei magistrati gli ha assegnato il premio per l’indipendenza giudiziaria.
La partita degli ultimi due anni si è giocata sulla liberazione condizionale. Il 16 aprile 2024 Arslan ha raggiunto i tre quarti della pena, ma la richiesta è stata respinta nonostante il parere favorevole sulla buona condotta; a luglio è arrivato un secondo no, motivato con la mancanza di pentimento.
La richiesta di pentimento interroga il significato stesso dell’indipendenza: un magistrato deve poter esercitare le proprie funzioni senza indebite pressioni esterne e partecipare alla vita associativa in modo libero a difesa dell’indipendenza della magistratura. Subordinare la liberazione anticipata di Murat Arslan al pentimento per il legittimo esercizio di queste libertà significa chiedergli di rinnegarle e di dimostrare adesione al potere politico. Difendere queste libertà significa difendere il diritto di ogni persona a trovare nella magistratura una garanzia effettiva, anche quando a essere in discussione siano le decisioni e le responsabilità di chi governa. È questa la ragione per cui la vicenda di Arslan ci riguarda tutti.
Intanto anche chi lo ha difeso è finito nel mirino. L’Associazione europea dei magistrati, che nel 2024 a Varsavia ha approvato una dichiarazione per la sua liberazione, è stata indicata come organizzazione terroristica in diversi processi contro giudici turchi, e i componenti del suo Consiglio da allora evitano di recarsi in Turchia.
La solidarietà che ha accompagnato Arslan durante la detenzione conserva dunque tutta la sua ragione anche oggi. Alla gioia per la sua libertà si unisce la responsabilità di continuare a chiedere tutela per i magistrati colpiti da attacchi illegittimi e il ripristino delle garanzie compromesse. La difesa dell’indipendenza della magistratura richiede questa continuità: in una democrazia, l’indipendenza della giurisdizione è un pilastro a presidio dell’effettività dello Stato di diritto e non può diventare oggetto di negoziazione alcuna. La liberazione di Murat Arslan segna un momento importante che vede la prosecuzione di un impegno comune nella difesa dell’indipendenza della magistratura, auspicando che le garanzie per le quali ci siamo mobilitati trovino pieno riconoscimento nell’operato di tutte le istituzioni.



