Un cavallo di Troia

L’ANM esprime grande preoccupazione per i contenuti dei disegni di legge in discussione dinanzi alla Commissione affari costituzionali della Camera di deputati che, nel riprodurre fedelmente la proposta di iniziativa popolare presentata dalle Camere Penali nella XVII legislatura, rivelano, al di là dei propositi annunciati nelle relazioni illustrative, l’intento di assoggettare tutti i magistrati, giudici e pubblici ministeri, al potere politico.
Il disegno di riforma solo apparentemente mostra di voler garantire il principio costituzionale della terzietà del giudice, ma in realtà si propone:
– di cambiare la composizione di entrambi i Consigli Superiori della Magistratura, sia giudicante che requirente, aumentando i membri di nomina politica sino alla metà;
– di consentire la scelta per sorteggio dei componenti togati;
– di vietare ai consigli superiori della magistratura di aprire pratiche a tutela dell’indipendenza dei singoli magistrati e di esprimere pareri sulle riforme in tema di giustizia;
– di abolire l’art. 107, terzo comma, della Costituzione, secondo cui i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni;
– di ridurre il principio di obbligatorietà dell’azione penale, limitandolo ai soli casi e modi previsti dalla legge.
Si mostra così di ignorare che il principio costituzionale di parità delle parti è ‘regola generalissima’ riferita indistintamente ad “ogni processo”, che non può essere trasfusa però sul piano ordinamentale, nel quale il pubblico ministero, in quanto “organo di giustizia” che persegue l’interesse pubblico raccogliendo le prove anche a favore dell’imputato, non ha un ruolo assimilabile a quello – pure essenziale, ma diverso – dell’avvocato che difende interessi privati.
Paradossale è poi che le proposte di legge da un lato vietano ai pubblici ministeri di diventare giudici, ma dall’altro lato ampliano a dismisura la possibilità di nominare direttamente come giudici “di ogni grado” gli stessi avvocati, senza passare da un pubblico concorso, mostrando così che la questione “separazione delle carriere” viene agitata in modo del tutto strumentale. Difendere una parte privata nel processo costituisce forse maggiore garanzia di imparzialità che perseguire interessi pubblici?
Se venissero approvate le proposte di modifica costituzionale, il corpo della magistratura professionale, ora selezionata per concorso pubblico, cambierebbe nel tempo la sua fisionomia con l’introduzione della nuova categoria dei magistrati di nomina politica “ad ogni livello” della magistratura giudicante.
I disegni di legge ridimensionano fortemente il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che si esplicherà nei ‘casi e modi’ stabiliti dalla legge; con tali modifiche, la Politica indicherà i reati da perseguire e quelli da accantonare ed attrarrà nel suo ambito di influenza l’ufficio del pubblico ministero, il quale fatalmente dovrà soggiacere ai successivi controlli sull’effettiva osservanza delle disposizioni impartite dalla maggioranza politica di turno.
Un giudizio decisamente negativo deve esprimersi con riferimento alle ulteriori modifiche dirette ad ampliare la sfera di influenza della Politica sul Consiglio superiore della Magistratura, la cui componente togata non sarebbe più maggioritaria e sarebbe formata da magistrati non “eletti” ma “sorteggiati”, senza dunque adeguate garanzie che la scelta sia indirizzata sui soggetti più adatti e più capaci, come voluto dai Padri costituenti.
Inspiegabile, se non con la volontà di rendere la magistratura pavida e privarla delle sue prerogative di “potere diffuso”, è altresì l’abolizione del terzo comma dell’art. 107 della Costituzione, norma che svolge un ruolo di architrave del sistema, vietando le gerarchie tra i magistrati, sia giudici che pubblici ministeri, e garantendone l’indipendenza anche nei rapporti interni.
Il filo rosso che lega i vari disegni di legge, in definitiva, non è certo quello di migliorare la rapidità e l’efficacia del sistema penale e della risposta alle aspettative di ciascuno per una giustizia giusta, imparziale ed equanime, ma solo di aumentare l’ingerenza della Politica sulla Magistratura.
Per questo diciamo no a processi riformatori che, in contrasto con i principi costituzionali e con le direttive sovranazionali, mirano a ridimensionare il ruolo costituzionale della Magistratura e a gettare le basi per la sottoposizione del PM al controllo del Governo.
Il cdc invita tutti i magistrati associati a partecipare attivamente al dibattito pubblico sulla riforma della giustizia e invita le Ges a promuovere iniziative sul territorio, organizzando convegni aperti alla società civile e incontri con esponenti del mondo accademico, dell’avvocatura e dell’informazione. Sollecita le competenti Commissioni della ANM a predisporre schede tecniche che possano essere di ausilio anche alle attività di informazione delle Ges. Si impegna a promuovere ogni altra forma di comunicazione anche attraverso i suoi organi rappresentativi e si riserva di deliberare tutte le ulteriori iniziative necessarie a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Approvato a maggioranza dal Comitato Direttivo Centrale 

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In foto il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia nella sua relazione introduttiva al Cdc del 9-10 settembre 2023