
Si è da poco conclusa l’intensa campagna referendaria nel corso della quale gran parte del dibattito ha avuto ad oggetto il ruolo dell’associazionismo giudiziario.
Invero, proprio con riguardo a tale aspetto si sono concentrate le argomentazioni che hanno finito con l’influire maggiormente sulla volontà espressa nella cabina elettorale, in quanto a fronte di coloro che, e io mi iscrivo senza imbarazzo alcuno tra questi, ritengono l’associazionismo giudiziario quale alto momento di indefettibile confronto democratico, altra parte dell’elettorato ha invece ritenuto tali argomentazioni recessive rispetto alle derive patologiche che si erano verificate in passato, con particolare riferimento al funzionamento dell’organo di autogoverno.
Ciò che, tuttavia, mi ha colpito ben prima della campagna referendaria e fin dal mio ingresso in magistratura (risalente all’anno 2021) non è stata tanto la sfiducia dei cittadini verso le associazioni giudiziarie, giustificabile sulla scorta di campagne mediatiche di segno contrario ed anche in alcuni casi, probabilmente, su una non perfetta conoscenza delle dinamiche interne alle stesse, quanto, invece, la sfiducia che gran parte delle generazioni più giovani degli stessi colleghi nutrivano verso tale fenomeno.
Infatti, molti di essi hanno preferito per lungo tempo non avvicinarsi al dibattito associativo proprio in ragione dello stigma legato alle vicende passate alle quali si faceva prima riferimento e del pericolo, a mio modo di vedere in verità non particolarmente fondato, di poter essi stessi inconsapevolmente contribuire al protrarsi nel tempo di tali dinamiche.
Credo che oggi, oltre alla vittoria del No al referendum quale principale obiettivo della campagna, sia stato colto, seppur solo indirettamente, un secondo risultato dalla portata non meno rilevante: quello della sostanziale “riabilitazione” del fenomeno associativo quale momento di sereno e fisiologico confronto tra le parti.
E, in particolare, ciò che ho notato con maggiore soddisfazione è che sono stati tantissimi i giovani colleghi che, abbandonando per una causa ritenuta meritevole i propri iniziali dubbi in merito, hanno partecipato attivamente a dibattiti, assemblee, riunioni con il solo ed esclusivo fine di far confluire le proprie idee nel macrocosmo del dibattito associativo e così dare ciascuno il proprio contributo, a seconda delle proprie attitudini, del proprio bagaglio valoriale, in una parola sola del proprio modo di vedere le cose.
Penso, alla luce di tutto quanto fin qui esposto, che tale ampio patrimonio di entusiasmo non possa e non debba andare in alcun modo disperso; e che anzi dovranno essere proprio le singole associazioni a incentivare quanto più possibile la partecipazione dei giovani magistrati al dibattito di politica giudiziaria, costituendo ciò una solida base da cui costruire il futuro immediato e non dell’Associazione Nazionale Magistrati.
I colleghi che hanno da poco tempo fatto accesso nel mondo giudiziario hanno, infatti, già dimostrato di saper fornire un validissimo contributo nel corso della campagna referendaria e parimenti potranno darlo, con non minore efficacia, nelle attività territoriali delle giunte esecutive sezionali o in quello delle commissioni di studio, se adeguatamente coinvolti e motivati nel far questo.
È un’occasione che non potrà andare persa, perché dopo la vittoria del No c’è tutto un futuro da costruire e questo non potrà prescindere in alcun modo dal prezioso contributo fornito anche, se non soprattutto, della parte più giovane della magistratura italiana.
*l’autore è componente del Comitato direttivo centrale dell’ANM e giudice a Reggio Calabria



