Il mestiere del giudice penale

Ho maturato l’aspirazione di diventare un magistrato a diciott’anni, spinta dalla necessità – che tutto a un tratto ho sentito impellente – di rendermi concretamente utile alla società in cui ero chiamata a vivere. Mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza con quel proposito, rinunciando agli studi umanistici che mi avevano sempre attratta fin da bambina.

La scelta delle funzioni giudicanti è venuta naturale: sono una persona schiva, più a suo agio con la penna in mano che non quando occorre parlare in pubblico, e mi viene piuttosto difficile assumere un’ottica di parte, per quanto imparziale essa possa essere.

La posizione in graduatoria mi ha consentito di non abbandonare il diritto penale (che aveva costituito oggetto dei miei studi post-laurea e della gratificante collaborazione con i Professori del Dipartimento “Beccaria” dell’Università Statale di Milano) e di optare per la sede di Monza, dove da poco mi ero trasferita a vivere insieme a mio marito (come spesso accade, un collega).

Nel 2013 non erano stati messi a disposizione dei M.O.T. posti da giudicante a Milano, quindi non mi sono trovata nell’imbarazzo di dover scegliere tra l’ufficio distrettuale in cui avevo trascorso lo splendido periodo del tirocinio e un tribunale medio-grande come quello di Monza, che in quegli anni aveva ottenuto prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale ed europeo ed era così ambito da risultare inaccessibile ai magistrati in prima nomina.

Penso che, a conti fatti, sia stata una circostanza fortunata. Dal febbraio 2014 ad oggi ho maturato un’esperienza significativa pressoché in tutti i settori del diritto penale, affrontando come giudice monocratico, come componente del collegio e della Corte d’Assise e, da ultimo, come giudice delle indagini preliminari, processi di grande interesse, molti dei quali delicati e complessi (ancorché, quasi sempre, privi di clamore mediatico). Alla luce del recente cambio di funzioni, credo peraltro che la mia permanenza nel capoluogo brianteo debba proseguire ancora per qualche tempo, e mi auguro di poter contribuire, insieme ai tanti colleghi generosi e di valore che ho incontrato sul mio percorso, a risollevare le sorti di un ufficio che per molte ragioni, negli ultimi anni, ha vissuto momenti difficili, ma che merita di ritrovare il prestigio del passato.

Paradossalmente, è stato proprio il peggioramento delle condizioni al contorno a farmi rendere conto dell’importanza di costruire rapporti distesi, collaborativi e se possibile cordiali: un clima di lavoro sereno fa la differenza, e occorre impegnarsi in prima persona per crearlo e mantenerlo, senza paura di mettere in luce quel che non va (in modo pacato e propositivo) e stemperando le tensioni con un sorriso o una battuta, magari davanti a un caffè. Non ci si può permettere, poi, di cedere al pessimismo o di non curarsi di ciò che accade appena fuori dalla nostra stanza: occorre partire da quel che c’è di buono e cercare di promuovere, anche dal basso, soluzioni organizzative funzionali e buone prassi, in un dialogo aperto e costante con tutti.

E veniamo alla parte più intima di questa mia breve testimonianza, quella che mi costa più fatica.

Non è facile raccontare il mestiere del giudice penale: opera lontano dai riflettori, nel silenzio; non compie gesti eclatanti; non parla se non attraverso i propri provvedimenti, e quasi sempre lo fa misurando le parole.

Il terreno per l’improvvisazione è risicato e impervio, e ogni decisione, anche endoprocedimentale, richiede ponderazione e studio; l’udienza è un formidabile esercizio di autocontrollo, e la camera di consiglio il luogo in cui ci si ritrova improvvisamente soli con se stessi, a fare i conti con i limiti di un potere discrezionale dai contorni amplissimi, ma che per natura non può essere capriccioso o dispotico.

Quotidianamente ci viene chiesto di non perdere l’umanità ma, al tempo stesso, di non farci sopraffare dalle emozioni; di trovare un equilibrio tra distacco e vicinanza e di renderlo percettibile all’esterno, con l’atteggiamento di chi è capace di ascoltare e, in qualche misura, di farsi carico di ciò che sta per sentire, per quanto terribile possa essere.

Gli occhi, i volti e le storie di coloro che siamo chiamati a giudicare spesso escono dai fascicoli, ci inquietano e ci costringono ad interrogarci sulla nostra stessa esistenza; ed è spiazzante riconoscere quanto fosse nel vero Terenzio quando scriveva: Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

A differenza di molti altri “mestieri”, poi, non è possibile tracciare una netta linea di demarcazione tra la vita professionale e quella privata: non solo perché il travaglio delle decisioni spesso non lo consente, ma anche perché è reale l’esigenza di tenere, anche fuori dall’ufficio, comportamenti che non tradiscano la fiducia della collettività nell’integrità e nell’imparzialità dell’ordine giudiziario (mai come oggi così compromessa).

Quest’estate ho letto la biografia di Rosario Livatino curata da Roberto Mistretta, che un amico e collega mi aveva regalato per Natale, e mi sono meravigliata di ritrovare, in quel racconto, tanta normalità. Tanta straordinaria normalità. Vi consiglio di leggerla, anche se non siete credenti.

Mi ha colpito in particolare un passaggio di un discorso scritto da Livatino nel 1984, dal titolo “Il ruolo del giudice nella società che cambia”, che voglio riportare in chiusura: “È importante che [il giudice] offra di se stesso l’immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo o della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale; ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva e umana, capace di condannare, ma anche di capire. Solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha”.

È l’augurio più bello che io possa farvi.

di Angela Colella, Giudice penale presso il Tribunale di Monza

 

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