A tu per tu con Barbara Perna

Quando sei entrato in magistratura e quale è stato il tuo percorso professionale? Sono entrata con il DM 12.7.99. La mia prima destinazione è stata presso il piccolo Tribunale di Lagonegro, in sezione promiscua. Ho svolto soprattutto funzioni di giudice civile e giudice dell’esecuzione. Anche se nelle sezioni promiscue si impara a fare un po’ di tutto. Poi sono stata a Santa Maria Capua Vetere, dove ho fatto solo il GE. Nel 2010 mi hanno trasferito a Montepulciano, dove ho ripreso la mia vita da giudice “tuttofare”. Ed è lì che è nata l’ispirazione per il mio romanzo Annabella Abbondante. Da quando sono stata trasferita a Roma ho fatto il Ge per i primi anni e per adesso sono alla sezione fallimentare.

-Quale è stata l’esperienza professionale più emozionante e perché? Tutti gli uffici ti lasciano qualcosa di importante dentro. Di certo, però, la mia esperienza professionale più intensa è legata al periodo “in trincea”, quando cioè svolgevo le funzioni di GE a Santa Maria Capua Vetere, nella terra di “Gomorra”. Con i colleghi ed i cancellieri ma anche con i professionisti delegati, i custodi e gli esperti stimatori si creò in quel periodo un affiatamento e un’intesa irripetibile. Il gruppo di lavoro si compattò moltissimo, forse anche a causa dell’ostilità dell’ambiente in cui eravamo chiamati ad operare, ostilità tradottasi i molteplici atti intimidatori, tra cui anche minacce di morte rivolte alla mia persona, che mi hanno portato a lavorare sotto scorta per oltre un anno.

Perché hai scelto la Magistratura: quali esperienze di vita o quali suggestioni ti hanno spinto a fare di una passione il tuo lavoro? Posso dire, senza doverci pensare troppo su, che sono diventata magistrato grazie a due persone speciali come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ricordo ancora adesso i due terribili momenti in cui seppi della loro morte. Mi sovvengono spesso i sentimenti che provai allora: quella disperazione, quella rabbia e quel senso di impotenza. Ma ricordo anche il fermo desiderio che mi nacque dentro, quello di servire lo Stato seguendo il loro esempio.

-Cosa ti aspettavi dalla Magistratura: quali erano le attese o le ambizioni e cosa hai riscontrato nella realtà? Ho scelto la magistratura perché volevo svolgere una funzione utile alla società, contribuire nel mio piccolo a cambiare le cose in questo paese. Nella realtà ho riscontrato che in Italia la burocrazia della pubblica amministrazione, anche nel settore giustizia come in altri comparti, soffoca gli entusiasmi e scoraggia gli arditi.

Cosa rappresenta per te la Magistratura? Mi sento di appartenere a questa categoria come una parte di un unico corpo, ma nello stesso tempo mi sembra di essere, talvolta, una mosca bianca. Vorrei che la Magistratura prendesse coscienza dell’importanza dell’ascolto e della comunicazione verso i cittadini. La vorrei meno autoreferenziale, più aperta ed empatica.

Quale è stata la maggiore difficoltà che hai dovuto affrontare? Sei riuscito a risolverla? Credo che le minacce di morte ricevute a Santa Maria Capua Vetere siano state un momento estremamente complesso della mia carriera. Ma sono fiera di averle ricevute, perché mi hanno dato la conferma che il lavoro immane fatto in quell’ufficio con i colleghi dell’epoca e con tutta la cancelleria aveva iniziato a dare i suoi frutti, al punto da infastidire chi non ama i cambiamenti e i miglioramenti nei propri “domini”. Ci siamo creati nemici “smuovendo le acque”, superando logiche clientelari e non meritocratiche nelle nomine, smaltendo le pendenze che erano scese da 5000 a 3500 in soli tre anni. Quando sono arrivata nel marzo del 2006, sia nella cancelleria e sul mio ruolo regnava il caos. Rimboccandoci le maniche e lavorando talvolta anche di sabato, io ed i miei colleghi con la dirigente e i due cancellieri, abbiamo ordinato tutti i fascicoli in cancelleria con criteri più efficienti organizzato la loro scannerizzazione e attivato il registro elettronico, riorganizzato le vendite e le udienze in modo razionale. Con i custodi, gli esperti ed i delegati abbiamo attivato incontri periodici per la loro formazione e per la creazione ed attivazione di prassi virtuose che in parte sono state poi recepite, parecchi anni dopo, anche dal CSM. E’ stata una esperienza professionale davvero unica ed entusiasmante. Non priva di rischi e molto faticosa, ma la soddisfazione di aver ottenuto i risultati sperati ha prevalso sulle paure e le difficoltà incontrate.

Ci racconti un aneddoto? Un giorno, durante una pubblica vendita, ho assistito ad un tentativo di strangolamento da parte di un debitore nei confronti del titolare di una agenzia immobiliare, che si stava aggiudicando il suo immobile all’asta. Avevo solo un carabiniere in aula a darmi aiuto, e non c’era il telefono nella stanza. E’ stato un momento veramente difficile da gestire, ma sono riuscita ad impedire il peggio con il mio sangue freddo.

Se avessi una bacchetta magica cosa cambieresti del tuo lavoro? E del mondo circostante? Vorrei carichi davvero “esigibili”, una struttura dell’ufficio in cui i miei collaboratori siano tenuti ad obbedire alle mie indicazioni organizzative, un processo più snello e democratico. Vorrei poter fare davvero la differenza con il mio lavoro e non sentirmi solo una rotella in un farraginoso meccanismo burocratico.

Cosa pensi quando senti dire che i Magistrati appartengono ad una “casta”? Lo trovo ingiusto se riferito alla stragrande maggioranza dei suoi componenti. Ma penso anche che la Magistratura abbia una grave colpa. Quella di non saper comunicare all’esterno, di non sapersi raccontare e di non avere un reale interesse nel farsi conoscere dalle persone comuni. Eppure, sono loro i destinatari del “servizio” che eroghiamo. Non bisogna dimenticare che il potere che ci viene conferito è solo uno strumento da mettere a servizio delle persone. Purtroppo, e questo bisogna dirselo senza nascondersi, la vera malattia professionale del magistrato, il vero rischio che corriamo tutti noi, è quello di abbandonarsi al delirio di onnipotenza e credere che il potere sia il fine e non il mezzo.

Credi che il Magistrato possa parlare direttamente alla gente? Ed essere compreso? Io ci credo fermamente. E’ anche per questo che ho scritto il mio romanzo, pubblicato quest’anno da Giunti Editore, “Annabella Abbondante: la verità non è una chimera”. Ho creato il personaggio di Annabella Abbondante concependola come una sorta di “testimonial” della nostra categoria. Una persona normale, con le sue fragilità, le sue insicurezze. Una donna che ama il suo lavoro, che cerca di far funzionare la macchina della giustizia nonostante le continue difficoltà del quotidiano. Un magistrato convinto che dietro ai fascicoli ci siano persone in carne ed ossa, e che sia a loro che vada prestata tutta l’attenzione possibile. Il magistrato che personalmente vorrei essere e che ancora mi sforzo di diventare.

Qual è il tuo sogno nel cassetto? Il mio sogno nel cassetto si sta già realizzando. Scrivere un libro che parli di noi magistrati, e riuscire a farlo leggere alle persone comuni. Disegnare il mio modello ideale di magistrato e farlo intrepretare da un personaggio simpatico, empatico, appassionato e meravigliosamente imperfetto. Una persona normale che diventa protagonista della sua storia. Non è un bel messaggio anche per le generazioni future?

– Credi che davvero che un romanzo giallo possa essere utile per “raccontare” la nostra categoria? Sì, ne sono convinta. Penso che le persone non si accosterebbero mai ad un saggio oppure ad un romanzo esplicitamente autobiografico con lo stesso spirito con cui si approcciano, invece, ad un romanzo giallo, soprattutto se ironico ed umoristico. Sta già succedendo, dai primi feedback che ho ricevuto. Le persone si appassionano alla trama gialla, si innamorano del personaggio di Annabella Abbondante, e nel frattempo “apprendono” molte informazioni sul nostro difficile mestiere, sulle difficoltà quotidiane di un giudice civile, sull’impegno e la dedizione che la maggior parte di noi dedica al proprio lavoro. Questo perché nel mio libro il racconto sul giallo è intervallato da tutta una serie di “cammei” consistenti in scene tratte dal quotidiano del tribunale, narrati in chiave ironica se non apertamente umoristica, ma comunque raccontati in modo autentico e realistico (si tratta di episodi tratti per lo più dalla mia esperienza lavorativa).

Ci dici qualcosa di più della protagonista di questo tuo romanzo? Annabella Abbondante è un giudice civile appassionato e zelante, che ama il suo lavoro e passa la maggior parte del suo tempo in tribunale a “smaltire” fascicoli, ricevere persone e tenere udienze sovraffollate con gente stramba e avvocati improbabili. Porta la taglia quarantotto ed è sempre a dieta. Con diligenza, accanimento e costante disillusione. Non perde un etto. Mai. Nomen omen dicono i suoi amici.

Il giudice Abbondante è il classico “oscuro giudice di provincia”, lavora nel piccolo Tribunale di Pianveggio (luogo inventato), ha 38 anni, single per scelta, vive a Lucca, in un piccolo appartamento senza ascensore col suo gatto Serafino e tantissime piante, che appena tocca cominciano a morire. Divide il suo tempo libero con Nicola Carnelutti, Commissario di Polizia di Pianveggio e Alice Villani di Altamura giornalista freelance (coprotagonisti), entrambi ex compagni di liceo. I tre amici passano le loro serate alla Palermitana, locale gestito con acume e malizia dall’estroso Michele, spacciatore personale di Annabella di cannoli e caffè al pepe.

Annabella è una donna intelligente, intuitiva, rigorosa sul lavoro, ma appassionata, impulsiva e trasgressiva quando serve, acuta ed ironica, ma incredibilmente distratta ed un tantino impacciata. Annabella è tenace e “non accetta un no come risposta”, è caparbia, autoritaria e testarda, è permalosa ed intransigente con gli stupidi, ma anche umana, compassionevole e premurosa con i deboli. È generosa, romantica, invadente, detesta gli ipocriti ed i maleducati, ricerca la verità anche se fa male. Annabella è Abbondante di corpo e di anima.

Non sa vivere senza il caffè e ucciderebbe per un cannolo alla siciliana, eternamente in lotta con il suo cellulare dalla improponibile suoneria (La libertà di Giorgio Gaber). Insospettabilmente agile ad arrampicarsi sugli alberi, è una inguaribile imbranata che si impaccia tra i fili della stampante e rovescia caffè sulla divisa del capitano dei carabinieri. E’ un guazzabuglio di emozioni contrastanti, sempre in bilico tra il senso del dovere e l’irrefrenabile impulso di ficcare il naso nelle faccende altrui.

In che modo un giudice civile diventa la protagonista investigatrice di un romanzo giallo? Come ho detto Annabella Abbondante è il classico giudice “tuttofare” di un piccolo tribunale a sezione promiscua. Il suo pallino però sono le indagini penali, passione che condivide con il suo fido cancelliere Paolo Sorrentino (la spalla comica e investigativa della protagonista), detto Dolly, perché è così efficiente che dovrebbe essere clonato, come la pecora omonima; Paolo/Dolly sa tutto di tutti e quel che sa lo riferisce al suo giudice del cuore.

Annabella la ficcanaso fa quindi in modo di ritrovarsi invischiata in due vicende delittuose collegate con il suo lavoro di giudice civile, il caso del giovane ingegnere schizofrenico Francesco Santangelo, reo confesso dell’omicidio dei propri genitori, e il mistero del ritrovamento dei resti di uno scheletro sul fondo di una cisterna accanto ad una segheria incendiata, che nel corso delle indagini si scopre appartengono in realtà a due persone, un uomo ed una donna.  Su questi fatti inizia ad indagare Annabella “privatamente” ed “abusivamente” con l’aiuto del fido Paolo, contravvenendo alla espressa proibizione del vero titolare delle indagini, l’odioso e saccente PM Sergio Massi delle Case, anche lui ex compagno dell’unico liceo cittadino (l’antagonista). Grazie alle informazioni estorte all’amico Commissario, ad iniziative personali spregiudicate ed ai limiti della legalità e con la collaborazione di altri personaggi di contorno che animano il “mondo di Annabella”, come il capitano dei carabinieri Gabriele Gualtieri ed il nipote smanettone Cristian, Annabella Abbondante riuscirà infine, sia pur rocambolescamente, a risolvere i due casi e a incastrare l’unico colpevole.

Ci regali un tuo motto? Il mio motto come magistrato è “Ascoltare, comprendere, immedesimarsi”.  Il mio motto come scrittrice lo prendo in preso da Italo Calvino: “Leggerezza non è superficialità”.

In foto: La copertina del primo romanzo di Barbara Perna, Annabella Abbondante, La verità non è una chimera, 2021, Ed. Giunti.