
Intervista al nipote del magistrato ucciso 50 anni fa a Roma: per la memoria condivisa bisogna uscire dai Palazzi e far avvicinare le giovani generazioni.
Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’omicidio di Vittorio Occorsio, suo nonno, di cui lei porta il nome. C’è un ricordo di famiglia che più di altri le ha raccontato chi era suo nonno?
Più che un ricordo è un non ricordo, perché io sono nato dodici anni dopo l’omicidio di nonno Vittorio. Non ho avuto quindi tutti quei ricordi che una persona ha del proprio nonno nell’infanzia e nell’adolescenza. Dall’altro lato è un ricordo negli occhi di mio padre, di mia nonna, di mia zia. Nei loro occhi ho sempre sentito anche la sobrietà e la dignità nella gestione di un dolore che a cinquant’anni di distanza, ovviamente, non si è minimamente cancellato, non si è minimamente affievolito. Vedere questa dignità e questa sobrietà sono state poi di guida anche per la mia vita, per il mio percorso.
Qualche giorno fa la Corte d’appello ha intitolato l’Aula magna a Vittorio Occorsio e a Mario Amato, uccisi soltanto perché facevano il loro lavoro. Cosa rappresentano per la collettività occasioni come questa?
Si tratta di iniziative significative che devono uscire anche dai palazzi della giustizia — dove è importante che partano, è essenziale che ci siano, e non è certo un automatismo: la sensibilità del Presidente della Corte d’appello di Roma o del procuratore di Roma non è affatto scontata — ma quelle iniziative devono poi procedere e moltiplicarsi verso l’esterno.
C’è un gran lavoro che come familiari ma anche come Fondazione Vittorio Occorsio, state portando avanti in questo senso. Negli ultimi anni lei ha percepito un allontanamento dal tema della memoria condivisa, o un avvicinamento?
C’è un grande interesse, e lo sento soprattutto nei ragazzi. La Fondazione l’abbiamo costituita per i ragazzi, non per noi; anzi, l’idea iniziale della Fondazione è proprio quella di allontanare dalla famiglia il ricordo. Non possono essere sempre e solo i familiari a portare avanti la memoria di quanto accaduto, non è giusto che sia così, perché comunque significa rinnovare il dolore. Quindi la Fondazione ha voluto istituzionalizzare in qualche modo il ricordo, che poi non è soltanto di mio nonno Vittorio, ma di una stagione così importante per il nostro Paese.
E che messaggio arriva dalle giovani generazioni quando si avvicinano a questi temi?
L’avvicinamento ai ragazzi ci fa capire tante cose. Quello che interessa ed entusiasma è far comprendere che — Vittorio, come altri magistrati uccisi — sono persone comuni, e che quindi ciascuno dei ragazzi con cui parliamo è destinatario di questa storia. Non la storia di un eroe mitico, ma di una persona che ha scelto per passione la propria strada, che si è trovata a dover prendere tante decisioni all’interno di un lavoro impegnativo come quello del magistrato — ma che è qualcosa che può capitare in qualsiasi professione, e che non sempre ti pone di fronte all’alternativa vita-morte, perché è la dignità dell’individuo che si costruisce ogni giorno con le sfide quotidiane. Questo, secondo me, è il lavoro che più avvicina ai ragazzi, o comunque chi quelle storie non conosce. Questo messaggio di normalità e di eroismo dei piccoli gesti.
Ha citato l’etica del lavoro di Vittorio Occorsio. Che cosa, del suo metodo di lavoro, può ispirare oggi chi opera nella giustizia?
Intanto, che qualsiasi messaggio di violenza verbale che passi per messaggio politico produce violenza criminale. Chi utilizza un linguaggio violento, chi propugna idee violente — di repressione dell’altro, di prevaricazione, di arroganza — legittima la violenza fisica e in qualche maniera la svolta criminale. E questo, purtroppo, è qualcosa a cui assistiamo ancora oggi, in tutto il mondo. Questo, secondo me, deve anche aiutarci a fare le scelte quotidiane come cittadini, quando andiamo a votare o quando siamo chiamati a esprimere le nostre idee. Per chi svolge la professione di magistrato è senz’altro un messaggio di responsabilità e di sobrietà, che mi sembra che i magistrati sappiano già portare avanti da soli, e non serve certo che io lo ribadisca. Ripeto, è un messaggio che deve andare oltre la cerchia dei colleghi — nell’ambito della quale io mi sento in famiglia, e c’è una consonanza di partecipazione, di rispetto e di memoria commovente — ma deve andare al di fuori, non ci dobbiamo fermare lì.
Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’omicidio di Vittorio Occorsio, come famiglia e come Fondazione come avete deciso di ricordarlo?
Come famiglia e come Fondazione, quest’anno abbiamo portato avanti un progetto speciale sul cinquantennale, che ha visto la realizzazione di una mostra dal titolo “Il coraggio della giustizia”. È stata una mostra molto interessante, perché abbiamo recuperato, con la collaborazione degli Archivi di Stato e della Direzione generale del Ministero, tanti materiali che io, ad esempio, non conoscevo.
Che cosa l’ha colpita, in particolare?
Ho visto la ricostruzione degli identikit di Concutelli — l’autore dell’omicidio di Vittorio — realizzata da una persona che era testimone oculare e che, per coincidenza, faceva la vignettista, e per questo ha potuto realizzare quegli identikit. Ho visto le foto scattate nel covo di Concutelli al momento dell’arresto, con tutte le prime pagine dei giornali che riportavano l’omicidio Occorsio come se fossero dei trofei, oltre a mitragliatori, armi eccetera. Ho visto la toga — che mia zia è riuscita a far uscire di casa, da dove era tenuta gelosamente custodita da mia nonna, la vedova, che non voleva che uscisse. Io non l’avevo mai vista, la toga di nonno Vittorio, e l’ho vista lì, nella mostra, accanto al mitra che abbiamo recuperato dai depositi della polizia. Una vera tempesta di emozioni — lo è stata per me, chiaramente, e per noi familiari. Ma immagino lo sia stata anche per chi è venuto a vederla.
Che tipo di riscontri avete avuto dai visitatori? Avete altre iniziative in programma?
Abbiamo avuto tantissimi ragazzi delle scuole, e tantissime persone che sono venute a vedere la mostra. Penso che anche per loro sia stato toccante, poter osservare da vicino attraverso i materiali, attraverso la toga, in un mondo in cui tutto è mediato da un video, da uno schermo. Credo che questo abbia dato un bel messaggio di realtà, di cui c’è tanto bisogno.



