Il caso Hmedi e l’impegno della comunità giudiziaria internazionale

Con il comunicato del 7 luglio, adottato all’indomani della decisione della Corte d’appello di Tunisi che ha confermato la condanna del giudice Anas Hmedi, l’Associazione internazionale magistrati è tornata a intervenire su una vicenda che, ormai da molti mesi, rappresenta uno dei più significativi punti di osservazione sullo stato dell’indipendenza della magistratura in Tunisia e a livello internazionale.

La nuova dichiarazione non aggiunge soltanto un’ulteriore manifestazione di solidarietà nei confronti del presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini. Essa prende atto di un dato ben preciso: il giudizio di appello, che avrebbe dovuto rappresentare il luogo naturale nel quale ricondurre il procedimento entro il perimetro delle garanzie proprie di un equo processo, non ha dissipato le preoccupazioni già espresse nei mesi precedenti. Al contrario, secondo la IAJ, le stesse violazioni del diritto di difesa e del giusto processo denunciate in occasione del giudizio di primo grado si sono ripresentate anche davanti alla Corte d’appello: la mancata regolare convocazione dell’imputato, l’assenza di un’effettiva possibilità di essere sentito, la persistente compressione dei diritti della difesa e perfino la comunicazione della decisione agli organi di stampa prima della sua notificazione formale.

Il significato della presa di posizione dell’Associazione internazionale magistrati risiede proprio in questa constatazione. Non è la severità della pena a costituire il centro della riflessione, ma il permanere delle medesime criticità processuali anche nel grado di giudizio chiamato, fisiologicamente, a verificarle e, se del caso, a rimuoverle. È questa la ragione per cui il comunicato del 7 luglio assume un valore che va oltre l’aggiornamento di una vicenda già nota: esso registra che le preoccupazioni manifestate dalla comunità internazionale non hanno trovato alcuna risposta nell’evoluzione del procedimento.

In realtà, il caso Hmedi ha progressivamente assunto una dimensione internazionale ben prima della decisione della Corte d’’appello.

Già nei mesi scorsi, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di magistrati e avvocati, Margaret Satterthwaite, aveva espresso seria preoccupazione per un procedimento che appariva segnato da violazioni del diritto a un equo processo e del principio dell’immunità giudiziaria. Ma il passaggio più significativo della sua presa di posizione riguardava un altro profilo: il rischio che la criminalizzazione dell’attività svolta da Anas Hmedi quale Presidente dell’Associazione dei magistrati tunisini producesse un effetto ben più ampio, incidendo sulla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica, vale a dire su quelle libertà che consentono ai magistrati di contribuire, anche attraverso le proprie associazioni rappresentative, alla tutela dell’indipendenza della giurisdizione.

Successivamente è intervenuto il Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE), con una dichiarazione del 27 maggio  che conserva oggi tutta la propria attualità. In quel documento il CCJE esprime preoccupazione non soltanto per le modalità con cui il procedimento risulta essere stato condotto, ma anche per il rischio che esso costituisca una vera e propria ritorsione nei confronti dell’attività associativa svolta dal Presidente dell’Associazione dei Magistrati Tunisini. Soprattutto, richiama alcuni principi destinati ad andare ben oltre il singolo caso. Il primo è che l’indipendenza della magistratura «non è una prerogativa o un privilegio nell’interesse dei giudici, ma nell’interesse dello Stato di diritto e di coloro che cercano e si attendono giustizia». Il secondo è che, quando la democrazia, la separazione dei poteri o lo Stato di diritto sono minacciati, i magistrati e, in particolare, coloro che parlano a nome delle associazioni giudiziarie, non esercitano semplicemente la libertà di parola, ma assolvono una responsabilità istituzionale riconosciuta dagli stessi standard europei.

È probabilmente questo il punto che la vicenda Hmedi consegna oggi alla riflessione della magistratura internazionale.

Per lungo tempo l’associazionismo giudiziario è stato letto quasi esclusivamente come luogo di rappresentanza professionale. Gli standard internazionali, al contrario, ne mettono in luce una funzione costituzionale più profonda. Le associazioni dei magistrati costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali la giurisdizione contribuisce alla difesa della propria indipendenza, alimenta il dibattito pubblico sui temi della giustizia e richiama le istituzioni al rispetto dei principi dello Stato di diritto. Quando l’esercizio delle funzioni rappresentative dei magistrati diventa motivo di esposizione a iniziative penali, il problema cessa di riguardare esclusivamente il singolo giudice. La questione investe inevitabilmente il grado di autonomia che l’ordinamento riconosce alla magistratura e lo spazio effettivo entro il quale le sue forme di rappresentanza possono operare liberamente.

Non sorprende, allora, che proprio nel Comunicato del 7 luglio l’IAJ definisca Anas Hmedi «uno dei principali simboli dell’indipendenza della magistratura in Tunisia», perseguito per le attività legittimamente svolte quale Presidente dell’associazione dei magistrati tunisini. Non è soltanto il riconoscimento del percorso personale di un collega. È la presa d’atto che la sua vicenda è divenuta il punto nel quale convergono questioni più ampie: il diritto dei magistrati di associarsi, la libertà di rappresentarne le istanze, il rispetto delle garanzie del giusto processo e, in definitiva, la capacità di un ordinamento di assicurare alla giurisdizione uno spazio effettivamente autonomo rispetto agli altri poteri dello Stato.

Vi è, infine, un ultimo aspetto che merita di essere sottolineato.

Le prese di posizione della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, del CCJE, della Commissione Internazionale dei Giuristi e dell’Associazione internazionale dei magistrati descrivono il progressivo consolidarsi di una responsabilità condivisa della comunità giudiziaria internazionale: quella di ricordare che l’indipendenza della magistratura non è un valore confinato entro i limiti dei singoli ordinamenti nazionali, ma appartiene a un patrimonio comune di principi, costruito attraverso convenzioni internazionali, standard europei e una lunga elaborazione culturale e giuridica.

La vicenda del Presidente Hmedi interpella tutti coloro che considerano la giurisdizione un presidio dello Stato di diritto. Perché l’indipendenza della magistratura non si misura soltanto nella capacità dei giudici di decidere senza pressioni. Si misura anche nella possibilità che essi possano associarsi, rappresentarsi reciprocamente, prendere la parola in difesa dell’ordine costituzionale e confidare che, quando quei principi vengono messi in discussione, la comunità internazionale sappia riconoscerli e difenderli con la stessa chiarezza con cui sono stati affermati.