Etica e rispetto reciproco per un nuovo dialogo

Sono molto più numerose le domande che oggi possiamo e dobbiamo porci, rispetto alle risposte che possiamo condividere o offrire. Domande che vanno alla radice non solo delle valutazioni sulla situazione contingente, ma che emergono da un passato difficile da metabolizzare e guardano a un futuro complesso e problematico.
Qual è il ruolo in generale oggi dell’ANM nell’ambito del sistema giustizia? Cosa si aspettano non solo i cittadini, ma tutti i protagonisti del sistema a cominciare ovviamente dai magistrati, da ANM? E poi, in che termini ANM è ancora rappresentativa della magistratura nel suo insieme e come – se non lo è più, in tutto o in parte- recuperare il suo ruolo ?
Forse è da questo che occorre partire.

In primo luogo, i tempi impongono una breve, doverosa osservazione sulla pandemia che ha caratterizzato, purtroppo anche l’anno che si è appena concluso.
Un dato è certo: senza volere formulare giudizi su quello che è stato l’impegno del Governo, crediamo sia difficile non riconoscere l’assoluto impegno e la dedizione con
le quali la magistratura ha cercato di fornire, comunque, una risposta alla domanda di
giustizia che il Paese ha presentato: in condizioni difficili – spesso anche più che difficili – ma senza mai tirarsi indietro. Il futuro è ancora oscuro, per molti aspetti, ma anche in questo futuro non mancheranno l’impegno e la professionalità dei magistrati italiani.
Grandi riforme sono alle porte, in campo civile come in quello penale. Riforme non solo destinate a incidere sull’impianto procedurale di entrambi i settori ma che attraverso la piena attuazione dell’ufficio del processo nell’ambito del PNRR – costituiscono una sfida di alto profilo per un recupero generalizzato di efficienza, in grado di fornire una doverosa risposta alle istanze che l’Europa presenta. Certo, ANM non può che osservare con rammarico che in larga misura e in entrambi i settori la riforma è stata delineata senza un’effettiva, profonda e capillare interlocuzione con coloro che per primi – i magistrati – dovranno tradurla in pratica.
Siamo consapevoli del fatto che vi è stata la necessità di una elaborazione in tempi ristretti, ma lo siamo altrettanto del pericolo che le nuove disposizioni possano presentarsi – almeno in parte- come inadeguate rispetto alle esigenze che le hanno determinate. Senza potere, nella presente sede, entrare nel dettaglio, sappiamo che in ambito penalistico il combinato disposto delle nuove disposizioni in tema di improcedibilità e prescrizione apre uno squarcio profondo sulle aspettative generalizzate di giustizia. E sappiamo, in ambito civile, come la riforma del diritto di famiglia potrà turbare equilibri e competenze da tempo sedimentatisi in termini positivi.
Resta, sullo sfondo di tutta la riforma, la grande scommessa costituita dall’ufficio del processo: un intervento almeno in teoria di grande momento, che si propone di assumere fino a 16 mila addetti, da formare rapidamente e da lasciare in posizione per pochi anni, nel momento in cui – come accade da molto, troppo tempo – i ruoli del personale amministrativo “stabile” soffrono di una gravissima, fisiologica scopertura.
Pure garantendo il massimo impegno per la buona riuscita di questo aspetto della riforma, non possiamo escludere che la non auspicabile possibilità che a tale sforzo non corrispondano i risultati attesi (dal Governo e dall’Europa) sia addebitata alla magistratura, con l’accusa di non aver saputo utilizzare al meglio risorse che erano, fin da principio, a tempo determinato, totalmente da formare, con mansioni indefinite e da elaborare.
Non importa: se queste sono le scelte, noi ci saremo, comunque, con coraggio, intelligenze e senza risparmiare le forze, anche a fronte- o forse soprattutto a fronte di disposizioni che non abbiamo condiviso, per assicurare un rispetto formale e sostanziale di ciò che oggi è legge.

Sappiamo anche che, oltre alle riforme, incombono quesiti referendari in tema di giustizia destinati anch’essi – ove ammessi dalla Corte Costituzionale e quindi approvatati in esito alla consultazione referendaria – a incidere drasticamente sugli equilibri, interni ed esterni- del sistema giustizia. Temi delicati, alcuni dei quali – quali il quesito sulla responsabilità diretta dei magistrati, quello sulla equa valutazione dei magistrati e quello sulla separazione delle carriere – non possono non essere interpretati come tentativi di creare le condizioni per un condizionamento esterno dell’attività giudiziaria. A fronte di ciò, si impone una ferma opposizione dell’ANM rispetto ai principi e soprattutto agli esiti che l’approvazione dei quesiti potrebbe rappresentare. Non possiamo tacere a fronte di appelli a una – vera o presunta – “giustizia giusta”, che esiste nella mente, evidentemente, di coloro che di quella
personale, domestica forma di giustizia intendono fare uso. ANM difende un concetto di unitarietà professionale e culturale della giurisdizione, difende un esercizio della giurisdizione libero da condizionamenti non quali forme di privilegio, ma di garanzie per i cittadini che della giustizia sono i destinatari.

Le più autorevoli cariche della Stato- a cominciare dal Presidente della Repubblica e dal Ministro della Giustizia – hanno formulato un forte e preciso richiamo all’etica, o forse meglio al senso etico che dovrebbe contraddistinguere in ogni momento l’attività del magistrato. Un senso etico che si ritiene smarrito e che deve, necessariamente, essere recuperato.
Un appello che ANM non può non fare suo, nella sua visione unitaria così come nelle sue singole componenti. L’adesione a questo appello non può farci dimenticare che -contrariamente a quanto da alcuni, per motivazioni personali e certamente non condivisibili, è stato sostenuto – l’assoluta maggioranza dei magistrati italiani non può avvertire il richiamo all’etica come una sorta di rimprovero. Migliaia di magistrati rispetto ai quali in concreto nessuna censura può essere posto in relazione alle condotte personali e
professionali. Migliaia di magistrati che certamente con il presunto “sistema” perverso
– del quale molto, probabilmente troppo di è voluto parlare – non avevano nulla da spartire. Nulla, assolutamente nulla.
L’equazione in base alla quale la semplice adesione a un gruppo sarebbe espressiva della condivisione di un sistema diretto a condizionare indebitamente le scelte del CSM non può essere accettata, in quanto evidentemente strumentale agli interessi di coloro che di tali condotte sono stati gli artefici o i beneficiari.
Lo vogliamo ripetere: l’immagine di una magistratura condizionata, asservita o almeno connivente con un “sistema” giova solo – oggi- a chi un presunto sistema ha ipotizzato di poter strutturare e gestire o a chi da un sostanziale “indebolimento” dell’immagine della magistratura spera o conta di trarre un profitto.
Per altro, oltre all’etica, esiste un concetto, del quale si parla meno, ma non meno importante, al quale intendiamo fare riferimento: il rispetto. Se la condotta eticamente condivisibile è il riflesso esteriore di una adesione interiore a un quadro di valori, il rispetto rappresenta la forma- essenziale e imprescindibile- alla quale dovrebbe improntarsi il rapporto tra la magistratura e la società: in entrambi i sensi.
Per il magistrato, rispetto del ruolo significa porsi sempre e comunque in una condizione di assoluta terzietà e di interpretazione del diritto al di sopra e al di fuori di qualsiasi coinvolgimento personale. Rispetto del ruolo significa porre lo spirito di servizio avanti ad interessi privati, personali o di terzi. E significa garantire con modi, comportamenti e forme, anche sul piano esteriore, tutto ciò. Senza eccezioni, senza pause, senza condizioni e senza distinzioni.
E tuttavia, a fronte di questo, le istituzioni come i cittadini devono assumere nei confronti dell’attività della magistratura il rispetto che – se non ai singoli- all’apparato giudiziario nel suo insieme deve essere riconosciuto. Abbiamo assistito con troppa frequenza non a critiche ragionate, costruttive e fondate su competenze specifiche, quanto ad attacchi scomposti, non supportati da argomentazioni articolate e pertinenti, destinate a gettare un indiscriminato discredito non solo sugli operatori di giustizia ma all’immagine che della giustizia dai cittadini viene percepita.
Il rispetto reciproco è la condizione basilare e imprescindibile per riannodare i fili di un dialogo per troppo tempo più patologico che fisiologico. Dimostrare rispetto per ottenere e se dal caso pretendere rispetto: questa la scommessa per il futuro, prossimo come remoto.

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Abstract dell’intervento della Ges Piemonte e Valle d’Aosta all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022

 

In foto: Vaso con Iris su sfondo giallo, Van Gogh, Van Gogh Museum di Amsterdam