Pensieri e parole davanti ai Tribunali nazionali ed europei

Che ne sai tu di un campo di grano?”. Ha esordito così il magistrato Raffaele Sabato, giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, nel suo intervento al convegno “Gesti, parole e segni di discriminazione” svoltosi a Trieste lo scorso 27 maggio. Richiamando cioè la domanda forse più famosa della nostra cultura musicale che, nella canzone “Pensieri e parole” ha compiuto nel maggio 2021 cinquant’anni, ispirata, come ha spiegato lo stesso Mogol, autore del brano, proprio dal “grande dolore causato dall’incomunicabilità”.[1]

Raffaele Sabato, giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo. Fonte https://unipd-centrodirittiumani.it/it/libreria_allegati/6782

Una citazione non casuale, visto il tema trattato, ovvero la necessità di collocare il linguaggio del giudice nel “contesto comunicativo” giudiziario.[2]

Al compiersi del cinquantennio predetto, il 27 maggio 2021, la CEDU ha avuto modo di occuparsi di una questione che attiene analogamente al tema della comunicabilità/incomunicabilità nell’ambito della giustizia, con la sentenza J.L. c. Italia” sulla quale tuttavia, per una questione di stile e riservatezza, Sabato non ha fatto alcun commento, avendo preso parte – peraltro come giudice nazionale – alla trattazione del caso.

Di seguito alcuni passaggi del suo intervento.

“Se per contesto comunicativo si intende l’ambiente in cui avviene la comunicazione tra due o più soggetti, composto da elementi di luogo, di tempo e di scopo, nonché dalle caratteristiche degli agenti (mittente e destinatario) e del canale di comunicazione, a propria volta composto da elementi linguistici e non linguistici (importantissimo il c.d. linguaggio non verbale), ben si comprende che anche il pensiero degli operatori della giustizia richiede un canale linguistico.

Certo anche il linguaggio non verbale, dentro e fuori dal processo, può essere importante: si pensi al ritmo delle domande, alle pause nell’assunzione di un testimone, alla postura dell’ascoltatore e, fuori udienza, alla mancanza di puntualità o di rispetto; ma in questa sede si vuole concentrare l’attenzione sullo strumento linguistico della decisione da intendersi nel senso ristretto di documento di testo.

Il linguaggio peraltro è strettamente legato all’ambiente culturale, linguistico e nazionale che può risentire di sensibilità diverse sia rispetto a condizionamenti politici, sia rispetto alla valutazione di comportamenti privati: ad esempio, in una famosa decisione della Cassazione francese, è stata confermata la sentenza di merito che riteneva conforme alla dignità forense che un’avvocata suonasse uno strumento sulla pubblica strada con raccolta di offerte, qualificando l’agire non come accattonaggio, ma come attività artistica”.

Tornando al linguaggio della “sentenza”, Sabato ha sottolineato che la sua redazione e comprensione dipende quindi non solo dall’estensore, ma anche dal lettore.

“Lo scopo di questo tipo di comunicazione è particolarmente delicato; in particolare nel settore penale, esso è quello di affermare o negare fatti anche delittuosi e, rispetto ai fatti, accertare delle responsabilità, operazione che passa attraverso il complesso linguaggio delle prove (interpretazione di documenti, valutazione della attendibilità di testimoni, traduzione del loro linguaggio in verità).

Quanto al rapporto tra scopo e destinatari della decisione, occorre distinguere lo scopo endo-processuale (vale a dire il controllo della correttezza della motivazione svolto da altri giudici, e prima ancora la sua comprensione per le parti e i loro difensori), da quello extra-processuale, mediante il controllo democratico diffuso sull’attività giurisdizionale (art. 101 Cost.).

Al riguardo, il Consiglio d’Europa e, per esso, il Consiglio consultivo dei giudici europei hanno dimostrato di dare molta importanza alla funzione “educativa”[3] del linguaggio dei tribunali, che si dovrebbe accompagnare alla corretta (e mai censurabile) informazione delle decisioni da parte dei media, obiettivo che imporrebbe di semplificare il linguaggio secondo criteri di sintesi che mal si conciliano con quelli di analisi imposti dalla completa esposizione delle ragioni della decisione”.

Diverse le tecniche di motivazione dei provvedimenti nei vari ordinamenti degli Stati europei passate in rassegna, con puntuali richiami della giurisprudenza, in particolare della CEDU, fino ad arrivare alle conclusioni. “Richiamando il prg. 60 del parere n. 7 del Consiglio consultivo dei giudici europei – la chiarezza e la concisione del linguaggio giudiziario sono obiettivi da perseguire e da conciliare con la precisione e completezza del ragionamento giuridico, avvalendosi di una costante formazione, dell’assoluto rispetto per la dignità delle persone e dell’ausilio eventuale di revisori specializzati in scienze della comunicazione, cui potrebbero essere affidati i rapporti con i media in modo da tradurre, laddove necessario, complesse motivazioni in messaggi semplici e proteggere la decisione dal rischio di manipolazioni o interpretazioni in malafede”.

[1] Fontana, Gianmario (a cura di), Mogol. Umanamente uomo, Milano, BMG Ricordi-Sperling & Kupfer, 1999, pp. 75-77.

[2] Vedasi Sabato, Raffaele, Il linguaggio nel contesto comunicativo del sistema giudiziario italiano, in Bambi, Federigo (a cura di), Lingua e processo. Le parole del diritto di fronte al giudice, Firenze, Accademia della Crusca, 2016; v. in part. p. 61 e p. 67, ove si osserva che anche il Consiglio consultivo dei giudici europei (Ccje), costituito presso il Consiglio d’Europa, nel proprio parere n. 7 (2005), espresso sul tema “Giustizia e società”, mentre aveva comunque escluso che le sentenze e gli altri provvedimenti dovessero spiegare i concetti giuridici, che possono essere approfonditi a iniziativa degli interessati, avvalendosi di esperti, se necessario, aveva dedicato una specifica attenzione all’accessibilità, alla semplificazione e alla chiarezza del linguaggio usato dai tribunali.

[3] V. para. 6 e 56 ss. del parere n. 7, cit.

 

In foto: Corte europea dei diritti dell’uomo, © Credito: Mauro Bottaro / Fotogramma