Il linguaggio nella cronaca giudiziaria dei femminicidi

di Maria Dell’Anno

Abstract dell’intervento al convegno “Gesti, parole e segni di discriminazione”, Trieste, 27 maggio 2022

*Il mio intervento propone una riflessione sul linguaggio utilizzato dai giornali e dai tribunali italiani nella narrazione del femminicidio. Come tutti i problemi che hanno le proprie cause nella cultura della società di appartenenza, lo studio del linguaggio aiuta a far emergere quegli stereotipi e quelle discriminazioni implicite che, proprio perché profondamente radicate nel sentire sociale, non appaiono immediatamente evidenti. Svelare queste strategie linguistiche e simboliche può quindi contribuire a produrre una nuova consapevolezza della realtà sociale.

Nel mio libro “Parole e pregiudizi” [1] ho voluto analizzare quasi 300 articoli apparsi sui più diffusi quotidiani italiani nel corso di un anno (da aprile 2019 ad aprile 2020) riguardanti 26 casi di femminicidio, al fine di verificare se la narrazione che viene restituita a chi legge sia coerente o no con gli obiettivi di prevenzione della violenza e di ogni forma di discriminazione imposti in primo luogo dalla Convenzione di Istanbul.

Tre sono i frame narrativi principali in cui viene inserita la narrazione dei femminicidi. Propongo un esempio per ciascuno, a cui ricollego l’analisi delle sentenze penali che a due di questi casi sono seguite, in modo da proporre una riflessione parallela sui due linguaggi.

Il primo frame interpretativo, quello più ricorrente nella stampa, è la perdita di controllo, che io ho chiamato “perifrasi per non dire raptus”. In questi casi, il femminicidio viene descritto come il gesto di un uomo che nel contesto di una lite – o più spesso “al culmine di una lite” – uccide la donna in preda ad una momentanea e incontrollabile reazione rabbiosa che gli ha fatto perdere completamente la lucidità e la ragione per qualche istante. Un impulso non ragionato, quindi, non con­sapevole, sarebbe quello che spinge a uccidere, motivato spesso dalla gelosia o da qualche comportamento della donna. Il caso esemplare che propongo è il femminicidio di CHARLOTTE AKASSI YAPI (uccisa dal suo compagno a Pozzo D’Adda il 24/09/2019).

Il secondo frame narrativo è quello che ho chiamato “una morte annunciata”, in cui si collocano i femminicidi avvenuti all’esito di una vita di violenze, spesso già denunciate, già giudicate e punite, in cui quindi si ritiene che fosse inevitabile che quell’uomo prima o poi finisse per uccidere sua moglie. Il caso esemplare che propongo è il femminicidio di ADRIANA SIGNORELLI (uccisa da suo marito a Milano il 1/09/2019).

Il terzo frame narrativo è quello che ho chiamato “un amore tragico”: in questi casi non solo l’uomo femicida viene descritto come innamorato della donna che ha ucciso, ma il femminicidio viene descritto come una tragedia familiare, che si è abbattu­ta sulla coppia unitamente intesa. Tale frame ricorre soprattutto nei casi di femminicidio-suicidio, e il caso esemplare che propongo è quello di ALICE BREDICE (uccisa da suo marito a Ragusa il 29/04/2019).

Dall’analisi della narrazione – giornalistica e giudiziaria – di questi tre casi esemplari, constatiamo che il femminicidio viene rappresentato come opera di un uomo inna­morato che è stato sopraffatto dagli eventi, che ha perso il lume della ragione in conseguenza di qualche azione della donna; come un fatto sporadico e incontrollabile, o al contrario come inevitabile conclusione di una relazione violenta. Eppure l’uccisione di una donna da parte di un uomo a lei vicino non nasce mai dal niente, ma è l’esito di un continuum di violenze, sopraffazio­ni, offese, abusi fisici e verbali, anche se spesso questi atteggiamenti non vengono visti o correttamente interpretati.

La narrazione del femminicidio, quindi, anco­ra lo priva del suo carattere strutturale: ogni femminicidio è isolato dall’altro, è un fatto privato della coppia dove amore romantico e gelosia tendono a giustificare e deresponsabilizzare. Il problema è che se soggetti autorevoli come la stampa e i tribunali scelgono di descrivere i femminicidi adottando una serie limitata e preconfezionata di frame narrativi, sarà difficile che l’opinione pubblica, che non ha una formazione propria su quella pro­blematica sociale, riesca ad adottare una visione critica di quel racconto, bensì lo accetterà come corretto, ancor di più perché va a confermare gli stereotipi culturali con cui tutti e tutte siamo cresciuti e con cui quindi la nostra mente si sente a suo agio. Se non si inizia seriamente a riflettere sul potere delle parole e sulle rappresentazioni che esse veicolano non sarà possibile modificare né il racconto della realtà, né tantomeno la realtà stessa in cui viviamo.

 

Note

[1] M. Dell’Anno, Parole e pregiudizi. Il linguaggio dei giornali italiani nei casi di femminicidio, LuoghInteriori, Città di Castello (PG), 2021.

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Maria Dell’Anno è giurista, criminologa e soprattutto scrittrice. Ha pubblicato i romanzi “Troppo giusto quindi sbagliato” (Ed. Le Mezzelane, 2019) e “Fuori tempo” (Ed. Eretica, 2021); i saggi “Se questo è amore. La violenza maschile contro le donne nel contesto di una relazione intima” (Ed. LuoghInteriori, 2019) e “Parole e pregiudizi. Il linguaggio dei giornali italiani nei casi di femminicidio” (Ed. LuoghInteriori, 2021); la raccolta di racconti “E ‘l modo ancor m’offende” (Ed. San Paolo, 2022). Ha vinto vari premi letterari e suoi racconti sono pubblicati in antologie. Scrive articoli su NoiDonne.org e Filodiritto.com.

 

In foto: copertina del libro dell’autrice Parole e pregiudizi.

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