Riflessioni di una neomaggiorenne sulla Costituzione

Pubblichiamo il primo dei temi che ha partecipato al progetto dell’Associazione culturale Officina 23, il cui obiettivo è promuovere la conoscenza. Lo hanno fatto dopo l’incontro tra giovani studenti e due autorevoli accademici come Salvatore Boccagna e Virginia Amorosi dell’Università Federico II di Napoli sul tema “democrazia e costituzione”. Al progetto hanno preso parte anche due magistrati, ovvero Paola del Giudice, presidente tribunale di Nola e Rossella Marro, magistrato tribunale Napoli Nord.

 

Fino a pochi mesi fa, la Costituzione era per me un concetto astratto, un libro polveroso citato dai professori o nei talk show politici. Poi sono arrivate le diciotto candeline – la torta, le amiche, il primo brindisi “ufficiale” – e con esse una strana sensazione: quella di aver ricevuto le chiavi di una macchina complessa senza aver mai letto davvero il manuale d’istruzioni. Mi sono ritrovata con la tessera elettorale nella borsetta, il patentino da richiedere, e all’improvviso la parola “diritti” aveva smesso di essere astratta. Ho iniziato a sfogliarla non per dovere scolastico, ma per capire in che perimetro si muoverà la mia vita da adulta.

Spesso pensiamo alla Costituzione come a qualcosa che abita nei palazzi romani, lontana dai nostri problemi. In realtà, è seduta a tavola con noi ogni mattina. Se oggi posso scegliere di iscrivermi alla facoltà di ingegneria senza che nessuno alzi un sopracciglio perché sono una ragazza, se posso scrivere un post sui social criticando il governo senza temere che qualcuno bussi alla mia porta di notte, o se posso frequentare chiunque indipendentemente dal suo credo o dalla sua provenienza, lo devo a quegli articoli scritti ottant’anni fa.

Tra tutti, c’è un articolo che sento vibrare sotto la pelle più degli altri: l’Articolo 3.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

A prima vista sembra una frase fatta. Ma se la calo nella mia quotidianità di ragazza del 2026, assume un significato dirompente. Penso a quando ho iniziato il mio primo lavoretto part-time in un bar: avevo paura che mi pagassero meno degli altri ragazzi, o che mi dessero i turni peggiori perché ero la nuova e per di più una ragazza. L’Articolo 3 è quella voce nella testa che mi ricorda che ho gli stessi diritti di tutti.

L’Articolo 3 non dice che siamo tutti uguali (sarebbe noiosissimo), ma che siamo tutte e tutti pari. Mi dice che la mia compagna di banco, arrivata in Italia cinque anni fa dal Marocco, ha lo stesso diritto che ho io di sognare di diventare un chirurgo o un avvocato. Me ne sono accorta per la prima volta in seconda superiore, quando la prof di matematica la ignorava sistematicamente durante le interrogazioni. Non era solo maleducazione: era una violazione silenziosa di quell’articolo.

La seconda parte dell’articolo è quella che preferisco: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”. È un’ammissione di umiltà da parte dello Stato. Ci dice: “So che la vita non è una gara equa, so che c’è chi parte dieci metri dietro agli altri”. Ogni volta che vedo una rampa per disabili in un ufficio pubblico, o quando ho scoperto che la mia amica Sofia ha ricevuto una borsa di studio per potersi permettere i libri di testo – lei che lavora già da un anno per aiutare la sua famiglia – vedo l’Articolo 3 in azione. Non è carità: è la Repubblica che riconosce di avere un debito.

Essere maggiorenni significa capire che la libertà non è fare quello che si vuole, ma avere la garanzia che nessuno possa calpestare la tua dignità. Ci ho pensato la settimana scorsa, quando in un locale un ragazzo continuava a farmi commenti sul fisico come se fosse normale. Non lo è. E sapere che esiste un articolo – anzi, una Costituzione intera – che sancisce la mia pari dignità mi ha dato la forza di alzarmi e andarmene senza sentirmi in torto. La Costituzione non è un vestito che mettiamo nelle occasioni ufficiali; è la nostra pelle.

Quando ho firmato il mio primo contratto di lavoro e ho chiesto spiegazioni su ogni clausola – sotto lo sguardo sorpreso del titolare, che forse non se lo aspettava da una ragazza di diciotto anni – stavo applicando la Costituzione. Quando mi siedo con la mia famiglia a guardare le notizie e difendo l’opinione di chi viene da un’altra cultura, sto onorando la Costituzione. Quando sui social rifiuto di condividere un post che ridicolizza qualcuno per il colore della pelle, sto scegliendo da che parte stare. Non è un documento del passato, ma un cantiere aperto.

Oggi, con la tessera elettorale nel portafoglio e la consapevolezza che il prossimo anno potrò votare per la prima volta, capisco che quegli articoli non sono solo diritti “regalati”, ma responsabilità che devo proteggere. La Costituzione è giovane quanto me, perché vive solo se io, ogni giorno, decido di renderla vera nei piccoli gesti della mia vita quotidiana.