Oltre il referendum, il percorso da costruire per la magistratura

L’Assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati del 16 maggio è stata il primo appuntamento associativo successivo al referendum costituzionale e, soprattutto, il momento in cui la magistratura associata ha dovuto interrogarsi su ciò che resta dopo una stagione lunga, intensa, talvolta molto aspra, di confronto pubblico sui rischi che la riforma costituzionale avrebbe potuto determinare per l’assetto costituzionale della magistratura e per il ruolo della giurisdizione. In questi mesi la Costituzione è tornata al centro del dibattito pubblico ed è stata difesa quale architettura concreta dello stato di diritto: equilibrio tra poteri, importanza dell’indipendenza della magistratura da ogni forma di pressione o condizionamento esterno, tutela dei diritti, garanzie per i cittadini. Ed è significativo che questo sia avvenuto in una fase storica nella quale, anche in molte democrazie europee, il rapporto tra istituzioni, corpi intermedi e funzioni di garanzia attraversa tensioni profonde e crescenti spinte alla semplificazione del conflitto pubblico.

L’Assemblea appena conclusa ha avuto il compito di accompagnare un passaggio delicato: trasformare una stagione difensiva dei valori costituzionali in una prospettiva nuova e costruttiva.

L’effetto più profondo della mobilitazione che ha attraversato il recente confronto referendario, infatti, non può essere letto soltanto attraverso il risultato referendario. Una parte significativa della società civile ha compreso che l’indipendenza della magistratura non rappresenta una prerogativa corporativa, ma una garanzia a tutela dei cittadini e dell’equilibrio democratico. È probabilmente questa l’eredità più importante lasciata da questi mesi. Ed è proprio da qui che occorre ripartire, aprendo una fase nuova, capace non solo di indicare le priorità concrete dell’azione associativa, ma anche di riflettere sul significato e sul ruolo stesso dell’associazionismo giudiziario nel tempo presente. Perché il punto oggi non è soltanto difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma è comprendere quale modello di magistrato e quale idea di giurisdizione possano alimentare, nel tempo, la necessaria fiducia dei cittadini.

Ed è proprio qui che l’associazionismo torna ad assumere un valore essenziale.

La storia della magistratura italiana dimostra che l’associazionismo giudiziario nasce quando il magistrato smette di essere “funzionario monade” e diventa parte di una comunità professionale che condivide responsabilità, cultura costituzionale e difesa dell’indipendenza. Non un sistema di appartenenze finalizzato alla distribuzione del potere, ma uno spazio collettivo di elaborazione culturale e di tutela della funzione giurisdizionale.

Si tratta di una distinzione decisiva ed è per questo che la riflessione emersa nell’Assemblea assume un significato che va oltre le singole misure organizzative.

Quando si afferma la necessità di rendere più trasparenti i criteri di conferimento degli incarichi direttivi, di limitare la discrezionalità, di valorizzare l’esperienza giurisdizionale concreta rispetto alle esperienze politico-amministrative, o di introdurre incompatibilità più rigorose tra responsabilità associative ed esercizio di funzioni istituzionali, non si sta discutendo soltanto di regole tecniche.

Si sta indicando un’idea di magistratura.

L’idea di una magistratura che recuperi pienamente il suo senso costituzionale; che rifiuti la trasformazione della funzione in percorso di avanzamento personale; che preservi la distinzione tra impegno associativo e costruzione di carriere istituzionali; che consideri il governo autonomo non come luogo di potere ma come strumento di tutela dell’indipendenza, a garanzia di tutti i cittadini.

In questa prospettiva assume un valore essenziale anche la tutela di una formazione iniziale e permanente realmente autonoma, pluralista e sottratta a ogni forma di condizionamento esterno, perché la qualità della giurisdizione e la credibilità della funzione giudiziaria dipendono anche dalla libertà culturale e istituzionale di chi è chiamato a formare i magistrati.

Da queste considerazioni deriva anche la centralità di un altro tema emerso con chiarezza: il necessario distacco della magistratura da ogni collateralismo politico, culturale o lobbistico.

Senza rinunciare a parlare dei principi costituzionali o delle condizioni della giurisdizione, la magistratura non è e non può diventare soggetto politico, perché la sua credibilità dipende precisamente dalla capacità di mantenere autonomia rispetto a ogni appartenenza esterna. Il magistrato non è chiamato a costruire consenso. È chiamato a costruire fiducia attraverso il rigore, l’equilibrio, la trasparenza e la coerenza della funzione esercitata.

Ed è significativo che proprio dopo una campagna referendaria così esposta pubblicamente emerga con forza l’esigenza di riaffermare questo confine.

In questi mesi i magistrati sono usciti dalle aule giudiziarie per spiegare ai cittadini questioni costituzionali complesse senza assumere alcuna funzione di opposizione politica. Questo passaggio è stato compreso da molti cittadini proprio perché fondato non su appartenenze partitiche, ma sulla difesa di principi costituzionali comuni senza collateralismi. La sfida, ora, è preservare quella credibilità.

In questa prospettiva assume un significato importante anche l’idea di rafforzare il rapporto stabile con la società civile, con l’avvocatura, con l’università, con i luoghi della formazione. Non per ricercare consenso, ma per evitare che la giurisdizione torni a chiudersi in una dimensione autoreferenziale.

Ma l’Assemblea ha anche indicato una prospettiva ulteriore: tornare a parlare dei problemi concreti del servizio giustizia.

Le condizioni degli uffici, gli organici insufficienti, la stabilizzazione dell’Ufficio per il processo che ha dato ottima prova di sé, il rapporto tra efficienza e qualità della giurisdizione, le disfunzioni tecnologiche, l’impatto dell’intelligenza artificiale nell’attività giurisdizionale, il sovraffollamento carcerario, la tutela delle condizioni di lavoro dei magistrati.

Anche questo rappresenta un passaggio decisivo. Dal momento che la fiducia nella magistratura non corrisponde ad un interesse corporativo, ma ad una modalità essenziale di funzionamento dello stato di diritto, le istituzioni sono chiamate con responsabilità a trovare strumenti che garantiscano una giustizia accessibile, ragionevole nei tempi, umanamente sostenibile, tecnologicamente adeguata e costituzionalmente orientata.

La stagione che si è aperta dopo il referendum chiede allora alla magistratura associata qualcosa di più della sola difesa dell’esistente. Chiede la capacità di dimostrare, ogni giorno, che indipendenza significa responsabilità, misura, trasparenza e fedeltà ai principi costituzionali: la forza della giurisdizione non si misura nel consenso che la magistratura riesce a raccogliere, ma nella fiducia che riesce a meritare.