
Ogni anniversario consegna alla memoria alcune parole che tutti ricordano. Altre parole, invece, meno citate, finiscono quasi per scomparire.
Quando ricordiamo Paolo Borsellino, il pensiero corre inevitabilmente al 19 luglio 1992, a via D’Amelio, alla violenza dell’attentato che spezzò la sua vita e quella degli agenti della sua scorta. Oppure torna alle immagini ormai entrate nella memoria collettiva, alle frasi più note, ai simboli che negli anni hanno accompagnato il racconto del suo sacrificio.
Eppure, c’è un’altra pagina che merita di essere riletta. È il discorso pronunciato da Paolo Borsellino il 20 giugno 1992, un mese prima della sua morte, durante la veglia funebre per Giovanni Falcone. Non è soltanto un omaggio all’amico perduto. È, forse, il suo testamento civile. In quelle parole Borsellino non descrive Falcone come un eroe, ma come un uomo che ha compiuto una scelta.
E alla domanda di molti sul perché Falcone non fosse fuggito, sul perché Falcone avesse continuato nel suo lavoro accettando una “tremenda situazione”, Borsellino risponde: “per amore”.
È una risposta che sorprende ancora oggi. Siamo, infatti, abituati a raccontare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino attraverso il coraggio, il sacrificio, la determinazione. Paolo Borsellino, invece, sceglie un’altra chiave descrittiva e subito ne spiega il significato: “l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare”. Un’idea di amore che coincide con il dono, con la decisione di mettere la propria intelligenza, la propria professionalità, il proprio tempo al servizio di una comunità. Non per ottenere qualcosa in cambio, ma per restituire qualcosa alla terra cui si appartiene.
È un’idea della funzione pubblica tanto semplice quanto rivoluzionaria.
La mafia, prima ancora che un’organizzazione criminale, è una cultura dello scambio. Tutto ha un prezzo. Tutto diventa favore, convenienza, debito, appartenenza. Nulla è gratuito. Nulla è donato.
Per questo l’antimafia, prima ancora che un sistema di repressione, è il recupero di una diversa idea dell’uomo. È la possibilità di compiere gesti che non obbediscono all’utile, ma alla responsabilità. È la scelta di dare qualcosa di sé a una comunità senza chiedere in cambio sicurezza, riconoscimento o gratitudine.
Non è un caso che Borsellino, parlando di Falcone, non celebri le sue straordinarie intuizioni investigative. Ricorda piuttosto un’ambizione più grande: fare in modo che il lavoro dei magistrati entrasse nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia, dice, non poteva ridursi alla repressione: doveva diventare un movimento culturale e morale.
Questa è forse l’eredità più esigente che ci ha lasciato.
Ogni stagione storica conosce forme diverse di criminalità, di illegalità, di delegittimazione delle istituzioni, di disaffezione verso la cosa pubblica. Cambiano i fenomeni, cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi. Rimane però immutata la necessità di costruire una cultura della legalità che non viva soltanto nelle aule di giustizia, ma nelle scuole, nelle amministrazioni, nelle imprese, nelle famiglie, nella quotidianità dei cittadini.
È significativo che Paolo Borsellino ricordi con emozione una frase di Giovanni Falcone: “la gente fa il tifo per noi”. Ma subito precisa che Falcone non si riferiva al consenso verso i magistrati. Parlava di qualcosa di molto più importante, ossia della sensazione che il loro lavoro stesse smuovendo le coscienze, rompendo quell’accettazione silenziosa della convivenza con la mafia che costituiva la sua forza più autentica.
Questa distinzione merita di essere custodita.
La giurisdizione non cerca tifoserie. La fiducia nella giustizia non ha nulla a che vedere con il consenso né con la popolarità di chi la esercita. Nasce quando il cittadino percepisce che il diritto non è un patrimonio riservato agli addetti ai lavori, ma uno spazio comune nel quale ciascuno trova tutela della propria dignità e della propria libertà.
È questo il terreno sul quale si misura, ancora oggi, la credibilità delle istituzioni.
Alla fine del suo intervento, però, Paolo Borsellino compie un ultimo passo.
Non parla più soltanto di Giovanni Falcone.
Parla di tutti noi.
Dice che Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta “sono morti tutti per noi” e aggiunge una frase che forse dovrebbe accompagnare ogni anniversario del 19 luglio: “abbiamo un grosso debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, continuando la loro opera”.
È difficile trovare parole lontane dalla retorica.
Un debito non si onora con le celebrazioni. Un debito si paga.
E questo debito di cui ci parla Paolo Borsellino si paga ogni volta che ciascuno sceglie la responsabilità invece dell’indifferenza. Ogni volta che le istituzioni sanno essere all’altezza della fiducia loro affidata. Ogni volta che la giustizia continua a essere esercitata con indipendenza, equilibrio e rigore, senza cedere alla paura, al conformismo o alla ricerca del consenso. Si paga, soprattutto, quando la memoria non diventa rifugio nel passato, ma criterio per orientare il presente.
Colpisce, infine, un avverbio utilizzato da Paolo Borsellino: “gioiosamente”.
Non è il linguaggio del sacrificio fine a sé stesso. È il linguaggio di chi considera il servizio alla comunità un privilegio prima ancora che un peso, una responsabilità prima ancora che un dovere, nella convinzione che contribuire al bene comune sia il modo più alto di dare significato alla propria vita.
A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, forse è questa l’eredità più autentica che Paolo Borsellino continua ad affidarci.
Paolo Borsellino non ci chiede di ricordarlo. Ci chiede di continuare a pagare quel debito. Un debito che non si misura con le parole degli anniversari, ma con la fedeltà quotidiana ai valori per i quali lui e tanti altri hanno scelto di vivere. È questo che rende viva la memoria: non il ricordo del passato, ma la responsabilità verso il futuro.



