A tu per tu con Claudia Carissimi

-Quando sei entrato in magistratura e quale è stato il tuo percorso professionale?

Direi di essere entrata soltanto ieri, oppure da un tempo molto lontano! Poco meno di due anni fa. Dopo la laurea, SSPL, la pratica forense in Avvocatura di Stato, l’esame di abilitazione, un corso per la preparazione al concorso e tanto studio.

-Quale è stata l’esperienza professionale più emozionante e perché?

Il batticuore è all’ordine del giorno, quando devi leggere in udienza un dispositivo molto sofferto o che sai sarà particolarmente pesante per una delle parti, di esperienze emozionanti ce ne sono tante! Prima di entrare in magistratura, non posso dimenticare quando ho varcato l’aula della Consulta per assistere, dall’ultima fila, alla discussione di un avvocato con cui facevo la pratica o, ancora, la mia prima discussione di una causa dal Giudice di Pace che mi sembrava la fine del mondo! Dopo il concorso, ricorderò sempre il tirocinio all’Ufficio Gip, che mi ha provato psicologicamente con i processi per reati a sfondo sessuale, quando la lettura di quei dispositivi in udienza faceva tremare le gambe, per arrivare al tirocinio in procura, con la mia appassionata discussione di un abbreviato indiziario per tentato omicidio  – non dimenticherò mai il volto e l’espressione dell’imputato, che mi guardava mentre chiedevo la sua condanna a dodici anni e che aveva più o meno la mia stessa età – .

-Perché hai scelto la Magistratura: quali esperienze di vita o quali suggestioni ti hanno spinto a fare di una passione il tuo lavoro?

Non volevo fare il giudice. Volevo fare il medico, ancora prima l’archeologo, da sempre la ballerina. E poi ho incontrato Antigone, che mi ha folgorato, con il suo dissidio tra diritto e giustizia e il dilemma tragico in ordine al se sia giusto rispettare una legge, per quanto apparentemente ingiusta, ma solo perché tale. E poi ancora ho conosciuto un collega, nella vacanza di maturità, che mi ha raccontato del suo lavoro. Saranno stati questi due incontri, uno letterario e uno sotto l’ombrellone, a portarmi ad intraprendere questo percorso? In realtà ancora me lo chiedo…ho iniziato, a scatola chiusa, senza sapere se mi sarebbe piaciuto…e alla fine sono qui.

-Cosa ti aspettavi dalla Magistratura: quali erano le attese o le ambizioni e cosa hai riscontrato nella realtà?

Sognare di entrare in magistratura e fare il magistrato sono due cose ben diverse, per lo stesso motivo per cui non sai com’è una cosa prima di esserci dentro. Mi aspettavo che fosse un lavoro di grande solitudine ed ho scoperto che invece c’è tanto dialogo.

-Cosa rappresenta (o ha rappresentato) per te la Magistratura?

Non mi aspetto di essere un’eroina, tantomeno di diventarlo. E’ l’opportunità per mettere pace tra le persone, e dare ragione a chi ce l’ha.

-Quale è stata la maggiore difficoltà che hai dovuto affrontare? Sei riuscito a risolverla?

Far fronte ad un’incessante richiesta di giustizia, ogni giorno diversa e sempre ugualmente importante, provvedere in tempo e farlo bene, decidere in scienza e coscienza, mantenere la vita privata e gli affetti, restare umili e con i piedi per terra, ricordare sempre che dietro le carte ci sono le persone. E conciliare tutto questo.

-Ci racconti un aneddoto?

In una delle prime udienze, un praticante mi ha chiamato “vostro onore”…nella mia testa è partita la sigla, e mi sono sentita subito in un episodio di Perry Mason! Dottoressa può andar bene!

-Se avessi (o avessi avuto) una bacchetta magica cosa cambieresti (o avresti cambiato) del tuo lavoro? E del mondo circostante?

Rallenterei la concezione sempre più aziendalistica della giustizia – con tutto ciò che ne consegue – : non siamo un’industria di sentenze né un jukebox di decreti. Forniamo un servizio alla collettività, affinché le persone non si facciano giustizia da sole. E siamo pur sempre esseri umani.

-Cosa pensi quando senti dire che i Magistrati appartengono ad una “casta”?

Posso prendermi una licenza? Mi sale il sangue al cervello. Spesso non rispondo, perché sarebbero parole gettate al vento. Preferisco i fatti, con il lavoro di tutti i giorni, e sorridere di fronte alla stima degli avvocati, delle persone, delle parti che apprezzano quando le ascolti. Non cambierò certo l’opinione pubblica, ma potrò instillare quel ragionevole dubbio che, anche se nutrito da una sola persona, ci farà assolvere.

-Credi che il Magistrato possa parlare direttamente alla gente? Ed essere compreso?

Il nostro lavoro di rado è compreso. Vedo la comprensione solo da parte di chi in qualche modo ci è vicino. Credo che occorrerebbe avvicinare la gente al nostro lavoro, mai per il tramite del singolo magistrato, che ritengo debba parlare solo attraverso i suoi provvedimenti e debba mantenere imparzialità e terzietà, senza per questo essere fuori dal mondo, per essere garanzia di affidabilità e affinché le persone le cui sorti sono affidate alla nostra penna possano fidarsi di noi.

-Cosa diresti ad un giovane che vuole o si appresta a diventare magistrato?

Pensaci bene. Non sarà mai come lo avevi immaginato, sarà tutto da scoprire. Studia. Tieni i piedi per terra, rimarrai un cittadino come tutti gli altri, senza nulla in più se non la responsabilità della funzione che svolgi. Riservati uno spazio tuo. Divertiti. Non farti divorare da quella funzione.

-Qual è il tuo sogno nel cassetto? E il tuo libro o film preferito, e perchè?

A rivelare i sogni, rischi che non si realizzino! Un libro: “La certezza e la speranza”, che parla di veleni e antidoti, di come salvare tutte le possibilità e, in definitiva, è un inno alla libertà. Un film: “L’Amore ai tempi del colera”, storia di una amore lungo tutto una vita, anzi due, e anche di più.

-Ci regali un tuo motto?

Un insegnante mi disse: “inizia ogni giorno con quello che puoi, e ti ritroverai a fare l’impossibile”.