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Marcia delle mille toghe, non solo un anniversario simbolico

A sei anni dalla manifestazione che raccolse a Varsavia giudici da tutta Europa una riflessione sulla difesa dell’indipendenza della magistratura.

 

L’indipendenza della magistratura non è un privilegio. È un diritto dei cittadini.
Ci sono momenti in cui la parola indipendenza smette di essere un principio astratto e diventa una scelta. Una scelta difficile, spesso solitaria, quasi sempre scomoda.
L’indipendenza della magistratura nasce così: non come rivendicazione corporativa, ma come diritto dei cittadini. Il diritto che esista sempre un luogo in cui il potere non possa essere giudice di sé stesso. Un luogo in cui i diritti non dipendano dalla forza, dal consenso o dall’opportunità politica del momento.
Sei anni fa, l’11 gennaio, questo diritto prese una forma concreta nelle strade di Varsavia. Magistrati europei e cittadini camminarono insieme in una marcia silenziosa per difendere l’autonomia della giurisdizione in Polonia. Non chiedevano privilegi. Difendevano un confine essenziale: quello oltre il quale la giustizia smette di essere giustizia e diventa amministrazione del potere.
Da allora, quel confine è stato più volte messo alla prova. Non solo in Polonia, ma in molti altri Stati. E non soltanto a livello nazionale.
Oggi l’indipendenza della magistratura è sotto pressione anche a livello internazionale, nel cuore stesso della giustizia penale globale. I giudici chiamati a pronunciarsi sui crimini più gravi – deportazioni, stermini, persecuzioni sistematiche – operano sapendo che le loro decisioni possono generare ritorsioni personali, sanzioni, campagne di delegittimazione. Sanno che le sentenze potrebbero non essere immediatamente eseguite. Eppure, decidono. Perché rinunciare a giudicare sarebbe una resa più grave dell’inefficacia temporanea della decisione.
È qui che l’indipendenza mostra il suo significato più profondo.
Non è la garanzia di vincere. È il dovere di parlare anche quando la voce è isolata.
Una magistratura indipendente non serve quando tutto è facile. Serve quando il diritto è chiamato a contraddire la forza, a interrompere l’abuso, a dare nome e responsabilità a ciò che il potere vorrebbe lasciare nell’ombra. Serve quando la giurisdizione non è popolare, quando non rassicura, quando persino disturba.
Per questo l’indipendenza non appartiene ai magistrati. Appartiene ai cittadini. È la loro tutela contro l’arbitrio. È la condizione che impedisce al diritto di trasformarsi in uno strumento selettivo, magari applicato con severità ai deboli e con indulgenza ai forti.
Ogni volta che l’indipendenza della magistratura viene ridimensionata, condizionata o delegittimata, non si colpisce una categoria. Si ridisegna l’equilibrio dei poteri. E con esso lo spazio delle libertà individuali e collettive. La storia europea insegna che questo processo raramente avviene in modo clamoroso. Più spesso è graduale, normalizzato, giustificato in nome dell’efficienza, della governabilità, dell’emergenza.
Ricordare l’11 gennaio non significa guardare al passato con nostalgia.
Significa assumersi una responsabilità nel presente.
Ambire a una magistratura davvero indipendente vuol dire pretendere giudici liberi di decidere secondo il diritto e la coscienza. Vuol dire riconoscere che la giurisdizione è un bene comune, fragile ed esposto, che vive solo se viene difeso non per spirito di appartenenza, ma per convinzione civile.
Una giurisdizione indipendente è, per sua natura, scomoda. Non promette risultati immediati. Non garantisce soluzioni semplici. Non offre rassicurazioni. Offre qualcosa di più prezioso e più esigente: un limite. Un argine. Un luogo in cui il potere, qualunque potere, può essere chiamato a rispondere.
Quando questo spazio si restringe, i primi a perdere non sono i magistrati, ma sono i cittadini. Perché senza magistrati indipendenti il diritto diventa selettivo, la giustizia negoziabile, le libertà condizionate. E ciò che oggi appare come una correzione tecnica, domani si rivela per quello che è: una riduzione silenziosa delle garanzie di tutti.
L’11 gennaio ci ricorda che l’indipendenza della magistratura non è una bandiera identitaria. È una garanzia civile che non chiede adesione, ma vigilanza, una garanzia civile che non chiede applausi, ma consapevolezza.
Difenderla significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: se dalla parte del diritto come limite al potere o dalla parte di un potere che, senza limiti, finisce sempre per chiedere obbedienza.

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