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Con Murat Arslan: il volto dello Stato di diritto

Murat Arslan

Il volto di Murat Arslan accompagna queste riflessioni. Relatore della Corte costituzionale turca, presidente di YARSAV, l’Associazione per l’Unione dei giudici e dei pubblici ministeri turchi sciolta per decreto, nel 2017 gli è stato conferito il Premio Václav Havel per i diritti umani dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. La comunità giudiziaria europea e internazionale lo ha progressivamente assunto come uno dei riferimenti più autorevoli nella difesa dell’indipendenza della magistratura. La sua vicenda personale è ormai nota ben oltre i confini della Turchia, Paese segnato dal tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016, dalle epurazioni, dagli arresti, dalle profonde trasformazioni delle sue istituzioni. Ed è una vicenda personale che si intreccia con una questione che riguarda l’intera Europa: quale spazio rimane allo Stato di diritto quando l’indipendenza e l’autonomia della magistratura vengono indebolite o annullate?

Questa domanda attraversa il documento congiunto diffuso nei giorni scorsi dall’Associazione Europea dei Magistrati (EAJ), dall’Associazione Europea dei Giudici Amministrativi (AEAJ), da MEDEL e da Judges for Judges, proprio in occasione del decimo anniversario degli eventi occorsi in Turchia il 15 luglio 2016. Il comunicato non si limita a ricostruire ciò che è accaduto in questi anni. Legge la vicenda turca come uno degli esempi più significativi della progressiva erosione della democrazia costituzionale quando vengono compromesse le garanzie di indipendenza della magistratura.
I dati richiamati sono noti, ma riletti nel loro insieme acquistano un significato diverso: oltre 4.500 giudici e pubblici ministeri rimossi dall’incarico, migliaia di arresti e procedimenti penali, il Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri ricondotto sotto il controllo del potere politico, il sistema di reclutamento privato di fondamentali garanzie meritocratiche, YARSAV sciolta con decreto, numerose sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste ineseguite.
Non si tratta di episodi isolati. Il comunicato europeo individua un disegno complessivo nel quale l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura precede e accompagna la trasformazione dell’intero assetto democratico.
Questa lettura trova oggi un’importante conferma anche fuori dal mondo giudiziario. Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute descrive una fase di regressione democratica che coinvolge un numero crescente di Paesi e che interessa, con intensità diverse, aree tradizionalmente considerate solide. Il rapporto afferma che il livello medio di democrazia nel mondo è tornato a quello del 1978, che quasi tre quarti della popolazione mondiale vivono oggi in autocrazie e che l’erosione dello Stato di diritto costituisce uno dei tratti più evidenti della cosiddetta “terza ondata di autocratizzazione”. Nel definire la democrazia liberale, il V-Dem colloca tra i suoi elementi essenziali proprio l’esistenza di efficaci contrappesi al potere esecutivo, il rispetto dello Stato di diritto e l’indipendenza della magistratura.
Colpisce la convergenza tra queste analisi. Da una parte uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali che studiano l’evoluzione delle democrazie, dall’altra le principali associazioni europee dei magistrati. Linguaggi diversi conducono alla medesima conclusione: la qualità della democrazia non dipende esclusivamente dall’esistenza di elezioni libere o di istituzioni formalmente funzionanti. Dipende anche e soprattutto dalla capacità degli ordinamenti di conservare una magistratura indipendente, organi di autogoverno autonomi, procedure di nomina fondate sul merito e un sistema nel quale il diritto continui a rappresentare un limite all’esercizio del potere.
Per questa ragione il documento delle associazioni europee assume un valore che va oltre la denuncia. Accanto alla ricostruzione dei fatti, formula richieste puntuali: l’esecuzione integrale delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo; rimedi effettivi, compreso il reintegro dei magistrati illegittimamente rimossi; la liberazione delle persone detenute in violazione dei diritti fondamentali; il ripristino di un sistema di governo della magistratura indipendente e imparziale; il ritorno a procedure di reclutamento e di progressione fondate sul merito; iniziative concrete delle istituzioni europee nei confronti delle persistenti violazioni degli obblighi derivanti dallo Stato di diritto. È un passaggio significativo: l’indipendenza della magistratura viene indicata come una responsabilità comune dell’Europa, non come una questione interna ai singoli ordinamenti.
La storia di Murat Arslan si inserisce in questo quadro con una forza peculiare. Il suo nome compare nel testo del comunicato come unico riferimento personale, quasi a rappresentare il volto di una vicenda collettiva. Non è soltanto il presidente dell’ormai sciolta associazione indipendente dei magistrati turchi. È il magistrato che, mentre si trovava in carcere, ha ricevuto uno dei più importanti riconoscimenti dedicati all’impegno nella difesa dei diritti umani a livello globale; è la persona attorno alla quale la comunità giudiziaria internazionale ha continuato, anno dopo anno, a mantenere viva l’attenzione sulla sorte dei magistrati turchi. Anche l’Associazione Internazionale dei Magistrati ha sostenuto con costanza iniziative volte a ottenerne la liberazione secondo gli strumenti previsti dall’ordinamento turco.
Nei prossimi mesi Murat Arslan dovrebbe tornare in libertà, dopo avere espiato i lunghi anni di pena inflittagli. La sua liberazione non potrà però chiudere una vicenda che continua a interrogare l’Europa. Il significato della sua storia va oltre il destino di un singolo magistrato, perché ricorda che l’indipendenza della giurisdizione non costituisce una prerogativa della magistratura, ma una garanzia dei cittadini. Ogni volta che questa garanzia viene compromessa, si restringe anche lo spazio della democrazia e dello Stato di diritto. Per questo il nome di Murat Arslan continua a rappresentare, ancora oggi, uno dei simboli più autorevoli della responsabilità comune che le democrazie europee sono chiamate a custodire.

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