Per il presidente del Comitato Giusto Dire No si intravede un cambio di clima ma la magistratura non deve dimenticare che i rischi della degenerazione correntizia sono sempre dietro l’angolo
Professor Grosso, dalla vittoria del No al referendum sono trascorse diverse settimane. A suo giudizio c’è un cambio di clima nel dibattito pubblico sulla giustizia ?
«A me sembra che qualcosa sia cambiato, sia sotto il profilo di ciò che non viene più fatto, sia sotto il profilo positivo. Da un lato noto una maggiore prudenza da parte della politica, in generale della maggioranza, nel portare avanti le sue proposte in materia di giustizia: è cessato quell’effetto di accelerazione che si era manifestato con le forzature della riforma costituzionale.
Dall’altro lato, in positivo, mi sembra che l’interlocuzione con gli attori del servizio giustizia sia ricominciata. L’incontro tra il ministro e l’Anm sembrerebbe essere il preludio di un modo un po’ diverso di affrontare i temi. Per ora sono soltanto piccoli segnali, però rispetto al muro contro muro che sembrava caratterizzare le discussioni, forse una piccola inversione di tendenza si comincia a intravedere».
A “mente fredda” quali sono stati gli elementi fondamentali che hanno permesso la vittoria del No ?
«Io continuo a essere convinto che l’elemento fondamentale che il fronte del No ha potuto vantare sia stata la capacità di manifestarsi come una forza seria e tranquilla. Ho sempre detto che avremmo parlato agli italiani come a persone adulte, e questa cosa — al di là dello slogan — ha pagato molto. Siamo sembrati persone serie che facevano ragionamenti seri, che non cercavano di ingannare gli italiani con slogan faciloni e che ponevano problemi reali. Questo ha fatto riflettere la gente».
Cosa in particolare ha contribuito a rendere il fronte del No più credibile?
«Il primo fattore è stato proprio questo: la serietà del messaggio. Il secondo fattore è stato concentrare l’attenzione sulla Costituzione. La Costituzione è un patrimonio di tutti, un bene comune al quale gli italiani sono molto affezionati. Prima di cambiarla, gli italiani ci riflettono sempre molto, anche inconsapevolmente: c’è una sorta di principio di precauzione. Insistere sui rischi di modificare l’equilibrio dei poteri ha focalizzato l’attenzione. E quando l’attenzione si focalizza sulla Costituzione, la gente pensa. E se pensa, il voto è più consapevole».
E poi?
«Il terzo fattore è stato il modo in cui abbiamo impostato la campagna: la sua capillarità. Siamo andati fisicamente a parlare con le persone, in un contesto in cui da anni si dice che le campagne si vincono solo sui social. Noi abbiamo scommesso sulla mobilitazione fisica: la gente aveva voglia di capire, di confrontarsi. Solo il nostro comitato tra incontri organizzati e quelli in partecipazione ha fatto più di 5.000 incontri. Questo ha creato un nuovo dialogo, un nuovo avvicinamento. Poi c’è stata anche una splendida campagna social, gestita benissimo. Ma una parte fondamentale l’ha giocata l’insistenza sull’incontrare le persone che alla fine ci hanno dato fiducia».
Che cosa bisogna fare per non sprecare la vittoria?
«Non sprecare significa non disperdere questo patrimonio di fiducia. Si sono costruite reti fisiche, non solo virtuali. Tornare a creare relazioni tra persone è un modo per rinvigorire un’idea di politica alla quale forse si era rinunciato, ma che è fondamentale. E in questo, forse, le forze politiche avrebbero qualcosa da imparare».
Come può la magistratura non disperdere il patrimonio costruito con il referendum?
«La questione è più complessa. Il fatto che abbiamo incentrato la campagna sui rischi di modificare un elemento centrale dell’architettura costituzionale ha forse fatto passare in secondo piano un punto: alcuni problemi nella giustizia e nell’organizzazione giudiziaria esistono. La magistratura farebbe bene a non dimenticarlo».
La consapevolezza delle cose che non vanno…
«La vittoria su una grande questione costituzionale non deve far perdere la sensibilità verso ciò che non funziona. Le risposte della riforma costituzionale erano sbagliatissime, ma alcune questioni che affrontava erano reali. E proprio adesso, dopo aver difeso l’ordinamento costituzionale, la magistratura dovrebbe affrontarle con saggezza».
Uno dei temi al centro del dibattito è il correntismo.
«Noi abbiamo sempre detto che non bisogna confondere la legittima aspirazione dei magistrati ad associarsi liberamente — cosa che difenderò sempre — con il correntismo, che è la malattia degenerativa dell’associazionismo. I rischi della degenerazione sono sempre dietro l’angolo. La magistratura farebbe bene a fare tesoro dell’esperienza e affrontare le ragioni per cui è stata accusata di correntismo. È vero: dopo il caso Palamara molto è stato fatto. I magistrati hanno saputo riflettere e fare pulizia. Ma non bisogna fermarsi né adagiarsi. Ben vengano le iniziative di riflessione affinché il pluralismo non degeneri in un governo opaco dell’organizzazione giudiziaria».
Quali priorità dovrebbe affrontare subito la magistratura nel dialogo con il governo?
«Partirei dal documento dell’ANM, che contiene le questioni urgenti. Sono problemi che gli operatori della giustizia toccano con mano ogni giorno. Abbiamo visto tutti come, la settimana scorsa, l’intero funzionamento della giustizia penale sia stato bloccato per un giorno a causa delle carenze negli investimenti strutturali. Queste sono priorità assolute».
Quali temi vanno affrontati in prospettiva?
«Siamo alla vigilia della scadenza del mandato dell’attuale CSM, quindi non è il momento per discutere della sua composizione. Ma in prospettiva andrebbe ripresa la riflessione che gli stessi magistrati associati avevano avviato anni fa. Io credo che, pur essendo necessario che il CSM sia formato sulla base di un principio elettivo, l’attuale legge elettorale non sia adeguata».
La riforma Cartabia del sistema elettorale del CSM non ha risolto i problemi?
«La riforma Cartabia, a mio personale giudizio, non ha risolto tutti i problemi. Il punto fondamentale è restituire ai magistrati la possibilità di scegliere davvero, individualmente, chi ritengono più adatto a sedere nel CSM. Avevamo fatto diverse proposte — io, il professor Silvestri, il professor Luciani — tutte orientate a ricostituire un legame diretto tra elettori e candidati. L’attuale sistema, invece, favorisce accordi pre‑elettorali, elezioni primarie, accordi precedenti gestiti sostanzialmente. È un sistema che rischia di non spazzare via le cattive pratiche del passato».
Quale modello elettorale potrebbe restituire ai magistrati un ruolo più diretto nella scelta dei membri del CSM?
«Forse bisognerebbe tornare a un voto di preferenza, o comunque a un sistema che ricrei un rapporto diretto tra elettori e candidati. Non è questo il momento per discuterne — mancano sei mesi alle elezioni — ma in prospettiva una riflessione andrebbe fatta.
Si potrebbe riprendere anche l’idea del CSM a rotazione, cioè rinnovato non tutto insieme. Ci sono una serie di proposte in campo che allontanerebbero del tutto i sospetti sui quali erano state centrate le accuse da parte del fronte del Sì di corporativismo giudiziario. Le soluzioni ci sono: vanno ripercorse con calma e lucidità».
Perché l’attuale sistema binominale non convince?
Bisognerebbe immaginare un sistema che restituisca ai magistrati la possibilità reale di scegliere i propri eletti, magari con un maggior rapporto di vicinanza. La vicinanza crea fiducia: mi fido di chi vedo lavorare, di chi conosco sul piano organizzativo. Non è il momento per intervenire, ma secondo me non bisogna rinunciare a questa riforma proprio per dimostrare che la magistratura da un lato è responsabile e dall’altro è consapevole”.
