Home Vita associativa Ripartire da efficienza ed efficacia della giustizia

Ripartire da efficienza ed efficacia della giustizia

Non basta essere orgogliosi per il risultato del referendum e per la  fantastica dimostrazione da parte dei cittadini di entusiasmo e partecipazione per la difesa della Costituzione e dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura, e di capacità di non farsi ingannare da etichette e slogan.

Occorre conservare consapevolezza sul risultato raggiunto grazie a nuove, diffuse e approfondite modalità di comunicazione,  sui temi  del referendum e sugli argomenti utilizzati, su ciò che davvero interessa ai cittadini e sulle corrispondenti priorità da seguire  nell’impegno associativo.

Non capirei (e temo non sarebbe capito) perché dopo la vittoria del No dovremmo “subire” gli argomenti e i temi del Sì per i quali abbiamo giustamente sostenuto la irrilevanza rispetto ai veri problemi della giustizia e la loro obliqua strumentalità: le  questioni CSM, disciplinare, nomine direttivi e semidirettivi, valutazioni di professionalità, correnti vanno certamente affrontate, ma senza assegnargli un ruolo prioritario (o addirittura divisivo per alcune soluzioni proposte che sembrano paradossalmente confliggere col significato del risultato referendario di conservare il ruolo del CSM come disegnato dalla Costituzione)

Non dico certo che siano argomenti da accantonare.

Ma trovo assurdo e controproducente enfatizzarli ora, dopo la bellissima vittoria del no, ponendoli tra i punti centrali, mentre si potrebbe  discutere non di sorteggi temperati o di elezioni per direttivi o semidirettivi, ma di leggi elettorali per il CSM tali da diminuire gli  influssi correnti, e di limiti più rigidi per evitare incarichi fuori ruolo agli eletti togati al CSM alla fine del loro incarico, e ripensare criteri per nomine sulla base dell’esperienza giudiziaria.

Se molto giustamente abbiamo detto che i punti della riforma e i suoi argomenti (separazione carriere, regole CSM, disciplinare) non risolvevano alcun vero problema della giustizia, perché ora che ha vinto il No dovremmo essere noi a tenere al centro tali aspetti e cercare un dialogo al riguardo su possibili asserite soluzioni o ricordare che per legge ordinaria si possono separare “meglio” le carriere?

E in tale ambito – tra le modifiche e miglioramenti da proporre al CSM  – andrebbe evidenziata prioritariamente rispetto al resto  la valorizzazione nell’ambito dei criteri per le nomine direttivi e semidirettivi delle esperienze svolte sia nelle funzioni requirenti che giudicanti, sollecitando contestualmente modifiche alla normativa primaria in tema di ostacoli e restrizioni ai cambiamenti di funzione: si tratterebbe di un importante dato simbolico, coerente con l’unità della giurisdizione e la imparzialità del PM, come vere e reali garanzie per una giustizia giusta ed efficiente e quindi coerente con il risultato referendario; e porrebbe un freno – con dimostrazione della compattezza della magistratura al riguardo –  rispetto alla pretesa necessità di introdurre con legge ordinaria la separazione delle carriere (visto che non ci sono riusciti con legge costituzionale).

E in via principale parliamo e proponiamo altro, di più funzionale alla efficienza ed efficacia  della giustizia e alla autonomia e indipendenza della magistratura; senza limitarci al riguardo alle “solite” (e giustissime) richieste relative agli organici, al personale, all’hardware e software, e alle (ben meno giuste) richieste di ulteriori depenalizzazioni e di ulteriori incentivazioni dei riti alternativi.

Sul tema del funzionamento della giustizia penale – riguadagnando un ruolo centrale di interlocuzione e comunicazione – si dovrebbero rimettere in ordine i rapporti tra strumento (cpp) e i diritti che lo strumento è tenuto a tutelare, e mettere in discussione il feticcio intoccabile dei principi accusatori che presidiano (in realtà solo in parte) il cpp (principi accusatori che se enfatizzati portano alla discrezionalità dell’azione penale e alla dipendenza del PM dall’esecutivo).

E sottolineare la evidenza del fallimento totale di questo cpp nonostante le continue modifiche  tese a farlo funzionare, con depenalizzazioni continue e sconti-discount in aumento (“commetti tre paghi due, anzi uno” sconti che minano la credibilità della giustizia molto di più di quanto ne avvantaggino i tempi); un cpp inconciliabile con la ragionevole durata del processo (salvo voler allargare ancora a dismisura improcedibilità, prescrizione, depenalizzazioni, privatizzazioni del diritto penale, procedibilità a querela, competenze del gdp..) e con una “incertezza” della pena diluita (e resa “evanescente”) da una serie infinita di sconti in cognizione ed esecuzione, e contraddetta a macchia di arlecchino da irragionevoli pene “sponsor” elevatissime e da indecenti estensioni della procedibilità a querela (a lesioni fino a 40 giorni, o al sequestro di persona indipendentemente da mezzi, fini e durata, anche se il fine è violenza sessuale e viene raggiunto, o alla violenza privata tesa proprio a non far sporgere querela o a rimetterla…) estensione della procedibilità a querela che significa indifferenza verso reati anche gravi e giustizia impari e squilibrata verso i più deboli, fragili, marginali e impauriti.

Il cpp è uno strumento servente per la tutela dei diritti e se non funziona è lo strumento che va cambiato.

E riflettere quindi su una rivisitazione delle regole del Cpp proprio in diretta relazione alla durata ragionevole dei processi a partire dalla formazione della prova in dibattimento  e al «restituire al giudice del dibattimento la conoscenza degli atti», (che significa poter e dover discutere ed esaminare le prove raccolte nelle indagini, non tenerle fuori e renderle inconoscibili al Giudice);  rivedere il divieto di reformatio in peius e le possibilità di impugnazione del PM; rimodulare le  regole sulla prescrizione e togliere la improcedibilità;  riconsiderare la proliferazione di nullità e inutilizzabilità e formali, e di regole che ostacolano il compimento delle indagini prima ancora del processo.

E che sia difficile contestare alcuni principi base dell’ attuale cpp e ottenerne il cambiamento non può significare preferenza per il silenzio al riguardo. Almeno cominciare anche noi a dirlo e sottolinearlo (non lasciando solo il prof. Coppi…).

Il feticcio di questo cpp e dei suoi asseriti princìpi non può essere considerato intoccabile, mentre si fanno e si prospettano riforme di ogni tipo e si rischia di cadere nella visione deformata della “sola” velocità dei processi lasciando sullo sfondo la necessità che dai processi escano decisioni che rendano giustizia, che siano comprensibili ed estese alla tutela dei diritti anche dei deboli e degli “invisibili”.

E, credo, che anche il solo parlare di questi temi possa costituire freno ad ulteriori riforme peggiorative e possa facilitare almeno alcune riforme che davvero inizino a migliorare il funzionamento del servizio giustizia, disegnando un percorso per renderlo più conforme  alle aspettative dei cittadini; rendendo anche i magistrati più vicini a tali aspettative.

 

*l’autore è presidente della Ges ANM Marche

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