– Quando sei entrata in magistratura e qual è stato il tuo percorso professionale?
Sono del d.m. 12.02.2019. Mi sono laureata all’Università Federico II di Napoli nel 2011, poi ho frequentato la SSPL e mi sono abilitata all’esercizio della professione forense. A partire dalla fine della SSPL, ho collaborato con una cattedra di diritto privato, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli.
Il mio percorso per l’ingresso in magistratura non è stato breve. Ho superato gli scritti al terzo tentativo e mi è anche capitato di non consegnare.
Ho frequentato alcuni corsi privati di preparazione, ma non ho avuto un’esperienza positiva. Il superamento del concorso è arrivato quando avevo ormai deciso di abbandonare la strada dei corsi e di proseguire nello studio per conto mio. Non è stata una scelta facile, ma nel mio caso ha pagato, anche grazie al supporto del professore con cui ho collaborato, che mi ha sempre sostenuta.
– Quale è stata l’esperienza professionale più emozionante e perché?
Prima di diventare magistrato, sicuramente la didattica, che mi ha restituito grandi soddisfazioni, sul piano sia professionale, che umano.
– Perché hai scelto la Magistratura: quali esperienze di vita o quali suggestioni ti hanno spinto a fare di una passione il tuo lavoro?
Per la mia formazione e il mio percorso di vita, ho sempre pensato che mi sarei realizzata in un lavoro di servizio. Quindi la scelta della magistratura, a un certo punto, è stata di strada.
– Cosa ti aspettavi dalla Magistratura: quali erano le attese o le ambizioni e cosa hai riscontrato nella realtà?
Non avevo particolari attese, ho iniziato con grande entusiasmo.
Faccio il Giudice del Lavoro al Tribunale di Castrovillari, nel distretto di Catanzaro. Quello calabrese è un territorio in cui chi inizia si deve confrontare con alcune delle criticità strutturali più importanti del nostro sistema giudiziario, oltre che con le difficoltà legate allo svolgimento di processi penali di particolare delicatezza.
Le problematiche che mi trovo ad affrontare in prima persona sono quelle tipiche del settore civile e del lavoro nei territori meridionali, ossia quelle legate alla gestione di ruoli fortemente gravati da un arretrato storico (nell’ordine anche delle migliaia di fascicoli), in Tribunali con un grande turn over.
Oggi alla giustizia si chiede di essere efficiente e produttiva e di abbreviare i tempi. Si tratta di un’importante differenza di contesto per l’attuale generazione di giovani magistrati, rispetto alle precedenti.
La questione dell’inadeguatezza dei mezzi, umani e materiali, resta centrale e pesa particolarmente nei territori dove le criticità sono già di base più forti.
Si potrà anche pretendere un’accelerazione, ma la macchina, salvo qualche ritocco, è sempre la stessa.
C’è poi il tema della qualità del servizio, che non può essere trascurato. Una giustizia che arriva in ritardo è una giustizia denegata, ma lo è anche una giustizia approssimativa, perché preoccupata di far presto.
– Cosa rappresenta per te la Magistratura?
Il luogo da cui offrire un contributo al percorso della nostra società.
La magistratura è investita dalle istanze di tutela che provengono dalla realtà concreta, dalla vita delle persone, a volte ben prima che la legge intervenga ad offrire una risposta, ed è al cuore della gestione dei conflitti, quelli tra privati e quelli tra l’individuo e lo Stato. La prima cosa che ogni magistrato impara è che non esiste il non liquet e quando la giurisdizione è chiamata ad intervenire, con la risposta che offre, con il modo in cui interpreta la legge e riconduce a sintesi ciò che l’ordinamento esprime, nella soluzione di un caso concreto, contribuisce a plasmare l’identità di una comunità e a delinearne il cammino. Da magistrati, credo che non possiamo mai perdere di vista questo aspetto della nostra funzione, che è fonte di grande responsabilità.
– Qual è stata la maggiore difficoltà che hai dovuto affrontare? Sei riuscita a risolverla?
Nell’attesa di interventi strutturali sulle condizioni della giustizia, la difficoltà maggiore è legata a cosa fare per migliorare il servizio.
Credo che anche in situazioni disagiate e gravate dai grandi numeri ci siano delle strade percorribili. Ad esempio, nel settore civile, dove il problema principale è quello dell’arretrato, si può scegliere di investire sull’organizzazione, per razionalizzare il carico e pianificare lo smaltimento. Si tratta di scelte di lungo periodo, che dipendono non solo dai singoli Giudici, ma anche dalle dirigenze. È una strada non semplice da intraprendere in contesti molto gravati, ma credo che possa restituire risultati significativi in termini non solo di smaltimento, ma anche di qualità complessiva del servizio.
– Ci racconti un aneddoto?
Non ho particolari aneddoti, quindi scelgo di raccontare un’esperienza, per me molto significativa, legata al periodo di tirocinio, che si è svolto a Milano.
Ho avuto come affidatari, in prevalenza, magistrati appassionati ai temi associativi e ordinamentali, alcuni anche impegnati in prima persona nell’ANM o nel Consiglio Giudiziario. Persone con punti di vista diversi, ma che hanno rappresentato per me uno straordinario modello. Magistrati stimati e dediti al lavoro giudiziario, ma anche persone impegnate, non individualisti chiusi nelle proprie stanze, con tutto quello che comporta in termini di difficoltà e fatica ulteriore, a cui non li ho mai visti sottrarsi. Oltre al “mestiere”, con la loro esperienza mi hanno trasmesso il valore dell’impegno ed è un valore in cui credo fortemente.
– Se avessi una bacchetta magica cosa cambieresti del tuo lavoro? E del mondo circostante?
Una bacchetta magica farebbe comodo per dotare la giustizia di un esercito di magistrati, di adeguato personale amministrativo, di infrastrutture idonee e di un’informatizzazione reale.
Dobbiamo però affidarci al coraggio della politica.
– Cosa pensi quando senti dire che i Magistrati appartengono ad una “casta”?
Mi è sempre sembrata una dolorosa contraddizione. La Magistratura, proprio per la funzione a cui è chiamata, è per definizione calata nella società e nelle sue vicende. Se la collettività ci percepisce come separati, lontani, appartenenti ad una “casta”, dobbiamo farcene carico.
Una società coesa ha bisogno di potersi riconoscere nelle sue istituzioni, di poterne comprendere l’operato, di potersi fidare. Sta a noi trovare le strade per recuperare questo legame.
In questa prospettiva, credo sia necessario concentrarsi tanto sul nostro lavoro giudiziario, quanto sulle dinamiche dell’amministrazione della giurisdizione. La fiducia dei cittadini si conquista nelle aule, ma anche dimostrando che l’autogoverno è funzionale al servizio, che autonomia e indipendenza non sono privilegi personali dei magistrati, ma garanzie per le persone.
– Credi che il Magistrato possa parlare direttamente alla gente? Ed essere compreso?
Credo che possa e, anzi, che la capacità di comunicare non solo con i provvedimenti giudiziari sia tratto positivo di una magistratura davvero aperta alla società. Chiaramente, è necessario guardarsi dagli eccessi e dai personalismi. Bisogna muoversi nel rispetto dei limiti del ruolo, quindi, oltre alla continenza e alla sobrietà, si deve fare grande attenzione a non compromettere la propria imparzialità.
Quello della comunicazione dei magistrati è da sempre un tema spinoso, non siamo opinionisti o commentatori. Credo, però, non si debba rinunciare ai benefici che il nostro operato può trarre da un dialogo con la società, in termini di comprensibilità e, anche, di radicamento nella realtà.
La comunicazione, se ben praticata, è uno strumento che contribuisce ad allontanare la magistratura dall’autoreferenzialità, dalla “casta”. È in questo senso che va coltivata.
– Cosa diresti ad un giovane che vuole o si appresta a diventare magistrato?
Al primo, che studia, di avere pazienza e di non demordere, di cercare la propria strada verso l’obiettivo. Non tutti i percorsi sono uguali e non ci sono ricette magiche.
Al secondo, che si appresta ad iniziare, di avere il coraggio di fare le proprie scelte e di cambiare le prassi del nostro lavoro che non si condividono. Non è necessariamente una scelta oppositiva. È importante saper conquistare le persone ad una mentalità o progettualità diversa, il cambiamento si gioca molto più sulla capacità di costruire, che non sugli strappi. Non è sempre facile, o possibile, ma credo che si debba procedere con questo spirito.
In foto: Joan Mirò, Blue, Musée National d’Art Moderne nel Centre Pompidou, Parigi.
