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Quando il linguaggio indebolisce la democrazia

Ci sono parole che fanno parte del confronto democratico. La critica delle decisioni giudiziarie è una di queste. È naturale e legittima.
Esiste però un confine oltre il quale la critica non riguarda più una sentenza, ma diventa delegittimazione dell’istituzione chiamata a pronunciarla. Non si discute ciò che un magistrato ha deciso, ma si insinua che abbia deciso per ragioni diverse dal diritto. Non si contestano le motivazioni, ma si mette in dubbio l’imparzialità di chi esercita la giurisdizione. E quando questo linguaggio diventa abituale, il bersaglio non è solo il singolo magistrato, ma la fiducia nella giustizia.
È questo il punto richiamato dalla Commissione europea nel Rapporto sullo Stato di diritto 2026: una scelta piena di significato.
Nel capitolo dedicato all’Italia, la Commissione prende atto che, durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura, si è registrato un aumento delle dichiarazioni di esponenti politici fortemente critiche nei confronti dell’autorità giudiziaria. “Le esternazioni di parlamentari e funzionari governativi si sono intensificate, per numero e tono, durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale”, si legge. E la Commissione ricorda un principio che appartiene agli standard europei: in una democrazia è legittimo criticare le decisioni giudiziarie, ma i poteri esecutivo e legislativo dovrebbero evitare dichiarazioni capaci di compromettere l’indipendenza della magistratura o la fiducia dei cittadini nella giustizia.
Il referendum è finito. La questione del rispetto reciproco tra i poteri dello Stato, invece, resta aperta. Essa non riguarda il merito della riforma, né il legittimo confronto politico sulle scelte legislative: riguarda il linguaggio delle istituzioni.
Ed è significativo che la Commissione richiami, subito dopo, un principio che appartiene al patrimonio comune delle democrazie europee: “secondo le norme europee, per quanto criticare le decisioni giudiziarie sia un aspetto normale del dibattito democratico, i poteri esecutivo e legislativo dovrebbero evitare critiche tali da minare l’indipendenza della magistratura o la fiducia del pubblico nella stessa”.
Quella tra legittima critica e chiara delegittimazione è una distinzione fondamentale, perché, quando il confronto si trasforma nella rappresentazione di una magistratura descritta come avversario politico, quando singole decisioni vengono sistematicamente attribuite a presunti orientamenti ideologici anziché essere discusse nel loro contenuto giuridico, quando il dissenso verso una decisione giudiziaria diventa delegittimazione dell’istituzione che l’ha pronunciata, il problema non riguarda più solo magistrati, ma la fiducia dei cittadini nell’autorità giudiziaria quale elemento essenziale dello Stato di diritto. Quando quella fiducia si incrina non è il prestigio dei magistrati a essere compromesso, ma la credibilità di uno dei pilastri sui quali si regge l’equilibrio costituzionale.

Nessuno, dunque, dovrebbe compiacersi della perdita di fiducia nella magistratura e, se questo accade, è sintomo di insofferenza verso talune decisioni evidentemente percepite come costrizioni da chi ha la responsabilità dell’esercizio del potere esecutivo, ma che evidentemente costrizioni non sono perché imposte dalle regole dello stato di diritto e garanzia del nostro vivere democratico.
Il linguaggio utilizzato da chi esercita responsabilità istituzionali ha un peso fondamentale, perché contribuisce a costruire il clima nel quale esse operano.
Le parole possono alimentare un confronto civile oppure favorire una rappresentazione della magistratura come un avversario da sconfiggere. E quando questo accade, il passaggio dalla critica alla delegittimazione, dalla delegittimazione all’odio è molto più breve di quanto si sia disposti ad ammettere.
Anche le vicende di questi ultimi giorni dimostrano quanto rapidamente il dissenso verso una decisione giudiziaria possa trasformarsi in campagne di intimidazione, insulti e minacce rivolte ai magistrati chiamati soltanto ad applicare la legge. Un clima che richiede, da parte di tutti, maggiore responsabilità nell’uso delle parole.
Per questo il richiamo della Commissione europea merita di essere letto non come difesa della magistratura italiana, ma come un invito rivolto alle istituzioni nel loro insieme: custodire, anche attraverso la responsabilità delle parole, quella fiducia che rappresenta una delle condizioni essenziali dello Stato di diritto.
Perché il referendum può concludersi. Le riforme possono dividere. Le maggioranze possono cambiare. Ma il rispetto tra i poteri dello Stato non dovrebbe mai diventare materia di scontro permanente.
È da quel rispetto che dipende, in ultima analisi, la qualità stessa della nostra democrazia.

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