Patrimonio da non disperdere, serve un mutamento culturale

L’esito del referendum costituzionale non rappresenta soltanto una vittoria dello Stato di diritto e una confortante dimostrazione della persistente adesione del popolo italiano al principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, ma costituisce un’enorme opportunità e un possibile punto di svolta per l’associazionismo giudiziario.

L’importanza della posta in gioco ha determinato l’attivismo spontaneo, generoso e per certi versi commovente di moltissimi colleghi – giovani e meno giovani, con o senza esperienze pregresse di vita associativa – nelle diverse iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza e nei dibattiti interni che le hanno accompagnate.

Si tratta di un patrimonio di energie, di impegno e di ideali che rivela la profonda e radicata consapevolezza, nella maggioranza dei magistrati, della propria funzione istituzionale e sociale a presidio delle libertà e dei diritti riconosciuti e garantiti dalla nostra Costituzione.

Sarebbe un grave errore disperdere questo patrimonio, così come quello rappresentato dalla fiducia, dall’interesse e dalla curiosità che numerosissimi cittadini hanno mostrato nei confronti della magistratura e, più in generale, dei temi della giustizia, partecipando agli incontri che abbiamo organizzato in giro per l’Italia nel corso della campagna referendaria. Tra loro anche professori, ricercatori, avvocati e altri professionisti (non solo del mondo giudiziario), con i quali sono stati spesso avviati promettenti e proficui percorsi di dialogo e di collaborazione al di là dello specifico tema della riforma costituzionale (nel distretto bresciano, ad es., anche nelle settimane precedenti al referendum si sono svolte iniziative in materia di carcere, migrazioni, contrasto all’autoritarismo, esercizio del diritto di difesa, ecc., che è intenzione della GES proseguire, avvalendosi anche del contributo di gruppi di lavoro dedicati).

Un interesse, devo dire, per molti di noi tanto inaspettato quanto rassicurante: a Brescia non dimenticheremo le centinaia di persone che il 10 gennaio hanno affollato il nostro primo incontro pubblico di campagna referendaria con Benedetta Tobagi, Gherardo Colombo e Roberto Romboli; la loro presenza e la loro partecipazione attiva al dibattito sono state per la Giunta, per il Comitato e per tutti i colleghi la prima dimostrazione tangibile che il risultato, quando ancora in pochi ci credevano, era davvero a portata di mano e che i magistrati non sarebbero rimasti soli, ma sarebbero stati parte di un impegno collettivo e corale.

Come è emerso anche nell’assemblea sezionale dello scorso 7 maggio, il modo migliore per non disperdere questo duplice patrimonio (che è anche patrimonio di riacquisita credibilità e autorevolezza) è innanzitutto quello di concentrare la futura azione dell’ANM, in un’ottica pragmatica, sui temi avvertiti come rilevanti dai cittadini, che nei numerosi incontri degli scorsi mesi – più che focalizzarsi sui problemi interni e sugli scandali che hanno coinvolto la magistratura – hanno manifestato legittime preoccupazioni per la durata dei processi, per l’efficienza e la qualità del servizio giustizia, nonché per la sua percepita lontananza (a torto o a ragione) dalla loro esperienza di vita quotidiana.

A questo proposito, l’attività delle Commissioni permanenti e degli organi centrali ha già prodotto interessanti elaborazioni e proposte, che si spera possano fungere quantomeno da pungolo (vuoi al CSM vuoi al decisore politico) e che necessitano di essere ulteriormente sviluppate coinvolgendo il maggior numero di colleghi. Occorre, tuttavia, evitare – a livello comunicativo e a tutela dell’autorevolezza che si è guadagnata l’ANM – che vengano prospettate soluzioni semplicistiche o irrealistiche a problemi reali e complessi, soprattutto quando sguardi malevoli possano intravedere, dietro di esse, istanze corporative (così, invece, è avvenuto, in materia di geografia giudiziaria e di organico, quando si sono ventilate la chiusura indiscriminata degli uffici sotto una certa soglia numerica di magistrati o l’aumento del 50% del personale).

L’attenzione al tema dell’efficienza e della qualità della giustizia non deve certo far passare in secondo piano l’esigenza, ampiamente condivisa nell’assemblea di Brescia, di un radicale mutamento culturale nell’approccio alle questioni che riguardano il governo autonomo della magistratura.

Il “cambio di passo” dovrebbe, in primo luogo, venire incontro alla “fame” di trasparenza – sia dei magistrati sia dei cittadini – rispetto all’operato del CSM e delle sue Commissioni, troppo spesso portato a conoscenza dei colleghi solo attraverso canali informali, come chat di gruppo e contatti telefonici, meccanismi quasi inevitabili a fronte del grave deficit comunicativo che tuttora affligge l’organo, ma che possono favorire quelle logiche clientelari e correntizie che ci sono state rinfacciate – in molti casi, a ragione – nel periodo referendario.

Vi è, poi, un diffuso bisogno di rimeditare le scelte di fondo (e, ove necessario, anche le regole) alla base delle nomine agli incarichi direttivi e semidirettivi, rifuggendo però da scorciatoie pericolose, come nostalgiche rievocazioni di criteri superati per i loro limiti evidenti (ad es., l’anzianità senza demerito) o la pretesa di eliminare gli spazi di discrezionalità del CSM mediante la previsione di parametri rigidi e predeterminati (con il rischio, già in parte concretizzatosi nel recente passato, di favorire il carrierismo e logiche di omologazione).

L’auspicio è piuttosto quello che – attraverso una sapiente attività di sintesi delle varie e preziose sensibilità che animano la nostra associazione (beninteso, non solo quelle dei “gruppi”) – si trovino dei meccanismi in grado di assicurare la comprensibilità delle decisioni e di imprimere alla magistratura quella dimensione “orizzontale” voluta dall’articolo 107 della Costituzione.

*l’autore è il presidente della Ges ANM Brescia