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Il diritto come limite al potere e condizione per la pace. Il Nobel per la Pace a Navi Pillay

“La pace richiede giustizia”: il riconoscimento alla giurista sudafricana Navi Pillay premia una vita dedicata ai diritti umani e riafferma il valore del diritto come limite all’arbitrio del potere.

Il Premio Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato a Navanethem “Navi” Pillay, giurista e magistrata sudafricana che ha dedicato la propria vita alla difesa dei diritti umani, alla giustizia internazionale e alla lotta contro l’impunità dei crimini più gravi. È una notizia che merita di essere accolta con particolare attenzione. Non soltanto per la straordinaria esperienza professionale e umana di Pillay, ma soprattutto per il significato della scelta compiuta dal Comitato norvegese per il Nobel.

In un tempo in cui il diritto internazionale è sottoposto a pressioni crescenti, le sue istituzioni sono messe in discussione e il ricorso alla forza sembra troppo spesso prevalere sulla ricerca di soluzioni fondate sulle regole, il riconoscimento a Navi Pillay assume un valore che va ben oltre il tributo a una singola personalità. È il riconoscimento di un principio essenziale, oggi più che mai necessario: non può esservi una pace autentica e duratura senza giustizia, senza che vi sia responsabilità per le violazioni dei diritti fondamentali, senza il rispetto di quelle regole comuni che pongono un limite all’arbitrio e alla violenza.

«La pace richiede giustizia», ha ricordato il Comitato del Nobel. Poche parole che racchiudono il senso di una scelta e, insieme, una responsabilità collettiva.

La storia personale e professionale di Navi Pillay conferisce a questo messaggio una forza particolare. Nata nel 1941 in Sudafrica, in una famiglia di origini indiane, è cresciuta sotto il regime dell’apartheid, in una società nella quale la discriminazione razziale era imposta e organizzata attraverso le stesse leggi dello Stato. Ha conosciuto, dunque, una delle contraddizioni più profonde che il diritto possa attraversare: quella di un ordinamento giuridico utilizzato non per proteggere la dignità delle persone, ma per negarla. Da quella esperienza ha preso forma un percorso di straordinario impegno civile e professionale. Avvocata impegnata nella difesa dei prigionieri politici durante l’apartheid, è divenuta la prima donna non bianca a ricoprire l’incarico di giudice presso l’Alta Corte sudafricana. Ha successivamente operato nelle più importanti istituzioni della giustizia internazionale, come giudice e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e giudice della Corte penale internazionale, fino a ricoprire, dal 2008 al 2014, l’incarico di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Il suo contributo alla giustizia penale internazionale ha segnato passaggi fondamentali, tra i quali il riconoscimento, nella giurisprudenza del Tribunale per il Ruanda, della violenza sessuale come possibile atto di genocidio e crimine contro l’umanità. Un’affermazione giuridica di enorme portata, che ha contribuito a dare riconoscimento e tutela a vittime troppo a lungo rimaste ai margini della giustizia internazionale. Ma il tratto forse più significativo della sua esperienza è la continuità di un impegno che non si è arrestato di fronte alla complessità dei conflitti, alla gravità delle violazioni denunciate o alla posizione di potere dei soggetti coinvolti.

Più recentemente, come presidente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, Pillay ha guidato i lavori che hanno portato, nel settembre 2025, alla pubblicazione di un rapporto nel quale la Commissione ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane avevano commesso a Gaza atti riconducibili al crimine di genocidio, secondo i criteri stabiliti dalla Convenzione del 1948. Si tratta di conclusioni formulate da una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, e non di una sentenza giudiziaria definitiva. Ma il loro peso e la responsabilità istituzionale che comporta formularle, non può essere ignorata.

In quella occasione Pillay aveva richiamato la comunità internazionale al dovere di non rimanere in silenzio di fronte alle violazioni denunciate, sottolineando che l’inerzia, quando emergono prove di crimini tanto gravi, può tradursi in una forma di complicità. È anche in questa capacità di esercitare con rigore e indipendenza il proprio mandato, senza sottrarsi alla responsabilità di accertare, qualificare e denunciare le violazioni dei diritti umani, che si coglie il significato più profondo del riconoscimento conferitole. La sua esperienza ci ricorda quanto sia essenziale che il diritto possa essere applicato senza condizionamenti, anche quando le sue conclusioni risultano scomode o contrastano con gli interessi dei più forti. È proprio in queste circostanze che l’indipendenza delle istituzioni di giustizia e la fedeltà ai principi fondamentali dell’ordinamento assumono il loro significato più profondo.

Ed è proprio questo il messaggio che il Nobel a Navi Pillay consegna alla comunità internazionale e, in modo particolare, a chi opera nelle istituzioni della giustizia. Il diritto internazionale non è un insieme astratto di aspirazioni morali. È il risultato di un lungo e faticoso percorso storico attraverso il quale la comunità degli Stati ha cercato di porre limiti alla violenza, di riconoscere diritti inviolabili e di costruire strumenti di responsabilità anche per i crimini commessi nell’esercizio del potere. Un percorso incompiuto, attraversato da contraddizioni e segnato da evidenti e ancora attuali difficoltà di attuazione. Ma proprio per questo, bisognoso di essere difeso, rafforzato e reso effettivo.

Quando le istituzioni internazionali vengono delegittimate, quando l’indipendenza della magistratura, anche nell’esercizio della giurisdizione internazionale, viene messa in discussione e le garanzie poste a tutela dei diritti fondamentali si indeboliscono, quando le regole sembrano poter essere applicate selettivamente in funzione degli interessi politici o strategici, viene compromessa l’idea stessa, di matrice democratica, che l’esercizio del potere debba incontrare un limite nel diritto. La vicenda di Navi Pillay ci ricorda che questo limite non si afferma da solo. Ha bisogno di istituzioni indipendenti, di garanzie effettive, ma anche di donne e uomini capaci di esercitare le proprie funzioni con competenza, integrità e coraggio.

Non si tratta di attribuire alla giustizia e a chi esercita la giurisdizione il compito di sostituirsi alla politica o alla diplomazia. Significa, piuttosto, riconoscere che nessuna soluzione politica può essere davvero stabile se prescinde dalla dignità delle persone, dalla tutela dei diritti fondamentali e dalla responsabilità per le loro violazioni. Per la magistratura, nazionale e internazionale, questo riconoscimento rappresenta anche un’occasione di riflessione sul significato della propria funzione.

L’indipendenza della giurisdizione non è un privilegio di chi giudica, ma una garanzia per chi chiede giustizia. E il rispetto delle regole, delle prove, delle garanzie e dei limiti del proprio mandato non è in contraddizione con il coraggio delle decisioni: ne costituisce, al contrario, il fondamento. La vita di Navi Pillay dimostra quanto il lavoro del giurista possa contribuire a trasformare principi universali in strumenti concreti di tutela, a dare voce alle vittime, a impedire che la violenza venga accettata come un fatto inevitabile della storia.

Il Nobel per la Pace 2026 rende omaggio a questa dedizione. Ma, soprattutto, rivolge un messaggio al nostro tempo, perché ci dice che la giustizia è una delle condizioni che rendono possibile e duratura la pace. E difendere il diritto, anche quando appare fragile di fronte alla forza, significa continuare a credere che nessun potere debba essere sottratto alle regole e nessuna violazione della dignità umana possa essere sminuita o considerata irrilevante. Il diritto non può impedire da solo tutte le guerre, ma senza il diritto rischiamo di perdere anche la possibilità di costruire una pace che meriti davvero questo nome.

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