Dopo il referendum una nuova consapevolezza

Assemblea Anm - 15 dicembre 2024

Dopo il 23 marzo, crediamo che in tanti si siano chiesti se l’esperienza referendaria e il suo esito avessero lasciato un’eredità e, se sì, di quale natura e contenuto.  Il referendum ha lasciato in eredità, in primis, un ventaglio di consapevolezze assolutamente nuove.

La prima è quella che, in questo momento storico più che in altri, una parte significativa della comunità nazionale non considera “sua” la Costituzione repubblicana ed il suo cuore pulsante costituito da un equilibrato assetto tra i poteri dello Stato: probabilmente la ragione di tale estraneità può individuarsi nel fatto che non tutti, nell’ormai lontano – ma non troppo – 22 dicembre 1947, hanno fortemente voluto la Costituzione, ponendoci in calce la firma ed assumendo il solenne impegno di renderla vitale ed attuarla.

In un’epoca nella quale soffiano impetuosi, soprattutto da oltre oceano, venti di democrazia diretta, verticale, muscolare, in un’epoca nella quale per tanti appare inevitabile il crepuscolo delle democrazie rappresentative e con esse di un equilibrato assetto tra i poteri dello Stato, è assolutamente indispensabile che le donne e gli uomini di buona volontà, a partire proprio dai magistrati, continuino in futuro ad impegnarsi quotidianamente nella promozione e nella diffusione della conoscenza dei principi fondamentali e dei valori della Costituzione, in particolare che continuino a farlo in favore delle nuove generazioni.

Solo un’opera di testimonianza di tale natura e contenuto può render chiaro, in particolare alle nuove generazioni, quanto sia costata al popolo italiano la Costituzione e quanto illuminata sia stata la classe politica bipartisan che l’ha scritta e sottoscritta. Il 2 giugno ricorrono gli ottant’anni dall’elezione dell’Assemblea costituente, consesso che ha avuto la capacità di elaborare una sintesi perfetta tra i valori liberali, quelli riformisti e quelli cristiano sociali, che si sono saldamente uniti anche dietro la spinta comune a madri e padri Costituenti di creare le condizioni perché non potesse accadere più in futuro che un potere dello Stato giungesse sino al punto di “divorare” gli altri due.

In eredità il referendum ha lasciato anche un’altra consapevolezza, quella del valore assoluto di una magistratura unita al suo interno e prossima al cittadino all’esterno.

Unità e prossimità hanno caratterizzato anche l’importante contributo dato alla campagna referendaria dai comitati GIUSTO DIRE NO di Lecce, Taranto e Brindisi nonché dalla locale Associazione nazionale magistrati, in ciascuna delle sue articolazioni.

I numeri, più delle parole, possono dare un senso ed un significato a tale contributo: nel ristretto arco di tempo compreso tra il 17 gennaio e il 20 marzo sono stati organizzati nel Distretto, in totale, 170 incontri con la società civile, in pressoché tutte le sue articolazioni e manifestazioni, incontri ai quali hanno partecipato, in totale, più di 60 magistrati, tra cui anche colleghi in pensione, che sono scesi in campo, in prima persona, in difesa della nostra Costituzione.

Ai colleghi in pensione rivolgiamo un sentito ringraziamento per il prezioso contributo dato e, tra essi, in particolare a Roberto Tanisi, già Presidente del Tribunale di Lecce, che ha efficacemente coordinato il Comitato GIUSTO DIRE NO di Lecce. Parimenti essenziale e prezioso è stato, altresì, il contributo alla vittoria del NO dei magistrati del Distretto che, coerentemente con le loro specifiche attitudini, propensioni e sensibilità, si sono spesi aliunde e in forma diversa per far conoscere al maggior numero possibile di persone le ragioni del NO alla riforma.    Già a partire dalla metà del mese di febbraio, si sono svolti nel Distretto in contemporanea quattro, in alcuni giorni anche cinque incontri al giorno con la società civile, in Università, nelle scuole, nei teatri, nelle sedi dei Comuni, delle organizzazioni economiche e sociali, degli ordini professionali, nelle parrocchie.

Anche grazie all’impegno di un così gran numero di magistrati del Distretto di Lecce, ben 400.000 voti circa sono arrivati in favore del NO dalle tre province salentine.

In eredità il referendum ha lasciato anche l’ulteriore consapevolezza di un ritrovato e rinnovato rapporto con la società civile, sia con quella parte di essa che ha accettato di partecipare – dando prova di enorme coraggio – ai tre comitati locali sia con quella che si è incontrata tutti i giorni per oltre due mesi: tale rapporto merita di essere conservato e implementato dall’Associazione Nazionale Magistrati nelle sue articolazioni centrali e locali, non potendo più assolvere a tale compito il Comitato GIUSTO DIRE NO – e le sue articolazioni territoriali – essendo stato perseguito lo scopo per il quale esso è stato istituito.   L’uscita dai palazzi di giustizia e l’andata incontro ai cittadini ha permesso a tanti di poter conoscere sia le nostre ragioni in favore del no alla riforma costituzionale sia le difficoltà e le complessità del nostro lavoro quotidiano, delle quali si sono dimostrati consapevoli in pochissimi.

A tal fine preziosa si è rivelata quella moderna forma di comunicazione che fa leva anche sui canali social, che hanno consentito di comunicare più efficacemente e rapidamente con la società civile.

L’essere usciti dal palazzo di giustizia, l’averci visto “in carne ed ossa”, l’averci ascoltato, l’aver dialogato con noi, ha creato le condizioni perché in tanti ci trovassero molto diversi e migliori rispetto a come veniamo quotidianamente descritti e rappresentati, in particolare da una parte del sistema politico, dell’avvocatura e dell’informazione.

Preservare e implementare tale ritrovato rapporto con la società civile è condizione necessaria, seppur non sufficiente, per alimentare tale clima di rinnovata fiducia dei cittadini nella nostra Istituzione e, conseguentemente, per privare la campagna di delegittimazione della quale siamo bersaglio da più di trent’anni – e che è ragionevole ritenere proseguirà almeno sino a quando non cambieranno le voci che l’hanno alimentata – di quell’humus nel quale tale campagna ha attecchito ed è stata alimentata senza soluzione di continuità, purtroppo anche da parte di alcuni dei nostri colleghi, per fortuna un numero limitatissimo rispetto agli oltre 9.100 magistrati in servizio.

In discussione non è mai stato il sì alla riforma costituzionale veicolato con modi e contenuti ispirati a continenza, misura ed equilibrio, ma quello sostenuto facendo ricorso alle falsità, alle mistificazioni e all’inganno.

L’unità della magistratura del Distretto di Lecce è un valore da custodire gelosamente e per farlo è necessario avere la forza morale di consegnare alla storia anche i contenuti più divisivi della recente campagna referendaria: siam convinti – e i  numeri lo hanno dimostrato – che tali contenuti non abbiano avuto la forza di incidere, compromettendolo o ridimensionandone l’efficacia, sul grande impegno profuso da noi tutti nel corso della campagna referendaria, così come auspichiamo che tali contenuti non abbiano compromesso il sereno ed efficace quotidiano svolgimento, da parte dei magistrati del Distretto, delle loro funzioni.

Ingrediente che ha contribuito in modo decisivo alla vittoria è stata, altresì, la circostanza che la voce in favore del NO sia stata corale, perché promanante, oltre che dai magistrati, anche dagli avvocati, dal personale amministrativo, compreso quello degli AUPP, dal personale di polizia giudiziaria, da alcuni rappresentanti dell’Accademia e da tante altre rappresentanze della società civile.

Ad ognuno di loro rivolgiamo il nostro pensiero colmo di gratitudine e riconoscenza, in particolare per il grande coraggio dimostrato nella scelta di condividere con noi un percorso tanto accidentato come quello referendario.

Crediamo che queste consapevolezze e ciò che le ha innescate ci abbiano reso magistrati diversi e soprattutto migliori.

L’ordine del giorno rivolge lo sguardo al futuro come è giusto che sia e in futuro dovremo continuare a confrontarci con i tanti problemi che è necessario risolvere per garantire un efficace ed efficiente funzionamento del servizio giustizia.

Alcuni di essi appaiono ancor più urgenti di altri.

Come il problema costituito dal rischio di paralisi di decine di uffici giudiziari di piccole e medie dimensioni nel caso in cui dovesse divenire realtà – nel prossimo mese di agosto – il gip collegiale: 39 uffici GIP/GUP hanno, infatti, un organico inferiore a tre magistrati e 28 ne hanno tre.

In tutti questi uffici, la metà del totale, sarà necessario applicare altri giudici, con inevitabile scopertura di altri settori.

Come il problema relativo al rischio che l’Ufficio del processo possa subire un progressivo allontanamento dalla giurisdizione ed essere utilizzato, in tutto o in parte, per colmare il vuoto di organico del personale amministrativo, privando il giudice di un supporto che si è dimostrato più che prezioso per il raggiungimento degli obiettivi del PNRR.

Come il problema relativo al conclamato cattivo funzionamento di APP, le cui lunghe pause di operatività hanno determinato l’eterogenesi dei fini perseguiti, trasformando tale strumento informatico da fattore di ausilio in appesantimento in termini di tempo e di energie del quotidiano lavoro.

Come quello relativo all’urgente necessità che la consistenza della pianta organica del personale di magistratura sia il più rapidamente possibile avvicinata alla soglia della mediana europea, dalla quale, purtroppo, siamo ancora largamente lontani: di media in Europa vi sono 21 giudici per ogni 100.000 abitanti, in Italia solo 12; di media in Europa vi sono 14 pubblici ministeri per ogni 100.000 abitanti, in Italia poco meno di 4 (si tratta dei dati ufficiali del Consiglio d’Europa, contenuti nell’ultimo rapporto CEPEJ pubblicato nel 2024 e relativo all’annualità 2022).

La pianta organica vigente prevede 11.171 magistrati, ma siamo 2000 di meno e, cioè, 9137, al netto dei 223 magistrati fuori ruolo.

Nel Distretto di Lecce, a fronte di una pianta organica di 312 magistrati, in servizio ve ne sono 50 in meno.

Come, infine, il problema relativo all’urgente necessità di individuare un rimedio all’ormai insostenibile sovraffollamento carcerario, che, alla data del 31 marzo 2026, è stimato in circa 64.000 detenuti ospitati, a fronte di una capienza regolamentare di 51.000 posti sulla carta e, pare, di 47.000 posti circa nella realtà.

Nella Casa Circondariale di Lecce, a fronte di poco meno di 800 posti disponibili, sono 1400 circa le persone detenute, situazione resa vieppiù insostenibile dal vuoto di organico del personale della Polizia Penitenziaria direttamente preposto alla gestione di esse.

L’illuminista Francous Arouet, al secolo Voltaire, diceva ben tre secoli fa che il grado di civiltà di un paese si misura osservando la condizione delle sue carceri: l’esser giusto non può essere attributo solo del processo ma deve esserlo anche della pena e della sua esecuzione, pena, per l’appunto, l’inciviltà.

*l’autore è presidente Ges Anm Lecce