
Lo storico Agostino Giovagnoli si è occupato a lungo del mondo cattolico italiano nell’epoca repubblicana. Con La Magistratura parla dell’attualità, a partire dal dibattito sul Consiglio superiore della magistratura. E dunque del referendum in arrivo.
La riforma Nordio modifica radicalmente il Consiglio superiore della magistratura, dividendolo in tre. Facciamo però un passo indietro. In quale prospettiva i costituenti hanno pensato all’attuale Csm?
La riforma Nordio cambia articoli importanti della Carta: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110, ed è auspicabile che siano esplicitamente menzionarti nel quesito referendario. Due gli obiettivi principali perseguiti dai costituenti: garantire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, negate in toto dal regime fascista e debolmente riconosciute dallo Stato liberale, realizzando il Csm. Quindi favorire il coordinamento tra le istituzioni. In altre parole: non solo assicurare la separazione tra i poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo, ma anche promuovere la loro collaborazione. Per armonizzare questi due fini, così diversi, i costituenti arrivarono a scelte molto bilanciate come porre alla guida del Csm il Presidente della Repubblica e un vicepresidente “laico” eletto dal Consiglio, non il ministro di Grazia e Giustizia; prevedere esplicitamente che i rappresentanti dei giudici fossero eletti (e non nominati o, come si propone oggi, sorteggiati); inserire i “laici” espressi dal Parlamento ma nella misura di un terzo dei membri del Consiglio.
Nella storia repubblicana il Consiglio ha avuto un ruolo centrale. C’è stata un’evoluzione nel corso degli anni?
Il ruolo del Csm nella storia dell’Italia repubblicana è strettamente legato alla Costituzione. Come l’intera storia dell’Italia repubblicana, anche quella del Csm ha avuto due fasi principali: la prima fino agli anni Ottanta e la seconda da allora ad oggi. Nella prima fase, al cammino verso la sua istituzione è seguito quello verso la piena assunzione dei compiti assegnatigli dalla Costituzione. Questo percorso è stato lungo e faticoso per le resistenze all’applicazione della Costituzione molto forti nell’Italia post-fascista. Non erano solo resistenze esterne alla magistratura, ma anche interne: molti giudici conservavano una mentalità ereditata dal ventennio. Il percorso per realizzare pienamente il Csm – già di per sé importante – si è intrecciato con la trasformazione del giudice italiano – sostenuta dall’ Anm – da subordinato al potere politico e alla gerarchia interna alla magistratura a “soggetto solo alla legge” e responsabile in prima persona dell’attuazione della Costituzione. Tutto ciò è avvenuto in un rapporto dialettico ma complessivamente positivo con i partiti politici che avevano fatto la Costituzione.
Invece cosa è successo dagli anni Ottanta?
Si è intensificato il rapporto diretto tra magistratura e società italiana – cruciale sul terreno della lotta al terrorismo e alla mafia e nella vicenda, più controversa, di Mani Pulite – mentre diventava sempre più problematico il rapporto tra il Csm e una politica che perdeva gradualmente il legame vitale con la Costituzione.
Mercoledì 21 gennaio all’Istituto Sturzo parlerà del ruolo dei cattolici nei confronti del Csm. Qual è stato?
I cattolici hanno contribuito con altre forze politiche alla definizione del Csm in sede costituente e alla sua attuazione nel 1958 e dopo (tra gli altri: Mortati, Leone, Gronchi, Moro). A tratti hanno spinto per far nascere il Consiglio superiore della magistratura, altre volte invece hanno frenato, secondo i momenti e le persone. Ma conta soprattutto il ruolo complessivo che ha svolto la Dc – insieme agli altri partiti dell’arco costituzionale – a sostegno di separazione, equilibrio e collaborazione tra i poteri. Ricordo in particolare Vittorio Bachelet, ucciso dalle Br in quanto vicepresidente del Csm. Con il tramonto dei partiti radicati nell’esperienza costituente, cattolici ed ex democristiani hanno spesso conservato la cultura politico-istituzionale ispirata alla Costituzione, agendo a difesa dell’indipendenza della magistratura e della collaborazione tra i poteri. Tra gli altri Galloni, Conso, e Rognoni, fino all’ attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Veniamo al Csm oggi. O meglio a quello delle ultime consiliature.
Il Csm deve anzitutto assolvere anche oggi i suoi due compiti fondamentali: presidiare l’indipendenza della magistratura e cercare la collaborazione con gli altri poteri. Indubbiamente lo scandalo Palamara ha messo in luce anomalie nell’“autogoverno” dei magistrati che hanno indebolito il Csm, ma l’attività svolta nell’attuale consiliatura mostra che questo organo è tuttora in grado di svolgere al meglio le sue funzioni.
La riforma Nordio introduce il sorteggio per l’elezione dei componenti togati del Csm dei giudici e di quello dei pm. Mentre la politica avrà comunque la possibilità di scegliere i propri componenti attingendo da un elenco. Che conseguenze avrà tutto questo?
Il sorteggio dei membri togati – molto temperato invece per i laici – è l’aspetto più grave di questa riforma. Indebolisce il ruolo complessivo della magistratura rispetto alla politica e ne incrina l’indipendenza, anche se non è affermata una diretta dipendenza dal potere esecutivo. Viene giustificato con l’esigenza di colpire la ‘correntocrazia’. Ma in realtà colpisce le correnti in quanto tali e cioè quell’articolazione in tendenze culturali diverse che ha favorito per decenni un dibattito decisivo per migliorare la giustizia in Italia. Sostituire il sorteggio alle elezioni significa inoltre eliminare il confronto tra candidati che invece è necessario per selezionare i più idonei ad occuparsi di organizzazione della giustizia, compito diverso dalla attività di giurisdizione garantito dall’elezione.
Il mondo cattolico è mobilitato nel dibattito referendario di queste settimane. Che lettura dà di questo dibattito?
Purtroppo, anche in questo ambito, prevale ancora la disinformazione, ma ci sono importanti eccezioni. In generale la sensibilità dei cattolici è portata a sostenere l’indipendenza della magistratura e la collaborazione tra i poteri, i due fondamenti costituzionali dell’amministrazione della giustizia in Italia.
Lei ha scritto su Avvenire, a proposito dell’attuale architettura costituzionale che “non conviene disfarsi affrettatamente del prodotto della saggezza dei nostri costituenti”. Cosa non la convince della riforma?
Questa riforma rappresenta il culmine di uno scontro tra politica e magistratura che danneggia entrambe e soprattutto danneggia i cittadini e la democrazia. La sua natura di arma per lo scontro e non per la collaborazione tra i poteri è stata evidenziata anzitutto dal percorso blindato con cui è stata imposta e che ha impedito in Parlamento persino alla maggioranza di introdurre modifiche per eliminare problemi e incongruenze. Si afferma inoltre che la separazione delle carriere è imposta dalla riforma Vassalli del Codice di procedura penale adottata nel 1989, ma questa è un’affermazione storicamente infondata. In ogni caso, tale separazione – nei fatti già in gran parte realizzata – non ha nulla a che fare con uno sconvolgimento della Costituzione che frantuma il Csm, sostituisce – solo per i giudici – il sorteggio all’elezione e crea un’alta Corte non più presieduta dal Capo dello Stato.



