Violenza sulle donne, il ruolo dell’avvocatura nei processi

di Pina Rifiorati, avvocato

Intervento al convegno “Gesti, parole e segni di discriminazione. Un anno dopo la sentenza CEDU J. LC. c- ITALIA”, Trieste 27 maggio 2022

L’avvocatura – protagonista con la magistratura dell’amministrazione della giustizia – svolge un ruolo fondamentale affinché i processi civili e penali possano celebrarsi scevri da pregiudizi e stereotipi. Nella nostra professione la parola e il suo utilizzo sono fondamentali, sia negli atti scritti sia nelle discussioni orali: nel mutamento in corso abbiamo l’onere di utilizzare una retorica al passo con i tempi e le necessità attuali, in linea con gli obiettivi di parità che il nostro governo e la commissione europea hanno elaborato per il quinquennio in corso. In tal modo potremo sostenere e patrocinare le ragioni dei nostri assistiti utilizzando una narrazione includente, non stereotipata, rispettosa delle parti e della loro dignità sociale e personale, anche in ossequio agli obblighi deontologici che ci impongono di esercitare l’attività professionale tenendo conto del rilievo costituzionale e sociale della difesa (art.9).

Nell’ambito dei processi per violenza sulle donne abbiamo l’onere di tutelare i diritti delle vittime, ancora troppo spesso colpevolizzate e oggetto di vittimizzazione secondaria, sottoposte a incalzanti domande sulle abitudini sessuali e sulla vita privata (Lei trova affascinanti, sexi gli uomini che indossano una divisa?, Lei indossava i pantaloni quella sera?, Aveva la biancheria intima?, E’ la prima volta che è stata violentata in vita sua?, Si ricorda di aver cercato quella mattina un anticoncezionale?…a titolo di esempio le domande rivolte a una delle ragazze americane violentate da due carabinieri in divisa a Firenze nel 2017) – come non fossero passati quasi trent’anni dalla riqualificazione giuridica della violenza sessuale da reato che pregiudica la morale pubblica bensì ale a reato che lede la dignità della donna in quanto persona,  pregiudica la sua libertà di autodeterminarsi e di scegliere la propria vita, anche sessuale.

Va ricordato che, anche se domande siffatte non sono normalmente ammesse dal giudice (come accadde anche nel processo per stupro appena ricordato), esse contribuiscono a destabilizzare la persona offesa, a mettere in scena quella vittimizzazione secondaria che rende difficile alle donne deporre, essere credibili e coerenti ed incide altresì sulla loro determinazione a denunciare la violenza che, come rammenta il rapporto Grevio 2020[1] , in Italia costituisce ancora un vulnus  per le donne

Dunque, in nome del diritto di difesa di cui siamo i principali artefici, dovremmo sempre ricordarci che deve essere esercitato in nome dei valori fondanti il nostro ordinamento e la nostra carta costituzionale, fra cui rientra a pieno titolo il valore della parità e della non discriminazione.  Anche la sentenza della CEDU dello scorso anno (J.L. contro Italia 27 maggio 2021) – che oggi costituisce il puno di partenza di tutti i nostri ragionamenti – non manca di richiamare l’attenzione su questo tema ricordando alle parti (accusa e difesa) che MAI il contro interrogatorio deve essere usato per intimidire e umiliare la persona offesa!

Le disparità linguistiche e i pregiudizi possono trovare spazio per voce della difesa anche nei procedimenti civili, in particolare in quelli di famiglia, al fine di tenere ben distinte le ipotesi di conflitto da quelle ove sono allegati agiti violenti. In siffatte vicende – che sono caratterizzate da una dinamica di sopraffazione  di una parte sull’altra – la contestualizzazione non è onotologicamente percorribile, oltre che vietata dalla Convenzione di Istanbul [2] ed esclusa dalla recente legge delega di riforma del diritto di famiglia (legge n. 206/2021) che impone l’obbligo ai mediatori di interrompere la loro opera nel caso in cui emerga qualsiasi forma di violenza. Abbiamo l’onere di segnalare tutte le situazioni di disagio delle persone minorenni coinvolte nelle cause di famiglia, a tutela del loro specifico interesse a crescere in un ambiente che ne permetta uno sviluppo psico-fisco equilibrato, allegando eventuali situazioni di violenza assistitita[3] (oltre che diretta) e chiedendo di procedere all’ascolto del minore. Ancora troppo spesso si attribuisce alle madri la responsabilità del rifiuto del figlio a incontrare il padre, disponendo l’affido esclusivo al padre o il collocamento in comunità, configurando a carico delle stesse  quella che la Cassazione ha da ultimo definito come una sorta di “colpa di autore connessa alla postulata sindrome di alienazione parentale” (Cass. 17 maggio 2021 n. 13271) perché responsabilizza le donne in quanto tali e non per un comportamento o un fatto commesso.  Secondo la citata sentenza della Suprema Corte, provvedimenti così invasivi per la vita e lo sviluppo di una persona minorenne “(…) devono presupporre accertate e irrecuperabili carenze d’espressione della capacità genitoriale, oltre che una valutazione afferente alle conseguenze sulla persona minorenne” .

Anche la declinazione al femminile delle professioni – e dunque l’utilizzo di un linguaggio rispettoso delle differenze – costituisce un tema rilevante nel contrasto alle disparità.

Anche nell’avvocatura si registrano ancora molte resistenze, legate a retaggi squisitamente culturali ancora diffusi nel nostro Paese, sia quando si ritiene preferibile l’utilizzo del neutro maschile – che sarebbe inclusivo anche del femminile (ciò che conta e il ruolo!) – regola invece inesistente nella nostra lingua – sia quando si lamenta che il femminile è cacofonico (avvocata non si può sentire!) o ci si appella al benaltrismo (ci sono cose più importanti!), sempre presente quando si discute di diritti delle donne.

Di là dalle preferenze personali, sono convinta del ruolo dirimente delle istituzioni che possono diventare modelli comportamentali di riferimento della collettività e contribuire a sensibilizzare ai valori della parità e del contrasto alle discriminazioni  “normalizzando” – l’uso del femminile.

Le istituzioni forensi – che rappresentano la nostra comunità forense di riferimento – in collaborazione con la magistratura – e grazie all’impegno costante e perseverante dei Comitato Pari Opportunità dell’Avvocatura – si sono occupate di linguaggio: nei vari ordini sono stati elaborati numerosi protocolli con cui si invita magistratura, avvocatura e personale della cancelleria a utilizzare un linguaggio ripsettoso delle differenze. Fra i tanti, ricordo il Protocolli di Milano del 2017 (ove si richiama gli avvocati e le avvocate a impegnarsi a osservare negli atti, nella corrispondenza e nel linguaggio espressioni ispirate ai principi di pari opportunità e non discriminazione, anche utilizzando i coretti titoli professionali.), quello di Bergamo del 2018 (nel quale si sottolinea l’importanza delle parole nella lotta alle discriminazioni in quanto “la differenza per esistere va nominata”), il Protocollo approvato a Reggio Calabria a livello distrettuale nel 2021 e  il Protocollo di Cremona del 2019.

Quest’ultimo appare particolarmente significativo poiché ha ritenuto necessario specificare che le colleghe devono essere chiamate avvocata e non signora, costringendoci a prendere atto che ancora oggi la discussione linguistica può vertere, non tanto e non solo sulla declinazione di genere, ma addirittura sul riconoscimento tout court del ruolo professionale in capo alle donne. E questo perché ancora oggi, nonostante l’evidenza della realtà che ci circonda – in magistratura e avvocatura le donne sono presenti in numero di poco superiore agli uomini nella prima e di poco inferire nella seconda – la presenza femminile rischia di restare nascosta “dentro” il genere maschile. Appellare una collega con signora, secondo il  Consiglio Nazionale Forense –che si è pronunciato su tale tema già nel 2006 –  ne svilisce la figura professionale e dunque integra una violazione deontologica, in spregio all’art. 52 del Codice Deontologico Forense che vieta le espressioni sconvenienti e offensive.

Nell’ambito della rete nazionale dei Cpo – che fa riferimento al Consiglio Nazionale Forense – è istituito un gruppo di lavoro dedicato al linguaggio e alla comunicazione sulla stampa e sui social che ha progettato di elaborare – proprio nell’ottica illustrata – Linee guida nazionali sul linguaggio inclusivo affinchè vengano adottate in ambito forense.

Mi sembra utile riferire che anche varie Pubbliche Amministrazioni hanno sottoscritto prassi virtuose con riferimento al lessico: fra gli altri, il Comune di Torino nel 2017, il Comune di Milano nel  2019 (“Linee guida per l’adozione della parità di genere nei testi amministrativi e nella comunicazione istituzionale del Comune” ove si legge, fra l’altro, “(…) dagli avvisi ai cittadini alle delibere, deve adottarsi un linguaggio più idoneo all’equilibrio di genere e utile al superamento di ogni tipo di discriminazione, adeguando al genere femminile il linguaggio usato dalla PA”),  il Comune di Trento nel 2021. Anche le Università italiane sono impegnate nella diffusione del linguaggio inclusivo, ricordo “Le linee guida per l’adozione della parità di genere nei testi amministrativi e nella comunicazione istituzionale” siglate dall’Università degli Studi di Milano nel 2020 e “Genere o generi? Questo è il problema. Consigli linguistici per un uso attento e consapevole della lingua italiana” di Fabiana Fusco – pubblicato nel 2022 dalla Casa editrice dell’Università degli Studi di Udine che su iniziatiativa del CUG ha creato la Collana diversa-mente.

Abbiano visto che neppure le regole grammaticali riescono a scardinare la cultura e gli stereotipi, che ci rimandano ancora a un modello di donna che, pur non essendo più attuale, resiste. La lingua ha una struttura dinamica che cambia in continuazione, che modella e nomina le evoluzioni e i cambiamenti sociali, crea la realtà e al tempo stesso la descrive. Se attraverso il linguaggio vogliamo rappresentare la società che ci circonda, ove le cariche sono assolte da uomini e donne, è necessario adeguare il nostro lessico, con la consapevolezza che la questione non è grammaticale, ma culturale e che la lingua è uno strumento utile ed essenziale per produrre e riconoscere i cambiamenti.

L’avvocatura, impegnata nella difesa dei diritti fondamentali, gioca anche in questo caso un ruolo fondamentale nel contribuire al progresso civile del Paese e nel diffondere il rispetto della legalità a fianco dei cittadini, in applicazione dei principi costituzionali. Inoltre, noi avvocate e avvocati quali “moderatori e moderatrici del diritto”, siamo protagonisti insieme ai giudici del buon andamento della giustizia e possiamo dunque favorire quell’evoluzione sociale e collettiva che non può prescindere dalla realizzazione di una società ove le pari opportunità e la non discriminazione siano realizzate a tutto tondo e dove la realtà sia rappresentata nella sua interezza.

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola affermò E. Dickens, poetessa ameriricana dell’800

[1] Il Grevio è un organismo indipendente del Consiglio d’Europa composto da un un Gruppo di Esperte sulla Violenza contro le donne ha lo scopo di monitorare l’applicazine della Convenzione di Instanbul nei Paese che l’hanno ratificata, fra cui l’Italia con legge 27.06.2013 n. 77, adottata dal Consiglio d’Europa l’11.05.2011, entrata in vigore il 1.08.2014 a seguito del raggiungimento del prescritto numero di dieci ratifiche

[2] La Convenzione di Instanbul – la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica sottoscritta l’11.05.20111 – è stata recepita dal nostro Paese con legge 27.06.2013 n. 77, è in vigore dall’1.08.2014.

[3] La violenza assistita nella definzione data dal Cismai (Coordinamento Italiano dei servizi contro il Maltratatmento e l’abuso all’Infanzia si configura quando il bambino “fa esperienza di qualsiasi forma di maltrattamento con atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o figure affettivamente significative adulte o minori”; con l’entrata in vigore del cd. Codice Rosso (L. 69/2019) la violenza assistita costituisce circostanza aggravante del reato di maltrattamenti.

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Foto: #FGR3354830 © Credito: Stefano Carofei / Fotogramma

 

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