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L’Italia ripudia l’indifferenza

Pubblichiamo il secondo dei temi che ha partecipato al progetto dell’Associazione culturale Officina 23, il cui obiettivo è promuovere la conoscenza. Lo hanno fatto dopo l’incontro tra giovani studenti e due autorevoli accademici come Salvatore Boccagna e Virginia Amorosi dell’Università Federico II di Napoli sul tema “democrazia e costituzione”. Al progetto hanno preso parte anche due magistrati, ovvero Paola del Giudice, presidente tribunale di Nola e Rossella Marro, magistrato tribunale Napoli Nord.

 

Devo essere onesto: fino a qualche tempo fa, la Costituzione era per me una cosa da imparare a memoria per un’interrogazione. Dodici Principi Fondamentali, settantacinque articoli della Prima Parte, qualche data, e l’Assemblea Costituente, e il 1° gennaio 1948… e poi dimenticate tutto fino alla prossima verifica.

Non è che la considerassi inutile; semplicemente non la sentivo mia. Era un testo scritto da persone nate prima di mio nonno, in un’Italia che non avevo mai visto e che faticavo anche solo a immaginare.

Non troppo tempo fa però è successo qualcosa di strano. Ho cominciato a seguire le notizie, non tanto per scelta, quasi per osmosi, perché ormai è impossibile non farlo, e mi sono ritrovato a guardare le immagini che arrivano dall’Ucraina, da Gaza, dall’Iran. Bambini sotto le macerie. Famiglie che camminano su strade distrutte con un sacchetto in mano. Ospedali bombardati. E a un certo punto, quasi per caso, mi è apparso in mente l’articolo 11 della nostra Costituzione:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Ho cercato l’articolo. L’ho riletto tre volte. Ripudia. Non ‘evita’, non ‘preferisce non usare’. Ripudia – una parola forte, quasi fisica, come qualcosa che butti via con disgusto perché non lo vuoi vicino.

Quella parola mi ha colpito perché ho realizzato che non è scontata. Nessuno la scrive in una Costituzione se non ha vissuto davvero cosa significa la guerra. I Costituenti: Dossetti, La Pira, Togliatti, Calamandrei, e tutti gli altri – avevano visto l’Italia a pezzi nel 1945. Avevano vissuto le leggi razziali, i bombardamenti, i rastrellamenti.

Quando scrissero quell’articolo non stavano facendo filosofia: stavano mettendo su carta una promessa che nasceva da una ferita. E quella ferita, guardando il mondo oggi, non sembra essersi rigenerata affatto.

Capire questo mi ha cambiato il modo di leggere tutto il resto.

L’articolo 3, per esempio, quello che parla di uguaglianza, dice una cosa che sembra ovvia ma non lo è affatto, specialmente nel mondo moderno:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.”

Rimuovere gli ostacoli. Non ‘auspicare che vengano rimossi’, non ‘sperare in un mondo più giusto’. La Repubblica ha un compito attivo.

È una Costituzione che non si accontenta di descrivere il mondo com’è, ma pretende che venga cambiato.

Questo mi ha fatto pensare a me, al mio percorso. Vengo da una famiglia normale, con i suoi problemi certo, ma alla fine una famiglia normale. So che le opportunità che ho avuto: una buona scuola, internet, libri, tempo per coltivare passioni – non sono scontate per tutti.

Ci sono ragazzi della mia età, nella mia stessa città, che hanno meno. Non perché siano meno capaci, ma perché sono partiti da un punto di partenza diverso.

L’articolo 3 dice che questo non va bene. Non lo dice in modo vago: lo dice come una questione di giustizia costituzionale. E questo, stranamente, mi ha fatto sentire meno solo in certi pensieri che avevo sempre tenuto un po’ per me, quasi avessi paura di sembrare ingenuo.

C’è un altro articolo che ho imparato ad amare, e forse è quello che mi riguarda di più in questo momento della mia vita: l’articolo 21, sulla libertà di manifestazione del pensiero.

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

Sembra banale, lo so. Viviamo in un’epoca in cui chiunque può scrivere qualsiasi cosa online. Ma proprio per questo, credo, sia importante capire da dove viene quel diritto. Viene da un periodo in cui i giornali erano sequestrati, in cui si veniva arrestati per un’opinione, in cui il dissenso poteva costare la vita. Quella libertà non è caduta dal cielo: è stata conquistata, e va difesa ogni volta che qualcuno, uno stato, un algoritmo, una maggioranza rumorosa – prova a metterla in discussione.

Io scrivo, nel poco tempo libero che ho. Scrivo su piattaforme online, articoli tecnici per ora, ma scrivo. E ogni volta che pubblico qualcosa, non mi succede nulla. Nessuno bussa alla mia porta, nessuno mi convoca, nessuno mi chiede di ritrattare. Realizzo che quella normalità è in realtà qualcosa di prezioso. In molti Paesi del mondo, lo stesso diritto non è ovvio. Il fatto che qui sia normale è un risultato, non un dato di natura.

Non voglio fare il discorso di chi dice “dobbiamo essere grati”. La gratitudine passiva non serve a molto.

Quello che la Costituzione ci chiede, e l’ho capito leggendo l’articolo 54, quello sui doveri dei cittadini: è qualcosa di più attivo:

“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

Ma anche prima di avere funzioni pubbliche, c’è un dovere di fondo: essere fedele alla Repubblica, che significa essere fedele ai valori su cui è costruita.

Valori che non sono astratti: sono antifascismo, solidarietà, lavoro, pace.

Guardando le guerre che bruciano in questo momento nel mondo, mi chiedo spesso cosa posso fare io, ragazzo di diciotto anni che studia e vive in una piccola città italiana. La risposta onesta è: poco, nell’immediato. Ma c’è una cosa che posso fare, e che la Costituzione mi chiede implicitamente: non abituarmi. Non abituarmi alle immagini di distruzione come fossero sfondi del telegiornale, non abituarmi all’ingiustizia come se fosse inevitabile, non abituarmi al cinismo come se fosse maturità.

La Costituzione è un documento scritto da persone che avevano visto il peggio e avevano deciso di scommettere sul meglio. Non erano ingenui: erano sopravvissuti.

E hanno scritto una Costituzione che è, nella sua essenza, un atto di speranza militante. Io non so ancora cosa farò da grande, in che direzione andrà la mia vita. Ma so che voglio portarmi dietro quella scommessa. Non come slogan, non come cosa da recitare in classe. Come bussola. Come promessa che mi faccio, prima ancora che alla Repubblica.

 

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